Gideon Levy non smette mai di sorprenderti. Puoi essere d’accordo o no con le sue analisi, ma non puoi non rifletterci su. Perché vanno controcorrente, perché non lisciano mai il pelo al potente di turno, perché vanno sempre al cuore del problema. La conferma è nel commento di Gideon Levy al voto di martedì. Su Haaretz, Levy scrive un pezzo dal titolo: O Bibi o Tibi: il futuro di Israele dipende dai suoi cittadini arabi
Argomenta Levy: Ora la scelta è davvero tra Bibi e Tibi; o Ahmad Tibi, un nome generico, o la perdizione. Il futuro di Israele dipende ora dai suoi cittadini arabi e dall’atteggiamento dei suoi cittadini ebrei nei confronti di quelli arabi. Ottant’anni dopo la Nakba e la fondazione dello Stato ebraico, i palestinesi israeliani potrebbero determinarne il destino. Esiste forse una giustizia storica più grande di questa? Non è un’esagerazione.
I risultati delle elezioni hanno portato a una situazione in cui gli israeliani devono scegliere tra un governo guidato da Benjamin Netanyahu e un governo che includa i partiti arabi. Non sembra profilarsi nessun’altra opzione. Gli elettori del «blocco del cambiamento», compresi i razzisti tra loro – e non mancano certo – devono chiedersi chi abbia causato maggiori danni al Paese: Bibi o Tibi? E chi gli infliggerà maggiori danni in futuro: Yousef Jabareen o Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich o Mansour Abbas?
Ma non si tratta solo del prossimo governo. La realtà emersa due giorni fa è che in Israele non esiste alternativa al governo di destra se non l’inclusione degli arabi nel blocco del cambiamento. Che piaccia o no, senza gli arabi qui non ci sarà alcun cambiamento.
Israele ha fatto un balzo a destra, e questo è il prezzo da pagare, se così si può definire. Da questo punto di vista, i risultati delle elezioni sono motivo di gioia. Hanno posto Israele di fronte a due scelte molto distinte. Qui non si formerà un governo di centro-sinistra senza i partiti arabi, senza una vera alleanza, come quella «storica» con gli ultraortodossi, che è durata per decenni garantendo un governo Mapai ininterrotto.
I cittadini arabi di Israele sono diventati, per la prima volta nella loro storia, parte integrante dello Stato di Israele e una componente inscindibile della coalizione per il cambiamento. Resta da vedere se questo schieramento sarà in grado di superare il proprio razzismo innato e di accoglierli, non a malincuore, non sottobanco, non attraverso un sostegno “esterno” e non con sguardi di repulsione, ma alla luce del sole, come partner a pieno titolo, con gioia e orgoglio.
Se i leader dell’opposizione respingono gli arabi, dimostreranno chiaramente che in realtà sono uguali a Netanyahu, che preferiscono persino il diavolo Netanyahu piuttosto che mettere da parte il proprio razzismo. Se perdono questa occasione, tutti sapranno che il razzismo è il valore supremo in questo Paese, a tutti i livelli, al di sopra di qualsiasi altro valore.
Che bello essere arrivati a questo momento, mettendo fine alla farsa. Esistono davvero due schieramenti distinti qui, i «figli della luce» e i «figli delle tenebre»? O sono tutti «figli delle tenebre»? Altri quattro anni di Netanyahu, come è stato ripetutamente affermato, sono quasi una calamità esistenziale. L’inclusione degli arabi israeliani rappresenta forse qualcosa di più pericoloso?
Qui non c’è alcuna minaccia, solo una grande promessa. Dopo 80 anni di esclusione e trattamento iniquo, senza che sia stata fondata quasi nessuna nuova città o villaggio arabo, con il parlare arabo in pubblico percepito come riprovevole e la “giudaizzazione” ancora considerata un valore sionista, si presenta un’opportunità unica.
Gli arabi possono ora tendere la mano a Gadi Eisenkot e ai suoi collaboratori, proponendo un’alleanza. Non solo con il leader arabo “di facciata”, Mansour Abbas, ma con tutti loro. Questa alleanza avrà ovviamente un costo, come è giusto che sia. Un’alleanza del genere cambierà anche il volto della società ebraica. Forse proprio grazie a ciò, ci saranno risparmiati un altro genocidio o due, così come i pogrom e gli omicidi nelle comunità beduine. Ne trarremo sicuramente beneficio.
Anche il mondo ne sarà entusiasta. Costerà meno che comprare il favore degli Haredim e metterà meno a rischio il futuro dello Stato rispetto alle immense somme versate ai coloni. In cambio di un’offerta dignitosa, si può supporre che anche il partito Balad, più estremista, potrebbe unirsi.
L’analista di Channel 12 Amit Segal ha già minacciato che il «blocco del cambiamento» comprenda sei familiari di ostaggi, affermando che non c’è alcuna possibilità che accettino di sedersi al tavolo con gli arabi. Dubito che lo abbiano autorizzato a parlare a loro nome. In ogni caso, perché non dovrebbero? Jabareen ha forse commesso un omicidio? Sami Abu Shehadeh ha forse violentato qualcuno? Non guardate indietro; lasciate riposare coloro che se ne sono andati, come recita la ‘Canzone per la pace’ del movimento pacifista israeliano…”.
Altro grande contributo di chiarezza è quello che viene da un’altra storica firma del quotidiano progressista di Tel Aviv: Zvi Bar’el, che firma un commento che non si presta ad equivoci interpretativi già dal titolo: L’opinione pubblica israeliana ha deciso: basta.
Argomenta Bar’el: “Ancor prima che fossero pubblicati i risultati degli exit poll, sembrava che i cittadini di Israele, ebrei e arabi, avessero deciso di organizzare una manifestazione di massa, senza precedenti da decenni, per decidere del proprio destino. Il termine “destino” non è una figura retorica. Queste elezioni non riguardavano semplicemente la resa dei conti con un governo malvagio che ha trasformato la maggior parte dei propri cittadini in nemici. La coalizione guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu ha abbandonato il popolo israeliano, ha tradito la propria missione di proteggerlo e lo ha lasciato a se stesso. Queste elezioni sono state le più importanti nella storia dello Stato perché una vera e propria spada pendeva sul collo dei cittadini israeliani.
Non si trattava solo della minaccia di una nuova guerra contro l’Iran o del lancio di nuove offensive per salvare la pelle di un leader ormai alla fine che aveva perso il controllo e trascinato il Paese con sé. Per molti cittadini, la domanda era se potessero addirittura continuare a vivere in questo paese, un paese che negli ultimi tre anni era stato loro strappato da sotto i piedi a un costo terribile.
La sera prima delle elezioni, centinaia di giovani affollavano i caffè e i pub nelle strade di Tel Aviv. Musica ad alto volume, alcol e stuzzichini facevano da sfondo a una bizzarra atmosfera da festa d’addio.
Molti di loro sembravano aver appena terminato il servizio militare o essere studenti universitari del primo o secondo anno. Non si poteva fare a meno di chiedersi quanti di loro sarebbero rimasti qui e quanti si fossero già procurati un passaporto straniero e avessero in programma di lasciare Israele.
E immediatamente, un pensiero ancora più difficile lo sostituì: cosa sarebbe rimasto per noi? Quelli che forse avrebbero voluto unirsi a loro ma non potevano, e quelli che potevano ma non volevano arrendersi. Ci sarebbe rimasto qualcuno con cui lottare, per riconquistare le nostre vite normali, o almeno ciò che sembrava normale appena tre anni fa?
Ma quella mattina apparve un raggio di luce quando si seppe dell’elevata affluenza alle urne, a dimostrazione che il pubblico non solo aveva deciso di prendere in mano il proprio destino, ma, cosa ancora più importante, credeva di poter invertire la rotta del deterioramento.
Un pubblico disperato, malconcio, sotto shock e sconfitto non marcia in massa per andare a votare per il riconoscimento del proprio potere. Si ritira nei propri quattro cubiti, soffocato dalla disperazione, e comincia a calcolare la propria fine.
Non erano questi i cittadini che sono arrivati in massa ai seggi elettorali. Erano cittadini pieni di speranza ribollente, che portavano sulle spalle montagne di ricordi di un paese che era stato loro saccheggiato da una banda di briganti armati di torce che ne avevano dato alle fiamme ogni parte buona; hanno votato e hanno vinto.
Poi sono arrivati i risultati degli exit poll e hanno permesso a tutti di tirare un sospiro di sollievo. È vero, nulla è ancora definitivo, ma il percorso è già illuminato e risplendente. L’opinione pubblica in Israele ha deciso: basta. Ha cacciato il governo di Netanyahu, e nessun accordo, kombina, nessun affare losco, stratagemma o inganno potrà cambiare le cose.
Il Likud potrà anche essere il partito più grande, ma è travolto da una valanga di voti che lo espelle dal potere. La «manovra del carro», un’impresa complessa e intricata, si rivelerà ardua, e non vi è alcuna certezza che Gadi Eisenkot e i suoi partner riescano a formare un governo funzionante. Ma egli gode di un enorme sostegno.
I 17-18 seggi dei cittadini arabi di Israele, che rappresentano il 20 per cento dei cittadini israeliani, sono in piena sintonia con il blocco di Eisenkot e i suoi elettori sulla necessità di rimuovere dal potere coloro che hanno lavorato instancabilmente per distruggere lo Stato condiviso. Si può e si deve fare affidamento su questa collaborazione per formare un governo di minoranza che inizi immediatamente a ripagare il debito che ha nei confronti dei propri elettori e a restituire loro il loro Paese.
La rimozione di Netanyahu è solo il primo passo. Dopodiché, i meccanismi di incitamento e abbandono devono essere sradicati e smantellati, lo Stato di diritto e la responsabilità pubblica devono essere ripristinati, la sicurezza deve tornare nella vita dei cittadini e la collaborazione tra ebrei e arabi deve essere ricostruita come fondamento su cui poggerà lo Stato”, conclude Bar’el.
Includere in un governo di vero cambiamento i partiti arabi. Il futuro d’Israele passa da qui. Dall’affermarsi di una democrazia finalmente inclusiva, che non discrimina i propri cittadini sulla base dell’appartenenza etnico-religiosa. In questo e per questo l’Israele del post-27 ottobre è di fronte ad una scelta epocale. Lo sono i suoi leader, in primis, quelli di opposizione. Possono passare alla storia o essere relegati alla cronaca dell’ennesimo mercimonio di potere e poltrone ministeriali di cui Netanyahu è un maestro assoluto. A loro la scelta. Gli israeliani si sono espressi, gli hanno dato i consensi necessari per provarci. I numeri ci sono, e la volontà politica? Per il momento, il punto di domanda è obbligatorio.
