Ci sarà tempo per vivisezionare il voto israeliano. Globalist lo farà, come al solito, con il prezioso contributo dei più autorevoli analisti politici israeliani. Ora, però, a scrutino non ancora terminato, è il tempo delle considerazioni che nascono dal cuore e non solo dal cervello. La lunga notte elettorale di Israele non ha portato, come pure per ore i sondaggi davano per acquisito, all’alba del cambiamento, alla auspicata uscita di scena di Benjamin Netanyahu e dei suoi ministri razzisti e fascisti. Se non è stata un’alba tragica, di certo non ha reso solare il futuro di Israele.
Quando lo scrutinio non è ancora ultimato (i risultati definitivi si avranno solamente venerdì quando saranno scrutinate le schede dei soldati e di altri segmenti di elettorato) Netanyahu può contare su 54 seggi (su 120); il “blocco del cambiamento” che ha in Gadi Eisenkot il suo premier in pectore, si attesta sui 47. I due partiti palestino-israeliani sono accreditati di 19 seggi, un dato storico. Con la Joint List che conquisterebbe 11 parlamentari, diventando il quarto partito israeliano (la Lista Araba Unità ne avrebbe 6).
Sulla carta, il fronte anti-Netanyahu potrebbe contare su 66 seggi, cinque in più della maggioranza assoluta. Ma in politica la matematica resta una opinione, un dato che va poi tradotto in accordi, aperture. E questo nel variegato blocco anti-Netanyahu non è affatto scontato. L’unico a esprimersi con chiarezza è Yair Golan, il leader dei Democratici (8 seggi). Golan ha esortato i leader centristi ad aprire senza indugi un tavolo negoziale con i partiti arabi perché, ha sostenuto, “non possono essere cittadini di serie B, ma devono essere parte di quel cambiamento che la maggioranza degli israeliani ha inteso imprimere con il voto”.
Si attendono le prese di posizione di Eisenkot (il suo partito Yashar è accreditato di 20 seggi, secondo dopo il Likud di Netanyahu, che ha conquistato 27 seggi), e di Naftali Bennet (Together, il partito di cui è a capo ha ottenuto 11 seggi). In campagna elettorale, sia Eisenkot che Bennet, e ancor più il leader di Yisrael Beiteinu (8 seggi) Avigdor Liebermann, avevano escluso qualsiasi possibilità di un’alleanza al di fuori del perimetro ebraico-sionista.
Staremo a vedere se cambieranno idea. Di certo, Israele non ha deposto “King Bibi”. Resta lui, il premier più longevo nella storia di Israele, il player centrale nella politica israeliana. Non è stato glorificato ma la sua rimonta segnerà comunque il presente e il futuro di Israele.
Il Likud, il partito che Bibi ha plasmato a sua immagine e somiglianza, resta il primo partito israeliano. E questo dopo le responsabilità acclarate di Netanyahu nel 7 ottobre. Nonostante gli scandali di corruzione che hanno investito lui e la sua famiglia. Nonostante il potere consegnato a ministri fascisti come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich; nonostante il genicidio di Gaza e l’attacco frontale allo stato di diritto.
Quelli che per gran parte dell’opinione pubblica internazionale erano crimini, per chi ha continuato a votare Netanyahu e la destra estrema, erano altro: la legittima difesa di Israele dalla minaccia mortale dei suoi nemici esterni – Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran e via elencando) e da quelli interni (vedi il trattamento riservato ai due registi, ebrei israeliani di ”Naza”).
A lui, in quanto leader del partito più votato, che il Presidente Herzog assegnerà il mandato perlustrativo per la formazione del nuovo governo. Le grandi manovre, delle quali Netanyahu è impareggiabile “maestro”, sono già iniziate.
Al momento, i leader dell’opposizione sembrano tenere la barra dritta: nessun governo con Netanyahu alla guida, e con Ben-Gvir e Smotrich dentro. Al momento. Perché molte cose accadranno nei prossimi giorni. Le seguiremo con la dovuta sollecitudine.
Netanyahu è ancora in sella. Meno saldo di prima, ma non in uscita.
Se il voto non ha portato al suicidio di Israele di certo non ha marcato un sicuro, trasparente, nuovo inizio.
