Aluf Benn, capo redattore di Haaretz, è tra i più autorevoli ed equilibrati analisti politici israeliani. Uno di quelli che fa parlare i contenuti senza eccedere nei toni. E sa valutare molto bene il momento che vive il suo Paese. Un momento della verità: quello delle elezioni del 27 ottobre. Benn ha scritto un pezzo importante, che dà conto, già nel titolo, della posta in gioco nelle elezioni di martedì prossimo: Da Yitzhak Rabin a Gadi Eisenkot: una missione per salvare Israele
Argomenta Benn: “È allettante, sotto molti aspetti, paragonare Gadi Eisenkot a Yitzhak Rabin: entrambi hanno ricoperto la carica di capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane condividono onestà e sincerità, uno stile di comunicazione analitico, l’avversione per la politica e la convinzione che candidarsi alla carica di primo ministro sia «un’opzione, non un’ossessione». Naturalmente, non sono identici. Molto prima di Internet e dei social media, Rabin era bravissimo a coniare frasi ad effetto come «un mucchio di letame di deboli», «instancabile sabotatore» e «lasciamoli girare come eliche». Eisenkot preferisce parlare a lungo nel tentativo di essere preciso. Rabin iniziò il servizio militare nella milizia Palmach, Eisenkot nella Brigata Golani.
Ciononostante, avevano la stessa missione nella vita: salvare Israele da un governo di destra, allontanarlo dall’abisso e infondergli nuova speranza.
Nel 1992 Rabin si candidò contro Yitzhak Shamir, un ideologo totalmente concentrato sul proprio obiettivo, convinto che l’intera Terra d’Israele dovesse far parte di Israele e che odiava gli arabi con tutta l’anima. Shamir voleva perpetuare l’occupazione in tutti i territori occupati.
Ma sulle questioni interne, rispettava le istituzioni statali e lo Stato di diritto, conduceva una vita modesta e permise al suo ministro della Giustizia, Dan Meridor, di guidare una rivoluzione costituzionale per rafforzare i diritti civili e i diritti umani, in collaborazione con la Corte Suprema, allora guidata da Meir Shamgar e Aharon Barak. Il governo Shamir affrontò la prima intifada con relativa moderazione, e l’esercito sottopose soldati e ufficiali a processo per crimini di guerra, anziché ignorare il diritto internazionale e punire chi indagava sugli abusi nei confronti dei detenuti, come invece avviene oggi.
Eisenkot è stato chiamato alle armi nel 2026 in circostanze ben più difficili, dopo quattro anni di governo «di estrema destra», di cui tre anni di guerra senza fine. Il suo avversario, il primo ministro Benjamin Netanyahu, è l’esatto opposto di Shamir, che fu il suo mentore politico quando entrò in politica. È corrotto, esibizionista e privo di qualsiasi freno personale o nazionale. Disprezza gli ufficiali dell’esercito e i funzionari pubblici. E ha cercato di smantellare le istituzioni statali e di distruggere ogni limite, controllo e contrappeso al suo governo.
E, cosa più importante di tutte, Shamir boicottò Meir Kahane, che considerava un razzista pericoloso e spregevole. Netanyahu, al contrario, è il burattino dei successori di Kahane, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.
Sotto la loro ispirazione e con il loro incoraggiamento, ha condotto Israele in una guerra di annientamento ed espulsione nella Striscia di Gaza e ha incoraggiato il terrorismo ebraico contro i palestinesi in Cisgiordania. Smotrich ha ideato il trasferimento di popolazione (Piano Decisivo) e il suo burattino, Netanyahu, sta lavorando instancabilmente per attuarlo.
Netanyahu è orgoglioso della sua capacità di manovrare altri paesi grazie al suo inglese fluente. Le sue doti retoriche sono davvero impressionanti e superano di gran lunga quelle di Shamir, Rabin o Eisenkot.
Ma i risultati della sua leadership sono stati catastrofici. Israele sta affrontando un’ondata di sanzioni senza precedenti a causa delle sue violenze in Cisgiordania e a Gaza. Gli aiuti militari dall’America sono a rischio. E la classe colta sta abbandonando Israele per trasferirsi nei paesi occidentali, dove il paese viene accusato di genocidio.
Lo stesso primo ministro sta fuggendo da un mandato di arresto emesso nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale. Ora ha paura di recarsi all’estero e, quando lo fa, vola seguendo rotte tortuose per non rischiare di essere condotto in manette all’Aia prima ancora che il suo processo per corruzione qui in Israele sia terminato.
Eisenkot è ben lungi dall’essere un uomo di sinistra o dal mostrare empatia per i palestinesi, contro i quali ha combattuto per tutta la vita. Anche in questo ricorda Rabin, che si ammorbidì solo dopo aver firmato gli Accordi di Oslo. E anche allora, Rabin respinse l’idea di uno Stato palestinese, proprio come fa Eisenkot. Ma la missione più urgente oggi è sostituire l’attuale governo.
Rabin vinse le elezioni del 1992 per un soffio, grazie a una spaccatura nella destra e alla sua disponibilità ad appoggiarsi ai partiti arabi per impedire a Shamir di formare un governo. Eisenkot si trova ad affrontare una situazione simile, solo che è ancora più complicata, poiché il suo blocco comprende partiti di destra che si oppongono alla cooperazione politica con gli arabi.
Se dovesse battere Netanyahu, Eisenkot avrà bisogno di una straordinaria abilità di manovra per formare una coalizione di governo. E se riuscirà a farlo, dovrà affrontare sfide interne ed esterne ben più grandi di quelle affrontate da qualsiasi primo ministro precedente. Persino più grandi di quelle affrontate da Rabin”.
Così Benn.
Uzi Baram è memoria storica d’Israele. Per il suo alto profilo politico e per essere stato testimone diretto e partecipe di alcuni momenti che hanno fatto la storia d’Israele. Baram, che fu tra i più stretti collaboratori e amico fidato di Yitzhak Rabin, non è uso a interviste o ad uscite pubbliche. Non è un malato di esposizione mediatica. Quando rompe il suo tradizionale riserbo è perché avverte che Israele è a un bivio. Esistenziale oltreché politico.
Sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv, Baram ha scritto giorni fa un articolo-appello di grande significanza già nel titolo: Per sostituire Netanyahu, l’opposizione israeliana deve unirsi dietro Eisenkot
Sostiene Baram: “Le prossime elezioni non sembrano essere già decise. Non perché la maggioranza dell’opinione pubblica non comprenda gli illeciti del primo ministro Benjamin Netanyahu e del suo governo, ma perché esiste un divario intrinseco in un segmento significativo dell’opinione pubblica: da un lato il desiderio di rovesciare il “governo di estrema destra” e di instaurare un’amministrazione più equilibrata, più pulita e più efficiente, e dall’altro un approccio più ultranazionalista – «ebraico» in senso razziale e meno sensibile ai valori universali, democratici e liberali. I risultati elettorali non sono né un semplice bilancio delle azioni rispetto alle aspettative, né semplicemente un processo pubblico alla leadership che governa il Paese; sono l’espressione di profonde componenti emotive e legate all’identità.
I sondaggi di opinione rivelano una chiara posizione dell’opinione pubblica riguardo al funzionamento del governo e dei suoi ministri, nonché all’evasione di responsabilità da parte di Netanyahu per gli eventi del 7 ottobre. Si presume che un governo guidato da Gadi Eisenkot funzionerebbe meglio nei settori dell’istruzione, della società e dell’economia. Tutto ciò avrebbe dovuto indicare un’ampia maggioranza a favore di chi sostiene un cambio di governo. Ma non è ciò che indicano i recenti sondaggi. Per dirla in modo più chiaro: c’è una mancanza di compatibilità tra le posizioni dell’opinione pubblica sulle questioni più rilevanti e la sua decisione alle urne.
Sono stato testimone della vittoria di Ehud Barak su Netanyahu nelle elezioni del 1999. Barak seppe costruire una campagna vincente dopo essere riuscito a smontare l’immagine che il suo avversario cercava di proiettare, e condivise con ampi segmenti dell’opinione pubblica il cambiamento generale che intendeva realizzare. All’opinione pubblica fu chiesto di scegliere non solo tra due percorsi, ma anche tra due leader. Barak vinse perché appariva come il candidato più meritevole, con un background più solido in materia di sicurezza rispetto a Netanyahu e la capacità di guidare un governo alternativo.
Attualmente, le condizioni oggettive per la destituzione di Netanyahu sono ancora più chiare. L’opinione pubblica è consapevole del fatto che lo Stato di Israele sta perdendo la propria reputazione nel mondo perché è diventato un paria, e che il rifiuto di Netanyahu di assumersi le proprie responsabilità è imperdonabile. Ma manca l’elemento principale.
Ho ascoltato l’intervista di Yair Lapid su Channel 12. Ha evitato di appoggiare Gadi Eisenkot, affermando che dopo le elezioni i leader del blocco del «cambiamento» si sarebbero riuniti per decidere chi scegliere. Cosa vuole Lapid? Crede forse che un elettore indeciso, che si chiede se esista un’alternativa a Netanyahu, sosterrà un blocco del cambiamento impegnato in giochi di prestigio?
C’è bisogno di una decisione, ed è chiara. Eisenkot è diventato un leader popolare che supera i confini di schieramento. Non credo che i sostenitori di Bibi cambieranno idea, ma ci sono frange della destra e del centro pronte a riporre le proprie speranze in una figura della sicurezza intelligente e affidabile, onesta e schietta.
Io e i miei amici voteremo per Yair Golan, perché consideriamo lui e il Partito Democratico un fattore che influenzerà lo spirito del prossimo governo. I sostenitori di Naftali Bennett, Lapid e Avigdor Lieberman faranno sicuramente lo stesso.
L’obiettivo che ci attende – allontanare Netanyahu dal potere –richiede un’alternativa che sia la scelta giusta dal punto di vista personale, morale e politico. Per raggiungere questo obiettivo, tutti devono unirsi dietro la candidatura di Eisenkot.
Tra di noi è cresciuto qualcuno in grado di diventare il prossimo primo ministro”, conclude Baram.
La speranza è che il suo appello non cada nel vuoto. Per il bene di Israele. E per cacciare dal governo i fascisti con la kippah. Se ciò accadrà, non sarà il giorno del sol dell’avvenire, ma si vedrebbe un bagliore di luce in fondo al tunnel. Di questi tempi, una gran cosa.
