Noam Hofstadter è a capo del dipartimento di difesa pubblica del Comitato contro la Tortura in Israele. Su Haaretz scrive un articolo-denuncia dei più allarmanti. E lo fa sulla base dell’esperienza maturata nel tempo. Lo fa citando leggi liberticide; lo fa chiamando in causa un ministro fascista, Itamar Ben-Gvir, quello che va in giro con una spilla d’oro a forma di cappio. Lo fa in nome dei diritti umani calpestati, violentati nelle carceri-lager dello Stato ebraico.
Scrive Hofstadter: “Nelle ultime settimane abbiamo compiuto un altro passo verso la trasformazione della società israeliana in una società di carnefici. Kadri Samara, un palestinese residente in Cisgiordania, è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso Netanel Shukrun, un ebreo residente in Cisgiordania, in una sparatoria avvenuta il mese scorso.
Samara è stato posto in stato di detenzione e gli è stato negato l’accesso a un avvocato. A seguito del suo arresto, Samara, che non è ancora stato processato né condannato, è diventato oggetto di attenzione da parte del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e di altre figure politiche, che ne chiedono l’esecuzione.
Alla luce di questi sviluppi, quando quest’anno, il 10 ottobre, è stata celebrata la Giornata mondiale contro la pena di morte, il caso israeliano ha attirato notevole attenzione. La pena capitale è barbara e razzista. È irreversibile e causa grande sofferenza ai condannati e a coloro che sono a loro legati, sia da vicino che da lontano.
Due leggi approvate quest’anno in Israele hanno istituito un sistema di pena capitale incentrato sull’esecuzione dei prigionieri palestinesi. Questo sistema calpesta le procedure legali e i loro diritti in quanto imputati, diritti che rimangono in vigore solo per gli assassini ebrei.
Tutto ciò avviene sullo sfondo delle dure e continue torture subite da tutti i 9.329 palestinesi attualmente detenuti come prigionieri di “sicurezza” per vari motivi. Circa un terzo di loro sono detenuti amministrativi contro i quali non è stata formulata alcuna accusa.
Tra le conseguenze di tali torture vi sono le confessioni estorte con la forza, che aumentano il rischio di condanne ingiuste. Ciò infanga il sistema giudiziario e potrebbe anche fungere da prova a giustificazione delle esecuzioni.
La prima delle due leggi, approvata nel marzo di quest’anno, è la Legge sulla pena di morte per i terroristi. La normativa esclude esplicitamente gli assassini che sono coloni. È descritta dagli esperti del settore come draconiana e razzista, anche rispetto alla minoranza di altri paesi che ancora applicano la pena capitale.
Nonostante la serie di ricorsi presentati all’Alta Corte di Giustizia per contestare la legge e la feroce opposizione proveniente dall’interno del sistema giudiziario, la Corte Suprema ha tardato a fissare una data per l’udienza sulla questione.
La campagna distorta intorno alla legge ha incluso articoli promozionali come una spilla da bavero con un cappio da boia, costumi di Purim da boia e persino una festa di compleanno per un ministro di alto rango che includeva una torta decorata con un cappio e la scritta «a volte i sogni si avverano».
Tali fantasie omicide trovano espressione concreta nel caso di Samara. Ancor prima del processo a Samara, politici di alto rango minacciano di applicare la nuova legge sulla pena di morte al suo caso.
Il secondo provvedimento legislativo, approvato a maggio, disciplina il procedimento penale nei confronti dei terroristi coinvolti nel massacro del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas. La legge specifica i reati per i quali i condannati sarebbero soggetti alla pena di morte.
La normativa ha inoltre dato il via a una campagna rumorosa che promuove la visione di un paese pieno di forche. Anziché definire un piano che garantisca giustizia alle vittime, la legge descrive un sistema che mina gravemente in anticipo la legittimità dei processi contro i terroristi, sollevando il timore che si trasformino in processi farsa.
I processi si terranno davanti a tribunali militari, dotati di un’autorità speciale e ampia che consente loro di derogare alle normali norme procedurali e probatorie. La nomina dei giudici dei tribunali militari è controllata da funzionari della difesa e la rappresentanza legale degli imputati processati in tali sedi è limitata.
Anche la presenza degli imputati al processo è limitata e, secondo la legge, potrebbe essere del tutto eliminata, ma le udienze stesse possono essere trasmesse pubblicamente a discrezione del tribunale. Come riportato di recente, i candidati alla nomina a giudici in questi tribunali nutrono riserve sull’accettare l’incarico, in gran parte a causa dei problemi previsti relativi alla legittimità dei tribunali stessi.
Nei prossimi mesi, con il progredire del procedimento giudiziario contro Samara, insieme alla costruzione di un’ala carceraria per i detenuti condannati a morte e all’istituzione dei tribunali speciali, il nuovo sistema di pena di morte di Israele sarà al centro dell’attenzione mondiale. Il 10 ottobre segna l’inizio delle deliberazioni in vista dell’appello biennale delle Nazioni Unite, previsto per dicembre, per una moratoria generale sulla pena capitale.
La pena di morte è stata abolita in 145 paesi (tra cui l’80 per cento degli Stati degli Stati Uniti e, recentemente, il Libano). L’anno scorso, solo 17 paesi hanno eseguito condanne a morte, e solo una minuscola minoranza di questi paesi osa giustiziare persone nel numero che Israele si prefigge.
Finora Israele ha votato a favore della moratoria, anche nel 2024, in linea con la politica di lunga data del governo israeliano, basata su considerazioni giuridiche e di sicurezza. La situazione è cambiata solo di recente.
Le organizzazioni che si occupano della questione stanno indicando Israele come un caso chiave. I tentativi di eseguire condanne a morte nel Paese – l’ultima delle quali fu quella del criminale di guerra nazista Adolf Eichmann nel 1962 – potrebbero far regredire di anni la campagna contro la pena di morte. D’altra parte, porre fine a questa iniziativa estremista da parte di Israele fornirebbe un ulteriore sostegno all’abolizione della pena di morte ovunque essa esista ancora.
Per la società israeliana, ciò comporta una questione ancora più cruciale: se permettessimo a questa mentalità razzista, che esalta la morte, di esercitare una licenza legale per uccidere a sangue freddo, ciò fornirebbe un sigillo ufficiale di approvazione alla negazione del valore della vita umana e porrebbe il valore della vendetta al di sopra della ricerca della vita e della giustizia. Se Israele vuole scongiurare una politica di vendetta e sadismo, deve mantenere il proprio sostegno alla moratoria, astenersi dal richiedere la pena di morte in tribunale e abrogare la legislazione che la autorizza. I movimenti per i diritti umani lotteranno per questi obiettivi fino al loro raggiungimento”, conclude Hofstadter:
Così stanno le cose. E la chiamano ancora “democrazia”. La democrazia del cappio.
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