La storia del disarmo in Europa non è stata né unilaterale né astratta, alla sua base c’era poi una grande visione, quella gorbacioviana, che qui da noi non trovò il suo pieno ancoraggio a una concreta Europa tutta nuova. Parlare di disarmo rimuovendo l’epoca gorbacioviana é una rimozione dei nodi odierni e della loro possibile soluzione, che i nazionalismi e i fondamentalismi allontanano. Servirebbe invece una visione federalista dell’Europa per dare finalmente al disarmo la profondità strategica necessaria.
Infatti sarebbe importante ricordare che c’è stato il disarmo in Europa, e il suo punto più alto scaturì dalla convinzione gorbacioviana così riassunta dal professor Antonio Magliulo: “occorreva innanzitutto promuovere un processo di distensione internazionale in modo da spostare ingenti risorse finanziarie dalla ipertrofica e improduttiva industria militare alla esanime industria civile interna”. E’ quello che i fautori del non riarmo desiderano, ma senza dire come uscire dal contesto attuale.
Allora, alla fine degli anni Ottanta, non millenni fa, il segretario generale del Pcus, Mikhail Sergeevic Gorbacev, osava parlare un’altra lingua, prospettare la “Casa Comune Europea”. La sua Casa Comune Europea apparve a molti, probabilmente correttamente, un villino bifamiliare, da una parte la famiglia dei popoli a economia capitalista, dall’altra quella dei popoli a economia socialista. Non dovrebbe sorprendere che essendo il leader del PCUS intendeva salvare il socialismo. Ma come? Qui sono interessanti due citazioni; la prima dal suo famoso bestseller “Perestrojka”, in cui “l’europeo” Gorbacev riconosce i popoli! Eccola qui: «I russi, gli ucraini, i bielorussi, i moldavi, i lituani, i lettoni, gli estoni, i careli e altri popoli hanno dato tutti un grande contributo allo sviluppo della civiltà europea» (M. Gorbaciov, Perestrojka. Il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo, Mondadori, Milano 1987, p. 255). E non è tutto. Il leader sovietico andava oltre: “La vecchia Russia era unita all’Europa dal cristianesimo, della cui venuta sulla terra dei nostri avi l’anno prossimo si celebrerà il millenario. La storia della Russia è parte integrante della grande storia europea”. Come può notare chiunque non c’è nessun messianismo nel suo riferimento alla conversione della Rus’ di Kiev un millennio fa, come invece è in Putin, con la sua teoria del “Mondo Russo” che nega l’esistenza dei popoli, dissolti nella grande madre a mezzo della quale formula spesso espliciti richiami alla teoria di quella conversione come l’antefatto che avrebbe fatto di Mosca la Terza Roma.
Siamo così a una data storica, il 6 luglio 1989, quando il leader sovietico tenne il suo importantissimo discorso al Consiglio d’Europa del 1989. Gorbacev vi illustrò i progressi già in atto e gli sviluppi possibili del disarmo alla luce di tre cardini politici: diritti dell’uomo, centralità del diritto, cooperazione economica. Ha scritto al riguardo Lucio Levi: “La logica bipolare dei blocchi contrapposti ha fatto coincidere la democrazia con il capitalismo e il socialismo con lo stalinismo, ha impedito ogni possibilità di conciliare democrazia e socialismo e ha chiuso lo spazio alle posizioni intermedie. Il progetto di creare forme sempre più strette di convivenza politica fra le due Europe permetterà di realizzare un esperimento che non ha precedenti nella storia: il tentativo di far coesistere in pace Stati con sistemi economici e sociali differenti, senza privarli della loro autonomia, alla sola condizione che abbiano tutti un’economia di mercato e istituzioni democratiche”. Ma già in questo testo del 1990, lui stesso avvertiva del rischio: “ Ma il superamento del vecchio ordine internazionale concepito a Yalta nasconde un serio pericolo: la rinascita del nazionalismo. Come sempre avviene nella transizione da un vecchio ad un nuovo ordine politico, emergono forze che vogliono far girare indietro la ruota della storia. Le forze del nazionalismo rialzano la testa. Esse sono all’opera dovunque. Esse cercano di sfruttare lo spazio aperto dalla distensione. La guerra fredda e l’antagonismo tra i blocchi hanno rappresentato un fattore di coesione delle alleanze e degli Stati che oggi non esiste più. C’è un’analogia tra la situazione attuale e l’epoca della prima guerra mondiale, quando gli imperi multinazionali si disgregarono e l’Europa cadde nell’anarchia nazionalistica, la premessa della seconda guerra mondiale. Oggi il pericolo più grave è rappresentato dalla disgregazione del Patto di Varsavia e degli Stati multinazionali, come l’Unione Sovietica o la Jugoslavia. La vittoria del nazionalismo comporterebbe la caduta dell’Europa nel caos e nuove sanguinose tragedie nel vecchio continente”.
Vale la pena allora tornare a Gorbacev e al professor Magliulo, che ci spiega le resistenze europee al progetto gorbacioviano, soprattutto da parte di quel Delors con cui il leader sovietico si confrontava di meno, preferendo i leader dei grandi Paesi europei, da Delors ricambiato: “Solo nell’annuale discorso pronunciato nel gennaio 1989 davanti al Parlamento Europeo, Delors, per la prima volta, prende in esame la proposta di Gorbaciov e delinea una proposta alternativa. Per Delors, la Grande Europa dall’Atlantico agli Urali non può essere né una Casa comune né un Condominio a blocchi separati. Dev’essere invece un “Villaggio” con al centro la Casa comune, già in costruzione, abitata dai Dodici paesi che compongono la Comunità Economica Europea, aperto ad accogliere altri vicini. Il 9 novembre 1989 cade il Muro e tutto cambia, in Europa e nel mondo. Il 31 dicembre, nel messaggio augurale di fine anno, il Presidente francese Mitterrand lancia o rilancia l’immagine di un’Europa a cerchi concentrici, col primo cerchio formato dai Dodici paesi della Comunità Economica Europea, la cui architettura istituzionale avrebbe dovuto essere rafforzata o completata in via prioritaria, e un secondo cerchio aperto agli altri paesi del Vecchio Continente, uniti in una Confederazione per sviluppare una politica di pace, sicurezza e cooperazione economica. In questo storico frangente emerge drammaticamente il dilemma, che ancora attanaglia l’Europa, tra approfondimento (o rafforzamento) della governance comunitaria e allargamento ad altri paesi. Emerge anche un’alternativa visione tra Mitterrand, più incline a privilegiare un approccio intergovernativo che assegna maggiori poteri al Consiglio Europeo dei Capi di Stato e di Governo, e Delors che avrebbe invece voluto potenziare le istituzioni comunitarie, a cominciare dalla Commissione Europea”. Poi Delors chiarì che a suo avviso la Russia avrebbe potuto accedere al secondo anello solo quando fosse stato completato i processo di unità tra i dodici. Ed è interessante notare che l’Unità Europea nacque proprio quando i leader di Russia, Bielorussia e Ucraina sancirono la fine dell’Unione Sovietica.
Resta il fatto che il “siamo europei” di Gorbacev andava insieme all’idea di Wojtyla di Europa che respira con due polmoni. Non è un’illusione, o una formula propagandistica. Oggi il “religio instrumentum regni” al quale si aggrappa Putin per il suo progetto che si incontra con quello di Trump, anti-europeo, non trova né un campo delorsiano né uno mitterrandiano sul quale far perno per un negoziato che riproponga l’Europa come spazio comune. E’ cioè un’Europa che non crede nell’Europa e che quindi difficilmente può cercare un bandolo per pensare un rapporto così importante come quello con la Russia.
