di William Wall *
Il 26 settembre 2026 il portiere della squadra nazionale irlandese di calcio, Gavin Bazunu, comunicava ufficialmente il suo rifiuto a prendere parte all’incontro contro la nazionale israeliana in programma il giorno seguente. La decisione faceva seguito a diverse ore di fitte discussioni fra i suoi compagni di squadra e l’IFA (Irish Football Association) e di disperate richieste dei calciatori ai rappresentanti del governo perché li sollevassero dal peso di una decisione che non poteva gravare solo sulle le loro spalle. Alla fine, il resto della squadra, con 14 voti a favore e 8 contro, ha scelto di disputare l’incontro. La partita (Israele 0 – Irlanda 3) ha acceso i riflettori sul profondo dissenso irlandese nei confronti dell’occupazione israeliana della Palestina e al genocidio di Gaza.
Qualche giorno prima, il Taoiseach (Primo Ministro) irlandese Micheál Martin aveva duramente censurato Israele per le sue azioni a Gaza e in Cisgiordania dichiarando che quando gli orrori di Gaza “saranno definitivamente e interamente rivelati, copriranno di vergogna il mondo intero”. E aveva avallato le dichiarazioni dell’allenatore della nazionale irlandese secondo cui la squadra avrebbe giocato contro il genocidio, suscitando le furiose reazioni razziste dei ministri israeliani. “Israele non può continuare a negare ciò che il mondo sa e ciò che il mondo capisce”.
Parole capaci di spiegare al meglio come il portiere Bazunu non abbia fatto che rispettare l’indirizzo politico ufficiale della repubblica d’Irlanda.
Ma le cose sono più complesse di così.
L’Irlanda dipende significativamente dagli investimenti economici degli Stati Uniti d’America e i governi irlandesi, da decenni, si muovono sul filo del rasoio nel tentativo di bilanciare una politica estera indipendente nei confronti della Palestina con le pressioni provenienti dagli Usa.
Finché, nel maggio del 2024, la situazione era parsa diventare insostenibile. “Il governo (o l’Irlanda) riconosce la Palestina come stato sovrano e indipendente e concorda di stabilire complete relazioni diplomatiche fra Dublino e Ramallah”. Dopo di che l’Irlanda si è affiancata al Sudafrica nel ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja contro Israele (detto per inciso, uno dei principali membri del team legale nel ricorso sudafricano è stata l’avvocata Blinne Ní Ghrálaigh, irlandese). In Irlanda l’iniziativa ebbe un largo consenso popolare. Ma i partiti di governo trovarono il modo di rinviare un disegno di legge che avrebbe impedito ogni tipo di commercio di beni e servizi provenienti dai Territori Occupati, e finirono per approvarlo solo dopo che i servizi ne vennero esclusi. È opinione ampiamente diffusa che lo stallo fosse dovuto alle pressioni provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico e, anche se ciò non corrispondesse al vero, indica di sicuro la spiccata sensibilità del governo irlandese nei confronti del punto di vista della Casa Bianca, in particolare sotto l’attuale amministrazione.
Così, in quello che un giornalista dell’Irish Times ha definito “giorno d’infamia” un gruppo di giocatori di calcio, insieme ai loro allenatori e dirigenti, è stato abbandonato a se stesso a definire quella che avrebbe dovuto essere la politica sportiva nazionale nei confronti dei responsabili di un genocidio, nonostante i loro accorati appelli per un intervento governativo. Il governo irlandese era tornato a muoversi sul filo del rasoio.
La solidarietà irlandese verso la Palestina
Eppure Gavin Bazunu è di gran lunga più in sintonia con i sentimenti del popolo irlandese nel suo complesso di quanto l’atteggiamento dei compagni di squadra e del governo possa far pensare. Fra i paesi europei, l’Irlanda si distingue perché il sostegno alla Palestina e, di fatto, l’identificazione con il popolo palestinese, sono condivisi e praticamente incontestati in tutti gli orientamenti politici, fatta eccezione per l’estrema destra (che in ogni caso costituisce un’esigua minoranza). Chiunque abbia visitato l’Irlanda avrà notato le bandiere palestinesi sventolare nella maggior parte delle città, nei villaggi e persino nelle case di campagna isolate. Quando invece le abitazioni che espongono la bandiera nazionale sono rare, se non in concomitanza di importanti partite internazionali.
Un recente studio condotto dai politologi Miceál Canavan e Liam Kneafsey ha rilevato che il 73% degli intervistati ha molto a cuore la questione palestinese, dato che supera di gran lunga il comune sentire di altre nazioni, Italia e Spagna comprese. La ricerca ha dimostrato anche un forte legame tra la storia irlandese e l’attuale identificazione con la causa palestinese. Agli intervistati è stato chiesto quanto fossero d’accordo con l’affermazione “L’Irlanda ha affrontato un’oppressione storica” e i risultati sono stati incrociati con le opinioni sulla Palestina. Come c’era da aspettarsi, quanti mostravano una particolare sensibilità verso la storia coloniale d’Irlanda erano anche i più critici nei confronti del colonialismo israeliano.
Il risultato di questa consapevolezza storica è che la maggioranza degli irlandesi riconosce la particolare forma di colonizzazione praticata da Israele come un modello sperimentato per la prima volta proprio in Irlanda. Gli studiosi lo definiscono “colonialismo da insediamento” (settler colonialism) per distinguerlo da altre forme. Tutti gli stati coloniali sfruttano le risorse delle loro colonie, ma nella versione da insediamento si cerca anche di rimpiazzare la popolazione indigena e sostituirla con la propria. Spesso il progetto coloniale è guidato dalla pressione demografica all’interno della potenza coloniale (un recente titolo del Times of Israel, decisamente insensibile e poco dopo rimosso, evocava persino uno “spazio vitale”, lebensraum, necessario alla popolazione in crescita di Israele). Giustificato quasi sempre su basi religiose, politiche o persino di civiltà, l’essenza del colonialismo rimane sempre di natura economica. Ma è la spinta a espellere la popolazione indigena per sostituirla con una coloniale che distingue il colonialismo da insediamento da tutte le altre forme di sfruttamento coloniale.
Questo spopolamento forzato è chiaramente in atto in Israele, dove le terre conquistate nella guerra del 1967 sono sottoposte alla costante pressione dei coloni e dove ogni giorno vengono stabiliti nuovi insediamenti protetti dall’IDF (Forze di difesa israeliane). La violenza dei coloni in Cisgiordania ha smesso di essere clandestina e si consuma sotto gli occhi di tutti, mentre la demolizione di ogni traccia di storia e cultura palestinese sulle terre rivendicate dallo Stato di Israele o dai coloni è diventata la politica ufficiale. Per non parlare della cancellazione di alcune delle città abitate più antiche del mondo (per comprendere fino in fondo quest’ultimo aspetto è sufficiente guardare le immagini satellitari di Google Maps di recente aggiornate per Rafah, menzionata per la prima volta in forma scritta nel 1303 a.C.: ciò che ne rimane è un deserto di cemento polverizzato che ricopre un numero sconosciuto di cadaveri).
Irlanda, la prima colonia
L’Irlanda rappresenta un’eccezione in Europa perché è stato un paese colonizzato e non di colonizzatori. Con ogni probabilità la si può definire come la prima colonia dell’età moderna, certamente la prima colonia d’Inghilterra. Gli irlandesi amano far risalire l’inizio della colonizzazione al 1169, l’anno dell’arrivo dei primi normanni, ma in realtà ci vollero secoli prima che gli inglesi imparassero il mestiere e sviluppassero tecniche di sottomissione e sfruttamento che gli sarebbero tornate utili nelle successive imprese coloniali.
All’inizio la corona inglese si accontentò di aver alleggerito una parte della pressione demografica. Baroni ingombranti o turbolenti venivano esportati in Irlanda, ai secondi e terzi figli venivano assegnati ruoli amministrativi, e frotte di avventurieri partivano in cerca di fortuna tra i selvaggi. Ma dovettero fare i conti con una guerra costante con i nativi, un grattacapo per i baroni e la loro gente, ma anche per il sistema fiscale. La soluzione adottata fu la cosiddetta plantation, termine con cui si definiva l’insediamento di colonie di popolamento e lo sfollamento della popolazione indigena. Il progetto di colonizzazione ebbe il suo vero inizio durante il periodo Tudor (1556-1576), con la creazione delle joint stock companies, imprese commerciali il cui scopo era lo sfruttamento di specifiche risorse irlandesi e che divennero il modello, tra gli altri, per la Colonia della Virginia nell’America del nord e la Compagnia delle Indie orientali.
I coloni giunsero in gran numero con le plantation elisabettiane nelle province ribelli del Munster e dell’Ulster nel XVI e all’inizio del XVII secolo. Attraverso modelli commerciali innovativi, installarono colonie opportunamente difese, fortificarono città come Derry e Coleraine, città murate finanziate da un consorzio di compagnie londinesi unite sotto il nome di The Honourable Irish Society. Derry venne ribattezzata Londonderry. Il nome originale irlandese, Doire, significa “bosco di querce”. E ancora oggi, il nome Londonderry è accettabile solo per i discendenti di quei coloni, oggi chiamati Unionisti o Lealisti.
L’obiettivo è sempre stato quello di allontanare le popolazioni locali insofferenti e ribelli e consolidare colonie leali e ben difese, in grado di sfruttare risorse come la pesca, i boschi di cui l’Irlanda abbondava, le miniere e, naturalmente, l’agricoltura.
Le plantation furono accompagnate da quella che oggi non si farebbe fatica a riconoscere come una caratterizzazione razzista degli indigeni irlandesi descritti come selvaggi i cui costumi, leggi e lingua erano considerati barbari. Nel peggiore dei casi, gli irlandesi erano considerati meno che umani, nel migliore, un popolo semplice e ingenuo, incapace di badare a se stesso. Il poeta inglese Edmund Spenser, che visse per diversi anni in Irlanda, fornì la sponda intellettuale al progetto con il pamphlet A View Of The Present State of Ireland (Visione dello stato attuale d’Irlanda), descrivendo gli irlandesi come un “popolo turbolento e primitivo”. Spenser sosteneva la soppressione delle leggi e dei costumi irlandesi, e soprattutto della lingua irlandese, poiché “se la parlata è irlandese, anche il cuore sarà necessariamente irlandese”. Un’impostazione politica rimasta identica per diverse centinaia di anni, mentre il governo inglese, e in seguito quello britannico, ha cercato di sopprimere la lingua e cancellare di fatto le consuetudini e il diritto irlandesi, tentando al contempo di confinare la popolazione locale nelle terre meno fertili, escludendola dall’istruzione e dalle professioni e sfruttandola come manodopera a basso costo, continuando a depredare ed esportare la ricchezza del paese.
La politica di sradicamento e dispersione raggiunse il suo culmine più brutale con la Grande Carestia del 1845-1852. Un milione di persone morì e un altro milione emigrò nella disperazione, mentre i proprietari terrieri irlandesi e gli imprenditori inglesi raccoglievano il grano e spedivano animali vivi verso la “madrepatria”. Se gli inglesi non crearono la peronospora, la malattia che distrusse il raccolto di patate, crearono però le condizioni per cui la mancanza del raccolto di sussistenza per milioni di persone in estrema povertà si sarebbe trasformato in una catastrofe. È questo il significato del colonialismo. E come nel caso della Palestina, l’Inghilterra era il nostro vicino più prossimo, ed erano loro quelli civili.
Per gli israeliani i palestinesi sono selvaggi, incapaci di governarsi da soli, seguaci di una religione barbara che parlano una lingua barbara, anzi, per molti come Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza del governo Netanhyau, i palestinesi “non sono degni di vivere… non sono nemmeno persone”. Gli israeliani, al contrario, sono cittadini di una democrazia altamente sofisticata, con un’economia ricca e innovativa e, va detto, un complesso militare-industriale spropositato e un’arroganza altrettanto smisurata, forse risultato del possesso, secondo stime diverse, di un numero di testate nucleari compreso tra novanta e quattrocento.
Per gli irlandesi tutto questo è fin troppo familiare. Quando sentiamo i politici israeliani parlare della Palestina, riconosciamo lo stesso linguaggio volgare, paternalistico e razzista che sentivamo da Londra. Per quanto, come molti storici sostengono, la Grande Carestia non rientri perfettamente nella classica definizione giuridica di genocidio, in Irlanda il popolo la considera tale. Quando l’ONU ha dichiarato la carestia a Gaza, in tutte le principali città irlandesi si sono verificate reazioni veementi e grandi manifestazioni di protesta.
In realtà nella coscienza pubblica si sono radicate molte altre corrispondenze. Per fare un solo esempio basta prendere il caso dei cosiddetti Black and Tans, la forza di polizia ausiliaria sinistramente celebre per le atrocità di cui si macchiava, inviata in Irlanda nel 1920 per combattere la guerriglia dell’IRA. I Black and Tans inglesi saccheggiarono e diedero alle fiamme diverse città, tra cui Cork, la mia città natale. Bruciarono case, cooperative, fabbriche, scuole. Ridussero alla fame intere città, torturarono e uccisero. Quando la guerra si concluse con la vittoria irlandese, un numero considerevole di loro fu trasferito nella Palestina mandataria che la Società delle Nazioni, nella sua infinita saggezza, aveva affidato alle amorevoli cure del governo britannico.
Eccezioni alla regola
Ci sono, ovviamente, significative eccezioni alla regola. John Banville, forse il più importante romanziere irlandese vivente, ad esempio, ha liquidato le proteste contro il genocidio come “tutta questa roba su Gaza” e “sciocchezze woke”. Si definisce (in modo ben poco pertinente) “filosemita” e ha respinto un recente appello rivolto agli scrittori irlandesi affinché firmassero una dichiarazione di condanna delle azioni israeliane perché in quell’appello “non si fa menzione di Hamas”. “Naturalmente”, ha proseguito, “hanno dato a Netanyahu e alla sua orribile banda la scusa per commettere atrocità. Ma hanno cominciato loro”. Inutile dire che le azioni di Hamas, a prescindere dal fatto che abbiano commesso crimini di guerra, non autorizzano la risposta di Israele. Secondo il diritto internazionale, il genocidio è un crimine unico ed eccezionale per il quale non può mai esserci alcuna giustificazione. Come ha sottolineato l’accademico Michael G. Cronin, un autore di romanzi storici ha sostituito “l’analisi storica con la logica infantile di una disputa da cortile scolastico su chi ha incominciato”.
Alan Shatter, ex ministro della Giustizia ed ex ministro della Difesa in diversi governi guidati dal partito di destra Fine Gael, è un’altra eccezione. Tra i vari episodi imbarazzanti di cui è stato protagonista, si è scontrato nientemeno che con lo studioso israeliano Ilan Pappé, sostenendo che quest’ultimo diffondesse “inesattezze storiche” e statistiche esagerate, arrivando a rivolgersi così a un cittadino israeliano: “Lei non è in grado di comprendere la paura che c’è in Israele per quello che potrebbe accadere in futuro”. Peraltro la scarsità di questo genere di esempi parla da sé. Il popolo irlandese, i suoi rappresentanti politici e le sue principali figure culturali rimangono in stragrande maggioranza legati alla causa palestinese. Il fatto che una squadra sportiva di giovani uomini sia stata costretta – da un governo impegnato a camminare sul filo del rasoio per bilanciare gli investimenti statunitensi con i requisiti dei diritti umani internazionali – nell’intollerabile posizione di dover decidere se giocare per il proprio paese o difendere i propri principi, è una contraddizione destinata a svilupparsi nel tempo.
(traduzione dall’inglese di Stefano Tettamanti)
*William Wall, romanziere e poeta irlandese, vive buona parte dell’anno in Liguria. Fra le sue opere tradotte in italiano, i romanzi L’albero della libertà (Aboca 2025), Ti ricordi Mattie Lantry (Guanda 2024), La ballata del letto vuoto (Nutrimenti 2022), Il turno di Grace (Nutrimenti 2019) e la raccolta di poesie Se è la fine del mondo voglio tenerti per mano (Samuele 2026).
Argomenti: Palestina
