Israele, le elezioni e la verità del "Gattopardo"

Andare controcorrente è un suo “marchio di fabbrica”. Come dire verità scomode. Per questo, e tanto altro ancora, Gideon Levy è un grande giornalista

Israele, le elezioni e la verità del "Gattopardo"
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

7 Settembre 2026 - 18.56


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Andare controcorrente è un suo “marchio di fabbrica”. Come dire verità scomode. Per questo, e tanto altro ancora, Gideon Levy è un grande giornalista. Un giornalista libero, dalla schiena dritta. Il pensiero “mainstream” non gli è mai appartenuto, al contrario lo ha combattuto con la potenza dei suoi scritti. Lo si può amare o detestare (la destra lo ha da sempre nel mirino) ma su un punto “amanti” e detrattori concordano: i suoi articoli, le sue denunce fanno discutere, alimentano il dibattito. Così è anche per l’ultimo articolo di Levy su Haaretz, dal titolo: Il ciclo elettorale israeliano rivela un Paese scollegato dalla realtà

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Scrive Levy”: I commentatori televisivi sono tutti in fermento. A che ora esatta il primo ministro ha ricevuto la telefonata la mattina presto del 7 ottobre 2023? Quando è uscito di casa e a che ora, al secondo, è arrivato a destinazione? 

Forse è stato trattenuto dal truccatore? O dal parrucchiere? Si tratta di un evento di importanza storica e i giornalisti investigativi stanno scavando a fondo alla ricerca di prove incriminanti. Forse è andato in bagno senza che noi ne fossimo informati? E cosa ha fatto nei successivi 53 minuti? 

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Con un pathos riservato alle inchieste giornalistiche di grande rilievo, i giornalisti, gonfi di presunzione, si sono avventati sul suo programma, come se tutto dipendesse dal momento preciso in cui è arrivata quella telefonata salvifica. Se solo Benjamin Netanyahu si fosse attardato meno a casa, se solo fosse stato più veloce ad allacciarsi le scarpe, saremmo stati salvati. A parte il contributo involontario di questi ficcanaso alla sua mitica onnipotenza – se solo fosse stato svegliato in tempo! – questa curiosità attesta anche la superficialità di questa campagna elettorale, priva di qualsiasi contenuto.

Si dice che queste elezioni siano più decisive di qualsiasi altra nella storia di Israele. Si dice che i risultati segneranno il destino del Paese, nel bene o nel male. Sia la sinistra che la destra sono convinte che il 27 ottobre 2026 passerà alla storia.

Ma ciò che precede il giorno delle elezioni è indescrivibile. La campagna elettorale dimostra di essere in grado di separare il grano dalla paglia, eppure insiste nell’affrontare questioni banali, il che mette in dubbio che si tratti davvero di un’elezione epocale.

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Niente riflette lo spirito del tempo quanto l’ossessione per l’agenda di Benjamin Netanyahu. Nessuno osa affrontare questioni critiche – e ce ne sono a bizzeffe – e la gente si rifugia nel regno delle questioni insignificanti.

La domanda su cosa sarebbe successo se si fosse svegliato nel cuore della notte tra il 6 e il 7 ottobre 2023,  avesse telefonato al ministro della Difesa e, subito dopo, ancora intontito dal sonno, anche al capo di Stato Maggiore delle Idf, è quella che sta attirando tutta l’attenzione.

Ma chi si sta interessando alla responsabilità di ciò che abbiamo fatto successivamente a Gaza? Chi si sta interessando al bellicismo che continua ancora oggi? E il nostro futuro? A chi importa, parlateci solo di quella telefonata.

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Netanyahu sta cercando di sviare la conversazione dalle questioni scottanti, e questo è comprensibile, ma l’opposizione e i media stanno cadendo nella sua trappola come mosche. Anche per loro, a quanto pare, è più comodo non toccare le piaghe profonde, dato che nemmeno loro hanno un vero rimedio da offrire. 

Questa campagna elettorale dovrebbe occuparsi delle responsabilità per il 7 ottobre, ma non solo: dovrebbe anche affrontare le responsabilità per Gaza e per il Libano, nonché il fallimento in Iran, il boicottaggio internazionale e i modi per porvi fine.

Soprattutto, il tema centrale avrebbe dovuto essere la direzione verso cui il Paese sta andando. Rimaniamo a Gaza? Lasciamo il Libano? Continuiamo con i pogrom? Smantelliamo gli insediamenti?  Come torniamo nella famiglia delle nazioni?

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Non sentirete una parola su nessuna di queste cose, né dalla coalizione di governo né dall’opposizione. I media, ovviamente, non stanno mettendo in discussione nessuno. Le elezioni come un periodo di draft nello sport: chi giocherà per quale squadra?

La campagna elettorale come centro per l’impiego. Qualche centinaio di persone, la maggior parte delle quali prive di qualsiasi peso, alla ricerca di un lavoro. Chi c’è e chi non c’è. Ecco di cosa si tratta tutto questo trambusto.

Se Avigdor Lieberman sostituisse Itamar Ben-Gvir come ministro della sicurezza nazionale, questo cambierebbe davvero qualcosa? Lieberman metterà fine agli abusi sui detenuti palestinesi?? Persino la domanda se Gadi Eisenkot e Naftali Bennett cambieranno la direzione che questo Paese sta seguendo non ha ancora una risposta chiara. 

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Sì, ovviamente sarà più piacevole e confortevole per gli israeliani, ma Israele ora ha bisogno di molto di più. Un ciclo elettorale che elude le questioni importanti prefigura anche ciò che accadrà una volta terminato. 

Sebbene nulla sia ancora deciso, quando un ciclo elettorale si concentra sul futuro di Chili Tropper, sul passaggio di Tally Gotliv dal Likud a Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, o persino sull’agenda del primo ministro di tre anni fa, una nube scura incombe su ciò che possiamo aspettarci.

Quando tutto suscita solo un grande sbadiglio, la domanda è se Israele, che secondo molti sta affrontando le elezioni più decisive di sempre, sia ancora ancorato alla realtà”, conclude Levy.

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Nostra chiosa fonale: saranno pure le elezioni più drammatiche nella storia di Israele ma, avverte Levy, con buone ragioni, il rischio, o forse è più netto dire la quasi certezza, che siamo di fronte ad uno scenario “gattopardesco”: «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima».

E dentro questo scenario il restare come prima significa anche procedere sulla linea della guerra perpetua.

Di questo scrive, con l’equilibrio e la profondità dell’analisi che lo contraddistinguono, Amos Harel, storica firma di Haaretz, che sul quotidiano progressista di Tel Aviv, firma un report dal titolo: Israele si prepara alla prossima guerra mentre Netanyahu si rifiuta di porre fine a quella attuale

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Argomenta Harel: “Un’esercitazione a sorpresa dello Stato Maggiore condotta domenica dalle Forze di Difesa Israeliane prevedeva un attacco su più fronti contro Israele. Nella Striscia di Gaza, si trattava di un attacco sferrato da Hamas contro le truppe israeliane di stanza all’interno della Striscia, con una forza d’invasione che riusciva a penetrare in territorio israeliano; un battaglione di commando di Hezbollah invadeva un kibbutz al confine con il Libano; si verificava un attentato dinamitardo alle Torri Azrieli a Tel Aviv, eccetera.

L’esercitazione ipotizza che tutte queste mosse siano compiute sotto la direzione dell’Iran. Poco dopo l’inizio delle operazioni, nell’ambito dell’esercitazione, il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir dichiara che è scoppiata la guerra. Questa volta, l’esercito si preoccupa di informare tempestivamente l’Ufficio del Primo ministro.

È piuttosto strano che l’esercito si stia preparando allo scoppio di una nuova guerra, quando in realtà quella precedente non è ancora terminata. Tra esattamente un mese saranno tre anni dal massacro commesso da Hamas il 7 ottobre, e la guerra che ne è derivata non è di fatto terminata su nessun fronte.

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L’Idf è stata colta completamente di sorpresa e non è riuscita a difendere gli abitanti al confine con Gaza il giorno dell’attacco di Hamas, ma da allora ha reagito con forza contro tutti i nemici di Israele: l’Iran, Hamas, Hezbollah e gli Houthi nello Yemen. Eppure, in nessun teatro operativo l’esercito è stato in grado di dichiarare vittoria o anche solo una chiara fine dei combattimenti, e ciò è dovuto al testardo rifiuto del governo Netanyahu di permetterlo.

I successi militari (che lo Stato Maggiore tende a vedere in una luce più positiva rispetto alla maggior parte dei media israeliani) non si sono tradotti in alcun caso in azioni diplomatiche. Finché la situazione dipenderà dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dai suoi alleati, la guerra proseguirà ben oltre il suo quarto anno.

Zamir si è assicurato che l’esercitazione fosse davvero una sorpresa. Funzionari dello Stato Maggiore affermano che solo un ristretto gruppo di ufficiali, che non includeva la maggioranza dei generali, ne era a conoscenza in anticipo. Gran parte dell’esercito è stata mobilitata nelle prime ore del mattino. Entro il primo pomeriggio, le forze speciali si erano radunate alla base di Tze’elim per affrontare uno scenario di attacco a sorpresa nel sud. L’esercitazione dello Stato Maggiore, durata un giorno, si basava interamente sul presupposto che i futuri conflitti non sarebbero stati limitati a un unico fronte.   

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L’esercitazione evidenzia chiaramente che un attacco su larga scala in futuro sarà coordinato, soprattutto a causa dei legami e delle potenziali ripercussioni tra i vari fronti. L’asse iraniano, sebbene indebolito dalla guerra, conserva ancora i propri rappresentanti e alleati, anche se la capacità di Teheran di assisterli è stata compromessa.

Tre anni fa, quando i partner dell’asse erano ancora all’apice del loro potere militare, Israele ha rischiato di trovarsi di fronte a un attacco congiunto. Tuttavia, i primi tentativi di coordinamento tra Hamas, Iran e Hezbollah fallirono. Il leader di Hamas, Yahya Sinwar, scelse inizialmente di agire da solo e di cercare aiuto solo in un secondo momento. L’esitazione dell’Iran e di Hezbollah, che non risposero immediatamente, salvò Israele da un disastro ancora più devastante.

Le guerre regionali non sono finite, ma stanno ora attraversando una tregua temporanea e relativa nei combattimenti. Gli scontri tra Iran e Stati Uniti non coinvolgono Israele, per il momento. In Libano, Hezbollah ha subito un duro colpo con la perdita della cresta di Ali al-Taher. A Gaza, le Forze di Difesa Israeliane attaccano quotidianamente obiettivi di Hamas, anche se il numero delle vittime civili palestinesi non ha raggiunto livelli tali da preoccupare gli Stati Uniti.

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Tuttavia, lo scenario su cui si è basata l’esercitazione di domenica non è affatto inverosimile per due ragioni. Innanzitutto, l’instabilità e i conflitti irrisolti su tutti questi fronti li rendono vulnerabili a una nuova escalation su uno o più di essi.

In secondo luogo, Israele sta entrando in un periodo di turbolenze interne in vista delle elezioni della Knesset tra 50 giorni. L’esercito non lo dice apertamente, ma molto dipende dalla condotta del governo, che è in grado di innescare una conflagrazione, per ragioni politiche proprie, alla vigilia delle elezioni su uno o più fronti.

La situazione oggi è completamente diversa rispetto alle passate campagne elettorali, per quanto tese fossero. Questa volta la posta in gioco è altissima, quindi non solo le mosse del governo saranno sottoposte a un attento scrutinio, ma anche la condotta dell’apparato della difesa.

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Netanyahu ha nuovamente minacciato gli iraniani e i loro alleati. Durante un brindisi per Rosh Hashanah in occasione della riunione settimanale del Consiglio dei ministri, ha avvertito che «se l’Iran commette un errore e ci attacca, verrà colpito più duramente di quanto possa mai immaginare. Siamo determinati a portare a termine il nostro compito di rovesciare il regime: la sua fine è vicina. Diciamo ai nostri nemici: non mettetevi contro di noi. Questa nazione sa unirsi quando è messa alla prova e oggi è la potenza più forte del Medio Oriente, e c’è chi dice anche oltre».

Queste sono parole vuote, avvertimenti vuoti, che qualsiasi politico israeliano avrebbe fatto meglio a evitare dopo il disastro del 7 ottobre, specialmente quando provengono dal leader sotto la cui guida è avvenuto il massacro. Sul fronte iraniano, Israele sembra ancora lontano dalla vittoria. Gli ulteriori sviluppi dipendono interamente dalle decisioni americane. Il presidente degli Stati Unti Donald Trump si è persino adoperato pubblicamente nell’ultimo mese per tenere Israele fuori dal conflitto. Ciononostante, le Idf sono ancora in stato di massima allerta, pronte a un attacco immediato, se necessario, sul fronte iraniano.

La valutazione dei servizi di intelligence militare è che, sotto la doppia pressione attualmente esercitata su di loro – le sanzioni economiche e l’apertura della rotta meridionale dello Stretto di Hormuz sulla costa dell’Oman, che consente un passaggio relativamente sicuro alle navi in partenza dalle coste saudite ed emiratine – la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, deciderà di inasprire la situazione coinvolgendo Israele nel conflitto. I missili iraniani vengono lanciati contro tutti i paesi della regione, tranne Israele. Recentemente è stata colpita la città giordana di Aqaba, vicino a Eilat.

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Per quanto riguarda gli eventi nel Libano meridionale, l’Idf ha affrontato diverse decine di combattenti di Hezbollah che si nascondevano da mesi sulla cresta di Ali al-Taher.  Quasi la metà di loro è stata uccisa e il resto sembra essere fuggito. Lo Stato Maggiore sottolinea di non aver lasciato loro una via di fuga deliberata.

Ora proseguono i lavori di distruzione delle infrastrutture in loco, ma una volta completati, non ci sarà motivo di mantenere il controllo di un territorio così addentrato nel Libano e relativamente lontano dal confine. La domanda è se un governo di destra possa permettersi di ritirarsi e rischiare l’ira della propria base elettorale alla vigilia delle elezioni”, conclude Harel. 

La sua, a ben vedere, è una domanda volutamente retorica. La risposta è scontata: il governo Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich, non si ritirerà mai, perché la guerra perpetua su più fronti, è il loro credo, la loro missione, la loro carta elettorale. 

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