Il 15 agosto i riflettori si sono riaccesi su Kabul, a cinque anni dal ritorno al potere dei taleban. È stato solo un lampo che non ha illuminato la mente dei politici occidentali che non si sono mai assunti la responsabilità di aver ridato il paese in mano ai taleban, dopo vent’anni di occupazione seguiti alla cacciata dei fautori del primo emirato (1996-2001). Certo, la maggior responsabilità è degli Usa che con gli accordi di Doha hanno compiuto lo scempio assicurando che i nuovi taleban non erano i vecchi e non avrebbero praticato la stessa politica. È vero, questo emirato, se possibile, è persino peggio del primo. Le vittime per un regime teocratico, misogino e patriarcale sono innanzitutto le donne.
Nel 2001 la coalizione occidentale con in testa gli Usa aveva millantato, tra gli altri obiettivi, quello di liberare le donne dal burqa, ovviamente non è stato così. Tuttavia, in quegli anni le donne si erano ricavate degli spazi: la possibilità di studiare, lavorare, uscire senza l’accompagnamento di un mahran (uomo di famiglia), fare informazione, cultura, etc. Eppure, gli studenti di teologia (taleban) sono sopravvissuti anche perché non è mai stata debellata la loro ideologia, che hanno continuato a diffondere, anche durante l’occupazione occidentale, mantenendo i loro feudi. Così come i signori della guerra erano presenti nella Loya jirga (una sorta di parlamento).
L’impatto del ritorno dei taleban è stato quindi devastante: ricorderete le persone accalcate all’aeroporto di Kabul che cercavano si salire sugli aerei che riportavano a casa i militari occidentali ma rimanevano a terra. Per fortuna c’è stato anche chi fortunatamente ha ricevuto un visto e ha potuto rifugiarsi in un paese occidentale, ma molti sono stati costretti a rimanere o hanno coraggiosamente scelto di rimanere per continuare a difendere i diritti delle donne come Rawa (Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan). Molti non hanno potuto fuggire, non solo, quelli che erano rifugiati nei paesi vicini vengono rimpatriati. Tre milioni sono stati rimpatriati da Pakistan e Iran nel 2025. Questa è anche la politica della Ue che, a fine giugno, ha ricevuto «clandestinamente» a Bruxelles una delegazione afghana per discutere di rimpatri, anche di molte donne. L’emirato non è riconosciuto a livello internazionale – anche per le pressioni degli afghani democratici – ma questi incontri in qualche modo avallano i taleban come interlocutori. Altri paesi come la Russia (unico paese a riconoscere l’Emirato), spudoratamente, fanno affari con Kabul.
La Ue preferisce ignorare la situazione in Afghanistan, perché questa impedirebbe il rimpatrio, e i vari governi non vogliono assumersi responsabilità. Per questo il quinto anniversario del ritorno dei taleban viene ignorato, nonostante in Afghanistan si pratichi un vero apartheid di genere con la segregazione sessuale, culturale, economica… Le donne devono portare il burqa (velo integrale con una rete all’altezza degli occhi), non possono uscire sole, devono essere accompagnate dal mahran, non possono studiare oltre il sesto anno, i maschi hanno il diritto di picchiare le mogli se non ubbidiscono… Il tutto con sullo sfondo una gravissima situazione economica.
Le afghane, che non si arrendono, hanno ricominciato dal costruire scuole clandestine nelle case. Queste notizie mi riportano al mio viaggio in Afghanistan nel 1998, durante il primo emirato, quando avevo visitato tre progetti per le donne che il Pam (Programma alimentare mondiale) era riuscito a realizzare dopo un braccio di ferro con il governo. I progetti riguardavano panetterie, dove le donne potevano lavorare e quelle sole (dopo le guerre ci sono molte vedove oltre a orfani) andare a comprare il pane, attività di artigianato (tappeti) e corsi per parti in casa, visto che le donne non potevano partorire all’ospedale, a loro vietato perché lavoravano medici maschi. A parte questi momenti in cui le donne potevano respirare, anch’io come loro giravo con il burqa e mi sentivo soffocare.
Un’esperienza, il burqa, o anche solo l’hijab, che suggerisco a tutte le donne che ritengono il velo una libertà per le donne.
