Un pezzo di grande interesse, intelligentemente provocatorio, che collega politicamente Israele al resto del mondo. È quello a firma David Rosenberg su Haaretz, con un titolo che è già di per sé un programma: “Il socialismo è tornato di moda ovunque tranne che in Israele”
Annota Rosenberg: “C’è una vecchia storia risalente ai primi tempi dello Stato che racconta di una delegazione straniera in visita ad Haifa. Da un belvedere che si affacciava sulla città bassa, uno dei visitatori chiese al sindaco cosa ci fosse da fare in città la sera. Il sindaco indicò le fabbriche e i moli sottostanti, le cui luci si accendevano al calar del sole mentre i lavoratori continuavano a faticare fino a tarda ora, e rispose: «Questa è la nostra vita notturna».
È facile dimenticare che l’Israele di oggi, con le sue startup, i miliardari del settore tecnologico, i centri commerciali e i suoi 2,4 trilioni di dollari in attività finanziarie detenute dal pubblico, un tempo era un’economia prevalentemente socialista. Come un archeologo che setaccia i resti di un tel, oggi si possono trovare reliquie di quei tempi apparentemente antichi: le mense comunitarie dei kibbutz, il nome Bank Hapoalim («Banca dei Lavoratori») e una manciata di aziende ancora di proprietà statale. Alcune persone continuano persino a sventolare la bandiera rossa il Primo Maggio.
Ma in Israele il socialismo è stato relegato nel cestino della storia. Parallelamente a quanto avvenuto negli Stati Uniti e in Europa, negli anni ’80 il governo ha iniziato a svendere le aziende statali e a deregolamentare l’economia. Per salvarli dal fallimento, i kibbutz sono stati “privatizzati”, ovvero hanno abbandonato gran parte delle loro pratiche e della loro filosofia comunitarie. L’impero sindacale dell’Histadrut è stato smantellato per lo stesso motivo. L’era del sionismo laburista è un’era che nessuno sembra interessato a far rivivere. Nelle elezioni che si terranno più avanti quest’anno, persino i programmi dei partiti di sinistra sono incentrati sulla destituzione di Benjamin Netanyahu, sulla fine dell’occupazione, sull’uguaglianza per gli arabi e sulla difesa delle istituzioni democratiche. Persino il partito di estrema sinistra «Un posto per tutti noi» ha solo due punti da affrontare in materia di economia: vuole un salario minimo di 50 shekel (17 dollari) l’ora e l’accesso gratuito alla scuola dell’infanzia e agli asili nido fin dalla nascita (una misura che, come ammette, è stata proposta persino dall’arcicapitalista Netanyahu).
Sarebbe un’enorme esagerazione affermare che il socialismo stia conquistando i cuori e le menti negli Stati Uniti e in Europa, ma esiste certamente una fetta ampia e crescente della popolazione, soprattutto tra i giovani e le persone istruite, che disapprova il «capitalismo» e sostiene un miscuglio di politiche che rientrano nella categoria «socialista».
Un recente sondaggio Gallup ha rilevato, ad esempio, un calo di sei punti percentuali nell’«immagine positiva» del capitalismo tra il 2021 e il 2025, scesa al 54 per cento. Tra i democratici, solo il 42 per cento vedeva il capitalismo in termini positivi, contro il 65 per cento che guardava con favore al «socialismo».
Questi dati si sono tradotti in vittorie elettorali. Il sindaco di New York City, Zohran Mamdani, si è candidato alle elezioni come «socialista democratico». Nelle primarie del Congresso di questa settimana, tre candidati sostenuti dal sindaco e che condividono le sue visioni economiche progressiste hanno ottenuto le candidature democratiche nei rispettivi distretti. Graham Platner ha vinto le primarie democratiche nel Maine invocando una «rivoluzione politica» per riprenderci «ciò che è nostro».
In Europa, il Partito dei Verdi di sinistra, guidato da Zack Polanski, avrebbe conquistato il 18 per cento dei voti britannici il mese scorso se le elezioni comunali si fossero tenute a livello nazionale, più di qualsiasi partito della vecchia guardia, secondo un’analisi della Bbc. Gli ultimi sondaggi in Francia mostrano Jean-Luc Mélenchon, del partito di estrema sinistra «France Unbowed», in parità con il candidato dell’establishment, Édouard Philippe. Il partito tedesco Die Linke, nato dal vecchio Partito Comunista della Germania dell’Est, sta cavalcando un’ondata di sostegno giovanile che potrebbe portarlo a superare i socialdemocratici tradizionali nelle elezioni tedesche.
Caveat emptor. Innanzitutto, quasi ovunque sono i partiti di estrema destra a ottenere più voti alle elezioni, anche se va notato che molti di essi sostengono politiche economiche populiste quasi indistinguibili da un socialismo moderato.
In secondo luogo, il tipo di “socialismo” sostenuto dalla sinistra non ha nulla a che vedere con il socialismo delle generazioni precedenti. La rivista The Economist lo definisce «socialismo della Generazione Z», che non aspira alla rivoluzione né tantomeno a un’economia dominata dallo Stato. Le sue richieste sono relativamente modeste, come supermercati di proprietà statale, autobus e assistenza all’infanzia gratuiti, controllo degli affitti e maggiori restrizioni alle imprese, specialmente per quanto riguarda l’intelligenza artificiale. Per finanziare tutto questo, chiede tasse più elevate sui miliardari.
La Gen-Z non punta alla lotta di classe in sé né a un impegno ideologico verso gli ideali della condivisione della ricchezza e dell’uguaglianza. Si tratta di un socialismo di stampo consumistico che richiede un maggiore intervento dello Stato per arginare l’aumento del costo della vita. A differenza del vecchio socialismo della classe operaia, sono i giovani e le persone con un buon livello di istruzione, che aspirano a uno stile di vita borghese, a costituire il nucleo dell’elettorato del socialismo della Gen-Z (infatti, in Europa chi si trova ad affrontare reali difficoltà economiche, tende a sostenere i partiti di estrema destra).
Ciononostante, le difficoltà economiche probabilmente spiegano il crescente interesse per le soluzioni “socialiste”. I costi di cibo, alloggio, assistenza sanitaria e assistenza all’infanzia sono aumentati. Un sondaggio condotto dall’Ocse nel 2024 ha rilevato che il 59 per cento degli intervistati ha espresso preoccupazione riguardo alla copertura di tutte le proprie spese e alla capacità di arrivare a fine mese, e desidera un maggiore aiuto da parte del governo.
Le economie degli Stati Uniti e dell’Europa stanno andando abbastanza bene, ma il livello di ansia riguardo a ciò che riserva il futuro è cresciuto, in particolare per quanto riguarda l’intelligenza artificiale.
Secondo il sondaggio dell’Ocse, gli israeliani non sono più fiduciosi riguardo al futuro. Quando si tratta di riuscire a sbarcare il lunario, di non godere della stessa sicurezza finanziaria dei propri genitori o del fatto che i propri figli possano trovarsi in condizioni peggiori delle loro, gli israeliani sono altrettanto o addirittura più preoccupati.
Allora perché non si rivolgono a soluzioni socialiste, o addirittura all’economia populista dell’estrema destra, come fanno gli altri?
La risposta ovvia è che la popolazione israeliana ha preoccupazioni ben più gravi del costo dell’asilo nido, degli alloggi o della ricotta. Di fronte a ricorrenti attacchi con missili e droni, a uomini che partono per lunghi periodi di servizio di riserva e a tanti altri che affrontano il trauma della guerra, le sfide quotidiane legate alle finanze familiari finiscono inevitabilmente in fondo alla loro lista di preoccupazioni. Gli israeliani sono di gran lunga in testa alla classifica dell’Ocse per quanto riguarda le preoccupazioni geopolitiche (88 per cento), e le loro preoccupazioni riguardano la guerra, non il cambiamento climatico come gli altri.
In ogni caso, gli israeliani potrebbero essere scettici nei confronti del socialismo perché la maggior parte di coloro che sono in vita da abbastanza tempo da ricordarlo ne hanno assistito al declino negli anni ’70 e ’80, quando era diventato corrotto, gonfiato e non più in grado di fungere da motore della crescita economica. Il rovescio della medaglia è che il capitalismo – o almeno quel tipo di capitalismo da “nazione delle startup” che caratterizza Israele – ha fatto bene al Paese: negli ultimi 30 anni, la crescia annuale del Pil israeliano ha superato la media del’Ocse.
C’è un segmento della popolazione israeliana che crede nel socialismo – nella pratica, non di nome, Dio non voglia – e si tratta degli Haredim.
Vivono in quella che lo studioso del mondo ultraortodosso, il prof. Menahem Friedman, una volta definì “l’economia del mondo a venire”, basata su una serie di sussidi e aiuti governativi, che li esonera così dalla necessità di lavorare o avviare attività imprenditoriali, o di acquisire le conoscenze e le competenze per fare entrambe le cose.
Il socialismo haredi può funzionare solo perché il resto del Paese opera in un sistema capitalista che produce ricchezza sufficiente a pagare le loro spese. Tuttavia, si sta rapidamente avvicinando il momento in cui nemmeno quel tipo di socialismo sarà più sostenibile. Israele diventerà finalmente capitalista in tutto e per tutto”, conclude Rosenberg.
Israele, il socialismo non abita qui, da tanto, troppo tempo.
C’è poi un problema che unisce, politicamente, Israele all’Italia e viceversa, o per essere più precisi il campo del centrosinistra nostrano con il campo accidentato dell’opposizione, o pseudo tale, israeliana. Il vizio del “tafazzismo”.
Di cosa si tratti lo spiega molto bene, sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv, Uri Misgav, in un’analisi dal titolo: “Un nuovo partito di sinistra è la migliore notizia politica che Netanyahu abbia ricevuto negli ultimi mesi”.
Spiega Misgav: “La dichiarazione di Alon-Lee Green, secondo cui «Il partito “A Place for Us All” si impegna a sostituire il governo, quindi non lasceremo che i voti del blocco dell’opposizione vadano sprecati», dovrebbe essere trattata con la serietà che merita. La serietà che questa e altre dichiarazioni di Green e dei suoi partner meritano consiste nel non credere a una sola parola di ciò che dicono.
Come faccio a saperlo? Perché solo a gennaio hanno rilasciato una dichiarazione molto chiara: “Standing Together non è un partito e non diventerà un partito, né si presenterà alle elezioni. … Standing Together è un movimento di base, ebraico-arabo, della società civile ed extraparlamentare, e tale rimarrà».
Chi è capace di mentire in questo modo senza battere ciglio potrebbe essere adatto alla politica sporca che Benjamin Netanyahu ha instaurato, ma di certo non ci si può fidare che non aiuti il primo ministro a rimanere in carica.
Al contrario. Al di là dell’arroganza e dell’inaffidabilità, la sfacciataggine di Standing Together (ora ribattezzato A Place for Us All) nel presentare un partito politico risiede nel suo contributo diretto al blocco di Netanyahu. Di fatto, è l’unica buona notizia politica che il premier abbia ricevuto negli ultimi mesi.
E per l’ennesima volta: qualsiasi candidatura alla Knesset da parte di un piccolo partito la cui base elettorale immaginaria non sia quella della coalizione di governo è una benedizione per Netanyahu e i suoi complici.
Ogni voto per un partito che non ottiene voti sufficienti a superare la soglia elettorale è un voto sprecato; voti che in questi casi avrebbero potuto andare ai partiti esistenti nel cosiddetto blocco del cambiamento.
Questo vale tanto per gli elettori creduloni che potrebbero essere fuorviati da Green e dalla sua partner politica Rula Daood, quanto per i riservisti di Yoaz Hendel e per imbarazzanti movimenti (ebraici) di riconciliazione come il «Fourth Quarter» ed «El Hadegel».
Sei mesi fa, «Haaretz Weekend» ha dedicato a Green un articolo dal titolo: «Con un movimento di massa ebraico-arabo alle spalle, Alon-Lee Green sta ridisegnando la sinistra israeliana».
Ma scherziamo? Non ho visto alcun movimento di massa ebraico-arabo alle sue spalle, e se insiste a candidarsi, probabilmente sprecherà al massimo qualche migliaio di voti. Ma ogni voto conta. «Un posto per tutti noi» sottrarrà voti soprattutto al partito a maggioranza araba Hadash, rischiando anche di avvicinarlo alla soglia elettorale.
Nelle ultime elezioni generali del novembre 2022, al partito di sinistra Meretz sono mancati 4.000 voti per superare la soglia elettorale e conquistare quattro seggi alla Knesset; a Balad sono mancati 16.000 voti per superare la soglia. La presidente del Partito Laburista, Merav Michaeli, aveva rifiutato una candidatura congiunta con Meretz; anche il leader di Balad, Sami Abu Shehadeh, aveva insistito affinché il suo partito si presentasse da solo. Invece di un pareggio 60-60 alla Knesset, abbiamo ottenuto il governo Netanyahu-Ben Gvir.
Ci si sarebbe potuto aspettare che, come minimo, questa lezione traumatica fosse stata imparata. Ma a quanto pare ci sarà sempre spazio per narcisisti ed egocentrici ai margini del blocco.
Green e Daood propongono un argomento circolare ben noto: porteremo alle urne un gran numero di israeliani che in ogni caso hanno perso fiducia nella democrazia, quindi non sprecheremo voti.
Nel periodo precedente alle elezioni del 2019, ho conosciuto una persona del genere: un poliedrico uomo di sinistra ben intenzionato che aveva fondato un partito. Era convinto che avrebbe esordito con il botto:
Diceva che c’erano centinaia di migliaia di israeliani apatici che questa volta avrebbero potuto recarsi alle urne grazie a lui, e ha speso milioni di shekel per la campagna. Ho cercato di farlo ragionare, ma invano. Il suo partito ha ottenuto solo 1.387 voti.
Il caporedattore di Haaretz, Aluf Benn, ha definito ancora una volta Netanyahu un “genio politico, mettendo in dubbio la possibilità di sconfiggerlo.
Non sono d’accordo con Benn su due punti. Netanyahu non è poi così geniale. E la sua prolungata sopravvivenza politica è in gran parte dovuta alla debolezza, all’opportunismo e all’ingenuità di una schiera mutevole di rivali diventati alleati (Ehud Barak, Naftali Bennett, Yair Lapid), e talvolta semplicemente al tradimento (Benny Gantz per due volte, Gideon Sa’ar). Allo stato attuale, Netanyahu può essere sconfitto, forse anche in modo decisivo. Ma ciò potrà avvenire solo se non si commetteranno errori.
Le prossime elezioni dovrebbero essere affrontate nello spirito di ciò che il leggendario allenatore del Liverpool, Bill Shankly, disse una volta a proposito del calcio: «Alcuni credono che [sia] una questione di vita o di morte. … Posso assicurarvi che è molto, molto più importante di questo», conclude Misgav.
Ecco spiegato come molto della forza di Netanyahu sta nella congenita, disarmante, debolezza, politica, culturale, identitaria, di leadership, di quelli che dovrebbero rappresentare l’opposizione a Bibi e alla destra fascista e messianica d’Israele.
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