Javier Milei non sta riformando il mercato del lavoro argentino. Lo sta rifondando contro i lavoratori.
La sua offensiva legislativa – oltre duecento articoli per smantellare tutele, contratti collettivi e potere sindacale – non è una modernizzazione necessaria, come la racconta il governo, ma l’ennesimo capitolo di una storia già vista: quella dell’estrema destra che, una volta al potere, si accanisce sui diritti sociali in nome dell’efficienza e della libertà di mercato, mentre tutela senza pudore gli interessi di imprese, grandi patrimoni e rendite.
Il linguaggio è quello tipico dei crociati neoliberali: “rigidità”, “costi”, “patologie”, “distorsioni”. Il bersaglio è sempre lo stesso: il lavoro organizzato, colpevole di esistere come soggetto collettivo e non come semplice variabile da comprimere. Dietro la retorica libertaria di Milei, dietro le sue invettive contro lo Stato e la “casta”, si muove una politica chiarissima: togliere potere a chi vive del proprio salario per rafforzare chi vive del lavoro altrui.
La riforma colpisce nel cuore il modello sociale argentino costruito nel dopoguerra. Indennità di licenziamento ridotte, periodi di prova estesi, contrattazione collettiva svuotata, diritto di sciopero ristretto nei settori definiti “essenziali” con criteri sempre più elastici. È una riscrittura unilaterale del patto sociale, imposta dall’alto, che trasforma la precarietà in norma e l’insicurezza in strumento disciplinare.
Milei sostiene che tutto questo servirà a ridurre il lavoro nero. Ma è una favola ideologica: la storia economica insegna che la deregolamentazione non fa emergere il sommerso, lo rende solo più conveniente. Quando licenziare costa meno, assumere non diventa automaticamente più facile: diventa semplicemente più rischioso essere lavoratori. Il prezzo della “flessibilità” non lo pagano i mercati, lo pagano le famiglie, i giovani, chi non ha alternative.
Non è un caso che le organizzazioni imprenditoriali guardino alla riforma con favore, anche se con qualche cautela tattica. Il cuore del progetto piace: meno vincoli, meno cause, meno sindacati. È la vecchia promessa che l’estrema destra fa al capitale quando arriva al governo: ordine sociale in cambio di libertà economica per i forti. Il conflitto non viene superato, viene represso o neutralizzato.
Il peronismo, con tutte le sue contraddizioni e degenerazioni, aveva costruito un’idea di cittadinanza fondata anche sul lavoro come diritto e come identità collettiva. Milei vuole distruggere proprio questo: non solo una tradizione politica, ma l’idea stessa che i lavoratori possano contare qualcosa come soggetto organizzato. È una battaglia culturale prima ancora che legislativa.
Le piazze piene e gli scioperi generali non sono un residuo del passato, come li descrive il presidente con disprezzo. Sono il segnale che una parte larga del paese ha capito cosa c’è in gioco. Perché quando un governo parla ossessivamente di libertà ma comincia togliendola a chi lavora, quella non è libertà: è gerarchia sociale mascherata da riforma.
L’esperimento Milei si inserisce in una tendenza globale: dall’Europa agli Stati Uniti, l’estrema destra promette di “difendere il popolo” e poi governa sistematicamente contro di esso. La guerra al lavoro è il suo vero programma, perché un lavoro debole significa una società più docile, più diseguale, più controllabile.
In Argentina, oggi, questa guerra ha un nome e un volto. E non riguarda solo Buenos Aires. È un avvertimento per chiunque creda ancora che l’estrema destra, una volta al governo, possa essere qualcosa di diverso da ciò che è sempre stata: il partito dei padroni, travestito da ribellione.
