L’amministrazione Trump ha autorizzato una maxi-vendita di armi a Israele per un valore superiore ai 6,5 miliardi di dollari aggirando ancora una volta il Congresso, in una forzatura istituzionale che segna un ulteriore passo nella demolizione dei meccanismi di controllo democratico sulla politica estera statunitense. L’annuncio è arrivato venerdì 30 gennaio 2026 dal Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio, ed è la terza volta che la Casa Bianca ricorre a procedure d’emergenza per accelerare le forniture militari a Tel Aviv senza un vero confronto parlamentare.
Il pacchetto comprende quattro distinte vendite e include armamenti pesanti e sistemi ad alta tecnologia: trenta elicotteri d’attacco Apache AH-64E con sistemi di puntamento avanzati, migliaia di veicoli tattici da combattimento di nuova generazione, elicotteri leggeri e componenti per mezzi corazzati. Le cifre complessive oscillano, a seconda delle fonti, tra 6,5 e 6,7 miliardi di dollari. Un’enormità, soprattutto se collocata nel contesto attuale, segnato da un cessate il fuoco fragile a Gaza, da una crisi umanitaria senza precedenti e da una crescente instabilità regionale che coinvolge anche l’Iran.
Normalmente, le vendite di armi all’estero prevedono un periodo di revisione congressuale che consente ai legislatori di esercitare il proprio ruolo di controllo, porre domande e, almeno in teoria, bloccare operazioni controverse. Questa volta, però, il Congresso è stato informato appena un’ora prima dell’annuncio pubblico. L’amministrazione ha invocato i poteri di emergenza previsti dall’Arms Export Control Act, senza però fornire una documentazione dettagliata o una motivazione convincente che giustificasse l’urgenza. Una scelta che molti parlamentari democratici hanno definito un abuso deliberato delle norme e un segnale inquietante di disprezzo per la separazione dei poteri.
Gregory Meeks, esponente di primo piano dei Democratici alla Camera, ha accusato apertamente Rubio e la Casa Bianca di aver calpestato anni di prassi consolidate e di aver escluso il Congresso da qualsiasi discussione seria sul futuro di Gaza e sulla strategia statunitense in Medio Oriente. Non si tratta di un episodio isolato, ma di un metodo ormai strutturale: già nel 2025 Trump aveva bypassato il Parlamento per approvare vendite di armi per decine di miliardi di dollari, trasformando quella che dovrebbe essere un’eccezione in una regola.
Il quadro si aggrava se si considera che, in parallelo, Washington ha autorizzato una vendita separata di missili Patriot all’Arabia Saudita per circa 9 miliardi di dollari, portando il totale delle recenti approvazioni a quasi 16 miliardi. Una pioggia di armamenti che alimenta tensioni, rafforza regimi autoritari e lega sempre più strettamente la politica estera statunitense agli interessi dell’industria bellica.
Sui social, le reazioni sono state polarizzate ma rivelatrici. Da un lato, critiche durissime che parlano apertamente di deriva autoritaria, di complicità nei crimini contro i palestinesi e di un’amministrazione che usa l’emergenza come pretesto permanente. Dall’altro, il solito fronte che giustifica tutto in nome della “sicurezza di un alleato”, ignorando deliberatamente il prezzo umano e politico di questo sostegno incondizionato.
Dietro la retorica della difesa e della stabilità regionale, emerge così un disegno più ampio: accelerare le forniture militari, ridurre al silenzio il Congresso e normalizzare una politica estera sempre più opaca, personalistica e aggressiva. Come sottolinea anche il New York Times, questa prassi mina alla radice la supervisione democratica e conferma la volontà dell’amministrazione Trump di governare per decreti e scorciatoie, soprattutto quando si tratta di guerra e affari miliardari. In un momento in cui la comunità internazionale chiede responsabilità, diritto e protezione dei civili, Washington sceglie invece la strada opposta: più armi, meno controlli, zero accountability.
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