Groenlandia, la Casa Bianca fa sapere che l'unica trattativa è quella sul modo di impossessarsi dell'isola

Karoline Leavitt ha dichiarato che quel gruppo di lavoro servirebbe a condurre “colloqui tecnici sull’acquisizione della Groenlandia”

Groenlandia, la Casa Bianca fa sapere che l'unica trattativa è quella sul modo di impossessarsi dell'isola
Proteste contro gli Usa per la Groenlandia
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16 Gennaio 2026 - 12.55


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Doveva essere un canale diplomatico per gestire divergenze “fondamentali”. Per la Casa Bianca di Donald Trump, invece, è l’ennesimo tassello di una politica imperiale che tratta territori e popoli come merce negoziabile. La Groenlandia torna così al centro di una torsione inquietante della politica estera statunitense: quella che scambia la sovranità per un affare immobiliare e il diritto internazionale per un dettaglio fastidioso.

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Dopo l’incontro di mercoledì con il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia avevano annunciato la creazione di un gruppo di lavoro con Washington per discutere le profonde divergenze sul futuro dell’isola artica. Un tentativo, per quanto complesso, di riportare il confronto su un piano politico e diplomatico. Ma a demolire l’equivoco è arrivata, puntuale, la portavoce di Trump.

Karoline Leavitt ha infatti dichiarato che quel gruppo di lavoro servirebbe a condurre “colloqui tecnici sull’acquisizione della Groenlandia”. Acquisizione. Il termine non è scivolato per caso: è la spia di una visione coloniale mai davvero archiviata, che riaffiora con brutalità nella retorica trumpiana. Come se nel XXI secolo fosse ancora lecito pensare di comprare un territorio abitato, ignorando l’autodeterminazione dei groenlandesi e la sovranità danese.

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La reazione di Copenaghen non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen, intervenendo sull’emittente TV2, ha ribadito con nettezza le linee rosse della Danimarca: la Groenlandia non è in vendita. E ha aggiunto, con un’ironia gelida, che se gli Stati Uniti si presenteranno al tavolo con quell’impostazione, gli incontri saranno “molto, molto brevi”. Traduzione diplomatica: l’imperialismo travestito da pragmatismo non avrà cittadinanza.

Il problema, però, va ben oltre una frase infelice o una portavoce troppo zelante. È la conferma di una strategia che Trump ha già esplicitato più volte: piegare alle esigenze della “sicurezza nazionale” statunitense ogni vincolo giuridico e politico, dal diritto internazionale alle alleanze storiche. La Groenlandia interessa per le sue risorse, per la sua posizione strategica nell’Artico, per la competizione con Russia e Cina. Ma invece di un confronto tra pari, Washington propone l’arroganza del più forte.

Oggi, mentre una delegazione di parlamentari statunitensi arriva a Copenaghen per incontrare i vertici danesi e groenlandesi, il contesto è tutt’altro che neutro. Al Folketing sventola la bandiera della Groenlandia, simbolo visibile di un’identità e di un diritto all’autodeterminazione che la Casa Bianca sembra considerare un fastidio. È difficile immaginare che le parole di Leavitt non vengano sollevate durante i colloqui, come un macigno che pesa sull’intera visita.

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Quella sulla Groenlandia non è una bizzarria isolata, ma un tassello coerente del trumpismo: la politica estera ridotta a rapporti di forza, l’alleato trasformato in vassallo, il territorio concepito come bottino. Un approccio che mina la credibilità degli Stati Uniti e riporta alla mente le peggiori stagioni dell’imperialismo novecentesco.

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