In Grecia deportano i migranti e in Libia sparano dalle motovedette regalate dall'Italia

Li deportano, li abbandonano a largo delle coste. E li affamano pure. E’ il “modello greco” sui migranti.

In Grecia deportano i migranti e in Libia sparano dalle motovedette regalate dall'Italia
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11 Luglio 2023 - 15.56


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Li deportano, li abbandonano a largo delle coste. E li affamano pure. E’ il “modello greco” sui migranti.

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Così li affamano

Da un report Ansa-Afp: “Mentre la Grecia ritira il sostegno ai migranti, migliaia di persone soffrono la fame. In un appartamento fuori vista in uno dei quartieri più poveri di Atene, dozzine di donne migranti con i loro bambini piccoli fanno la fila per le donazioni di cibo. Sono stati lasciati fuori dai programmi di sostegno per i richiedenti asilo, che in Grecia sono in calo. Deniz Yobo, 33 anni, originaria del Niger, ha raccolto abbastanza riso, lenticchie, farina, miele e biscotti per riempire la dispensa della sua cucina per il prossimo mese.
Madre di due figli che cresce da sola, Yobo ha visto il suo magro stipendio quasi spazzato via quest’anno dall’aumento del costo della vita in Grecia. Lavorando come donna delle pulizie part-time, guadagna meno di 500 euro al mese, appena sufficienti per pagare i suoi 350 euro di affitto. “Spesso, a metà mese, non ho più abbastanza soldi per sfamare i miei figli”, racconta. La Grecia ha costantemente ridotto i sussidi offerti a richiedenti asilo e rifugiati in mezzo a un atteggiamento inasprito nei confronti dei migranti in tutta Europa. L’assistenza finanziaria di poche centinaia di euro al mese termina quando a un richiedente asilo viene concesso lo status di rifugiato. A dicembre, Atene ha interrotto un programma finanziato dall’Unione Europea che aveva offerto alloggi in affitto a decine di migliaia di rifugiati negli ultimi sette anni.

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“Il programma ha completato la sua missione”, disse all’epoca l’allora ministro delle migrazioni Notis Mitarachi, aggiungendo che i “pochi” richiedenti erano stati portati in campi “moderni”.
Fahima, una donna afghana sui vent’anni, era tra le persone lasciate in strada. Dopo diversi mesi, lei e sua madre sono riuscite a trovare alloggio in con altre otto persone. Fahima, che è stata in Grecia negli ultimi sei anni, ha visto respingere la sua domanda di asilo. Si trova quindi fuori legge e non può beneficiare di alcun aiuto di Stato.
“Sono in una situazione terribile – dice – in cui non ho aiuti di stato e non riesco nemmeno a trovare un lavoro”.
Negli ultimi 18 mesi, il gruppo di aiuto umanitario Intersos ha fornito cibo a oltre 5.000 migranti e rifugiati, il 54% dei quali minorenni.
Matina Stamatiadou, supervisore del programma ‘Cibo per tutti’, afferma che i beneficiari sono rifugiati, richiedenti asilo respinti, migranti privi di documenti e migranti che possono avere un lavoro ma che ricevono “salari da povertà”. In un solo anno, la lista d’attesa per queste distribuzioni mensili è quadruplicata a più di 2.000 persone, ha affermato. La priorità è data ai richiedenti in gravi difficoltà, come donne sole con bambini o persone con gravi problemi di salute. “La Grecia si considera ancora un paese di transito.
Tuttavia, molti rifugiati vivono qui da diversi anni e vogliono integrarsi. Ma il governo non è riuscito a mettere in atto una politica efficace a questo scopo”, afferma Stamatiadou.
Il direttore Apostolos Veizis stima che circa 15.000 rifugiati ad Atene non abbiano accesso a pasti giornalieri completi: “Quando hai fame – fa notare – non puoi cercare lavoro, prenderti cura delle tue procedure legali o della tua salute” e “per ottenere denaro, sei anche disposto a metterti in pericolo, a fare attività illegali, a prendere in prestito senza poter restituire”.
Quasi il 60 per cento delle persone aiutate dall’organizzazione ha avuto accesso a cibo sufficiente solo tra l’una e il tre volte alla settimana ed erano quindi in una situazione di grave insicurezza alimentare secondo i criteri delle Nazioni Unite.
La fame ha anche gravi conseguenze per lo sviluppo fisico e mentale dei bambini, afferma Apostolos Veizis. “A volte i miei figli non vanno a scuola perché non hanno mangiato e sono troppo stanchi”,osserva Cynthia Efionandi, una trentenne del Niger.
“Sentiamo racconti terribili di ragazze adolescenti che non vanno a scuola quando hanno il ciclo perché i genitori non possono permettersi gli assorbenti igienici” e di bambini affamati che svengono in classe, conclude Veizis. 

Il “metodo libico”

Così Nello Scavo su Avvenire: “Per la terza volta nel 2023 le motovedette libiche fornite dall’Italia hanno sparato sugli equipaggi della Federazione internazionale della Croce rossa. Un crimine sanzionato dal diritto internazionale, ma che Tripoli continua a commettere confidando nel silenzio delle autorità, in particolare quelle italiane che continuano ad equipaggiare le varie milizie del mare affiliate a vari ministeri di Tripoli.

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«L’equipaggio a bordo della nave di soccorso umanitaria Ocean Viking, gestita da Sos Mediterranee dalla Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa – si legge in una nota congiunta -, ha risposto a una chiamata di mayday su una piccola imbarcazione in difficoltà in acque internazionali al largo delle coste libiche. È stata la seconda operazione della giornata, dopo un primo salvataggio di 46 persone avvenuto anch’esso in acque internazionali nella regione libica di ricerca e soccorso».

A quel punto, mentre il trasbordo dal barchino ai gommoni era in corso e, come si nota dai filmati, la Ocean Viking si era identificata via Radio, la motovedetta (una classe Corrubia appartenuta in passato alla Guardia di finanza) ha puntato la prua e soprattutto i mitraglieri contro i soccorritori. I filmati dalle “onboard camera” riprendono i soccorritori a rannicchiarsi insieme ai migranti per sfuggire alla traiettoria dei proiettili.

L’episodio è di venerdì scorso. «La guardia costiera libica ha sparato colpi di arma da fuoco in prossimità dell’equipaggio di salvataggio. Si tratta del terzo incidente di quest’anno, che si inserisce in un contesto di crescente insicurezza nel Mar Mediterraneo», ribadiscono le organizzazioni umanitarie.

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I naufraghi e i membri dell’equipaggio sono riusciti a mettersi in salvo a bordo della Ocean Viking, ma tutti sono sotto choc e alcuni hanno riportato ferite a causa delle manovre della guardia costiera libica. Giannis, leader del gommone di salvataggio più vicino alla motovedetta, ha spiegato che «l’impatto della scia creata deliberatamente dalla motovedetta libica sulle nostre imbarcazioni è stato così forte che mi sono ferito alla schiena. Mentre continuavano a sparare e a inseguirci, la sicurezza delle persone soccorse e dell’equipaggio era nelle mani di un uomo armato».

Richiesta di chiarimenti

Le operazioni di ricerca e salvataggio e uno stretto coordinamento in queste questioni sono assolutamente fondamentali, l’Ue chiederà alle competenti autorità italiane e libiche di chiarire la situazione” in merito alle domande sollevate dopo che la Guardia Costiera libica è stata filmata nel weekend mentre stava sparando in aria durante un’operazione di salvataggio della Ocean Viking, nave di Sos Mediterranee. Lo ha detto una portavoce della Commissione europea durante il briefing quotidiano con la stampa.

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“Per noi è molto chiaro che tutte le operazioni di ricerca e salvataggio da parte di qualsiasi attore devono essere condotte nel pieno rispetto dell’assistenza internazionale”, ha aggiunto. 

“L’assistenza Ue, che è incanalata attraverso le autorità italiane, in quanto nostri partner attuatori, è soggetta a un forte monitoraggio”, ha ricordato anche la portavoce della Commissione. “L’aumento dei flussi regolari nel Mediterraneo centrale e i conseguenti tragici incidenti in mare che vediamo chiaramente mostrano l’urgente necessità di intensificare la nostra cooperazione con i Paesi terzi per affrontare questo problema”, ha ribadito. 

Fronte tunisino

Ne scrive Franz Baraggino per Il Fatto Quotidiano: ”Si sta trasformando in una crisi umanitaria la sequela di espulsioni dei migranti subsahariani che le autorità tunisine continuano ad abbandonare nelle zone desertiche ai confini con la Libia e l’Algeria. Migliaia le persone che secondo le organizzazioni umanitarie vengono deportate e lasciate senza acqua né cibo, comprese donne e bambini. Il presidente tunisino Kais Saied ha respinto duramente le accuse di trattamenti disumani nei confronti dei migranti, parlando di illazioni “degli ambienti coloniali” che “seminano zizzania attraverso i social network trasformati in strumenti di propaganda per destabilizzare il Paese”. Da giorni, infatti, girano foto e video che testimonierebbero le dure condizioni dei migranti espulsi dalla Tunisia. Ma proprio mentre Saied si scaglia con organizzazioni come Human Rights Watch, sale anche l’attenzione dei media internazionali che mostrano in diretta le immagini degli espulsi sulle sponde a Sud del Mediterraneo e rilanciano le loro testimonianze.

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Risale al 2016 la barriera eretta tra Tunisia e Libia per arginare il terrorismo islamico e i traffici tra i due Stati. Va dal villaggio di Ras Agedir sulla costa del Mediterraneo e percorre 200 chilometri fino alla città di Dehiba. Un deserto di sabbia e canali artificiali che in questi giorni si è trasformato nell’inferno per migliaia di subsahariani, compresi studenti e rifugiati, per lo più espulsi dalla città di Sfax dove da una settimana è salita la tensione tra residenti e stranieri, con l’uccisione, lunedì scorso, di un tunisino. Nella città, principale porto di partenza dei migranti che prendono il mare per raggiungere l’Italia, sono migliaia gli africani di varie nazionalità sloggiati dalle loro abitazioni. Molti denunciano di essere stati privati di documenti e denaro e di non avere nemmeno i soldi per comprare l’acqua, come confermano i tunisini solidali intervistati dall’emittente francese France24 mentre distribuivano acqua e cibo. Il Paese, alle prese con un probabile default finanziario che ha già fiaccato la popolazione, ha visto le autorità, compreso il presidente Saied, denunciare nei mesi scorsi la presenza degli stranieri subsahariani che sarebbero parte di un piano per “africanizzare” la Tunisia. In un’area come quella di Sfax l’insofferenza è sfociata in scontri e manifestazioni dei residenti contro i migranti, che in molti casi si sono dati alla fuga prendendo d’assalto i mezzi di trasporto, mentre già nei mesi passati erano aumentate le persone che decidevano di tornare nel Paese d’origine proprio per il clima creatosi e, denunciano le organizzazioni come la Lega tunisina per la difesa dei diritti umani, fortemente alimentato dai media nazionali.

Per stessa ammissione del governo, già nei giorni scorsi era stata confermata l’espulsione da Sfax verso le frontiere di almeno 1.200 persone “dal 28 giugno a oggi”. Il ministro degli Interni tunisino Kamel Feki e il suo omologo libico Mustafa Trabelsi si sono sentiti ieri per affrontare insieme il problema degli “attraversamenti illegali” dei migranti, e i rispettivi ministri degli Esteri hanno ribadito la volontà di affrontare la questione dei subsahariani al confine tra i due Stati “nel pieno rispetto delle normative vigenti nei due Paesi e in conformità con le leggi e gli standard internazionali”. Ben diversa, invece, la situazione che si è trovato di fronte il reporter di Al Jazeera, Malik Traina, che ha raggiunto la zona costiera di Ras Agedir per incontrare e filmare le migliaia di persone espulse nell’area e ormai lì da giorni. 

 “Abbiamo dovuto bere l’acqua di mare”, racconta uno di loro ai microfoni del giornalista, mentre alle sue spalle si vedono donne con bambini piccoli e persone ferite cui serve assistenza. Il governo tunisino ha detto che non intende lasciar rientrare queste persone. “Serve una soluzione a livello internazionale: i paesi d’origine, di transito e di destinazione in Europa così come le organizzazioni internazionali devono collaborare e finanziarci”, ha riassunto Moez Barkallah, deputato tunisino fedele al presidente Saied. Intanto “i militari hanno picchiato i migranti e sparato colpi di fucile in aria”, racconta la ricercatrice di Human Rights Watch, Lauren Seibert, che rimane in contatto diretto con alcune degli espulsi ricevendo informazioni e video. Lo stesso, denuncia la ong, fanno i militari libici per impedire loro di entrare in Libia. Col risultato che in migliaia rimangono bloccati in questa terra di nessuno. “Abbiamo chiesto alla Tunisia di fermare immediatamente le espulsioni collettive verso le zone deserte al confine con Libia e Algeria, ma ad oggi non ci è stata data alcuna risposta né motivazione ufficiale”, ha detto Seibert.[…]. Nel frattempo sembra che le forze di sicurezza di Rabiana, un’area remota nell’estremo sud-est della Libia, abbiano smesso di intercettare i migranti che puntano alle coste libiche sul Mediterraneo dopo la fuga dal Sudan, dove è in corso una guerra civile. Il funzionario a capo della Direzione per la sicurezza di Rabiana ha dichiarato alla Agenzia Nova che “le forze di sicurezza locali non hanno le capacità, né i fondi o gli alloggi necessari per far fronte a questo flusso di sfollati in arrivo dal Sudan”. Denunciando che “le autorità di Tripoli hanno smesso di erogare fondi, motivo per cui le forze di sicurezza locali hanno smesso a loro volta di intercettare i migranti”. Sottolinea di essersi recato a Tripoli più di una volta “per ottenere sostegno, senza però aver ottenuto forze aggiuntive”.

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