Le mani del Sultano di Ankara Erdogan sul petrolio libico. Ovvero, come nella “partita dei Memorandum” la Turchia batte l’Italia 2 a 0.
Sette articoli per un patto di ferro
Preziosa è l’”esegesi” del Memorandum turco-libico fatta da Agenzia Nova.
“Si compone di sette articoli suddivisi in quattro pagine il controverso memorandum d’intesa tra il Governo di unità nazionale della Libia (Gun) e il Governo della Repubblica di Turchia sulla cooperazione nel settore degli idrocarburi. Il documento ha una valenza di tre anni, rinnovabili per altri tre, ed è stato firmato il 3 ottobre scorso a Tripoli per la parte turca dal ministro dell’Energia e delle risorse naturali, Fathi Donmez, e per la parte libica dal ministro dell’Economia, Mohamed Hweij, ma a nome del ministro del Petrolio, Mohamed Aoun. Quest’ultimo ha pubblicamente criticato la scelta del primo ministro uscente, Abdulhamid Dabaiba, di sottoscrivere l’accordo mentre era all’estero, per l’esattezza in visita in Sudafrica. Si tratta, a ben vedere, di una delle tante controversie del documento riservato, di cui “Agenzia Nova” è venuta in possesso, aspramente criticato tanto in patria quanto all’estero.
Nell’introduzione, il protocollo nella sua versione inglese (le altre due sono in arabo e in turco) visto da “Nova” sottolinea la profondità delle relazioni tra i due Paesi e la “volontà di sviluppare ulteriormente la cooperazione esistente nel settore degli idrocarburi”. Un riferimento, quest’ultimo, all’accordo sottoscritto a Istanbul il 27 novembre 2019 sulla delimitazione dei confini marittimi, considerato però illegale sotto il profilo del diritto internazionale. L’articolo 1, dedicato agli “Obiettivi”, evidenzia al primo paragrafo come lo scopo principale sia “promuovere lo sviluppo della cooperazione bilaterale scientifica, tecnica, tecnologica, legale, amministrativa e commerciale tra le parti nel settore degli idrocarburi”. Al secondo paragrafo, vengono elencati i mezzi attraverso i quali questi obiettivi dovranno essere raggiunti, come lo scambio di informazioni, esperienze, competenze, expertise; la formazione delle risorse umane; l’organizzazione di seminari, conferenze e incontri a tema.
L’articolo 2 del protocollo d’intesa è dedicato alle “Forme di cooperazione” ed è diviso in sei paragrafi. Al primo punto, le parti si impegnano a cooperare “a) nei progetti relativi allo sviluppo e all’utilizzo delle risorse degli idrocarburi; b) nello sviluppo dei progetti relativi all’esplorazione, la produzione, il trasporto, la raffinazione, la distribuzione e il commercio degli idrocarburi; c) nella produzione e nel commercio di petrolio e gas, prodotti petrolchimici, prodotti di petrolio raffinato d) nello scambio di esperienze e nell’organizzazione di attività di formazione nelle strutture di mercato del gas naturale e del petrolio, inclusi studi legislativi”.
Nel secondo paragrafo, Turchia e Libia confermano “il loro interesse condiviso nell’assicurare l’esplorazione, lo sviluppo e l’incremento della produzione di idrocarburi in entrambi i Paesi”. A tal riguardo, le parti concordano di “assicurare la realizzazione dei progetti integrati allo scopo di promuovere l’esplorazione, lo sviluppo e la produzione nelle risorse onshore o offshore di entrambi i Paesi”. In particolare, prosegue il testo, la parte libica assicura che la National Oil Corporation (Noc) inviterà la Turkiye Petrolleri Anonim Ortakligi (Tpao, inclusi i consorzi dove è coinvolta l’azienda turca) “a partecipare ai progetti onshore e offshore della Libia, sulla base delle procedure applicate” nel Paese nordafricano.
Non solo. Al terzo paragrafo, la parte libica assicura che la Noc dovrebbe sottoscrivere accordi o contratti con Tpao, sempre sulla base delle procedure applicate in Libia, “per realizzare operazioni petrolifere (incluse ma non limitate all’esplorazione, stime, sviluppo, produzione, separazione, trattamento, stoccaggio e trasporto) nei giacimenti e nelle aree esistenti e future onshore e offshore dove Tpao intende entrare”. Al quarto paragrafo del secondo articolo, Noc e Tpao vengono incoraggiate a “stabilire società congiunte, promuovere i servizi delle compagnie (…) nel settore degli idrocarburi per stabiliate partnership e supporto all’utilizzo delle navi di ricerca sismica e delle piattaforme di perforazione disponibili in Turchia e utilizzabili da Tpao, allo scopo di esplorare, sviluppare o produrre esistenti o future risorse di idrocarburi in Libia”.
Il quinto paragrafo aggiunge che le parti “concordano di cooperare nello sviluppo di esistenti e/o aggiuntivi sistemi di condotte di gas e petrolio in Libia”. A tal riguardo, “verrà valutata la fattibilità dei progetti portati avanti dalla Boru Hatlari ile Petrol Tasima Anonim Sirketi (Botas) e/o da entità designate dalle parti attraverso i canali diplomatici”. Infine, il sesto paragrafo dell’articolo 2 incoraggia la cooperazione “attraverso la Turkish Petroleum International Company (Tpic) e/o da entità designate dalle parti per le vie diplomatiche nei settori del commercio di petrolio, gas, prodotti petroliferi e petrolchimici”.
Il terzo articolo è relativo agli “Investimenti” e si compone di tre, brevi paragrafi in cui le parti concordano di “incoraggiare le rispettive compagnie pubbliche e private a investire nel settore degli idrocarburi”, sostenendo al contempo la creazione di joint venture e aziende specializzate. L’articolo 4 è dedicato alla “Segretezza” e prevede che “la conclusione e il risultato della cooperazione portata avanti sotto questo memorandum resti confidenziale”. L’articolo 5 prevede che “ogni disputa tra le parti sull’interpretazione, l’applicazione e l’attuazione di questo protocollo di intesa sarà risolta amichevolmente attraverso la consultazione o la negoziazione tra le parti”. L’articolo 6 spiega che “ogni emendamento” al testo “può essere apportato in qualsiasi momento, con il consenso scritto delle parti”.
L’articolo 7 relativo alla “Entrata in vigore, durata e cessazione” dell’accordo prevede che l’attivazione parta “dalla data del recepimento dell’ultima notifica scritta con cui le parti si informano rispettivamente, attraverso i canali diplomatici, del completamento delle rispettive procedure legali richieste”. La durata è di tre anni rinnovabili “a meno che una parte non notifichi all’altra l’intenzione di cessare questo memorandum almeno tre mesi prima della cessazione”. L’intesa può essere interrotta anche in “qualsiasi momento, con tre mesi di preavviso”. La cessazione del memorandum, si legge all’ultimo paragrafo, “non dovrebbe avere effetto sulle attività e sui progetti in corso o eseguiti”.
Disegni neo-ottomani
Ne scrive Federica Saini Fasanotti in un dettagliato report per Ispi (Istituto per gli Studi di Pilitica internazionale).
“La situazione della Libia continua a destare molta preoccupazione tra gli osservatori internazionali- osserva Saini Fasanotti – Persiste infatti la divisione politica tra il Governo di Unità Nazionale (Gnu) presieduto da Abdul Hamid Dbeibah e il Governo di Stabilità Nazionale (Gns) di Fathi Bashagha. Divisione che sta influenzando in maniera sostanziale la politica interna dei diversi protagonisti nonché le dinamiche legate alle alleanze con attori regionali come Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, al momento, soprattutto Turchia. Davanti a una classe politica incapace di prioritizzare il benessere della popolazione stanno emergendo nuove tensioni che hanno come protagonisti i cittadini, le milizie locali, i politici stessi e i governi stranieri. Mai come oggi il paese rischia una deriva che potrebbe causare come ultimo risultato la spartizione.
L’attore esterno protagonista in Libia in questi ultimi mesi è certamente stata la Turchia che ha rafforzato la propria politica estera, mettendo a segno numerosi successi, e non solo a Tripoli. Ankara ha mostrato visione e una certa aggressività nel mettere a punto una strategia di medio e lungo termine, già piuttosto chiara alla fine del 2019, quando l’allora Governo di Accordo Nazionale (Gna), presieduto dal primo ministro Fayez al-Serraj chiese aiuto alla Turchia per contrastare l’avanzata militare dell’Esercito nazionale libico del maresciallo di campo Khalifa Haftar. Prima di inviare droni e tecnici, Ankara firmò nel novembre del 2019 quel memorandum (MoU) che, attraverso un utile scambio di favori, permise al Gna, allora in estrema difficoltà, di liberare la capitale e di far retrocedere le forze ostili sino al Fezzan e alla Cirenaica. A questo proposito, va notato che uno dei protagonisti della lotta contro Haftar, e di conseguenza, contro il leader dell’HoR Aguila Saleh, fu proprio colui che oggi ne è diventato il pupillo, ovverosia il misuratino Fathi Bashagha che in quei giorni ricopriva il ruolo di ministro degli Interni.
In seguito alla firma del MoU, Ankara è intervenuta nella guerra civile libica con uomini e mezzi e la sua presenza è stata estesa, proprio il giugno scorso, per altri 18 mesi, allo scopo di avere il massimo controllo possibile sul territorio e un’intelligence adeguata. Pur confermando il proprio interesse nei confronti della Tripolitania – da sempre terra d’elezione per la Turchia – Ankara ha anche iniziato un certo dialogo con Aguila Saleh e i suoi rappresentanti a Tobruk, anche in virtù di una nuova spinta collaborativa con Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita[11].
Sebbene l’evento non sia stato pubblicizzato, la prima settimana di agosto il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha ricevuto ad Ankara figure di spicco dell’HoR, tra cui proprio Saleh. Erano presenti inoltre anche Abdullah al-Lafi, vicecapo del Consiglio presidenziale libico, e il presidente del parlamento turco Mustafa Sentop, che ha più volte sottolineato il sostegno di Ankara all’integrità territoriale della Libia e, soprattutto, alla sua stabilità. Anche il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha ribadito questo approccio, affermando che la Turchia non fa distinzione tra l’ovest e l’est della Libia, contrariamente a ciò che si pensa. Dopo la costituzione nell’aprile del 2021 di un Comitato parlamentare d’amicizia con la Libia, si è a più riprese parlato, così come affermato anche dall’ambasciatore turco a Tripoli Kenan Yilmaz di aprire il consolato turco a Bengasi nell’ottica di favorire gli affari tra i due paesi. Per la Turchia la posizione geopolitica della Libia all’interno del Maghreb e soprattutto del Mediterraneo è di grande rilievo. Avere un ruolo preminente nel paese, potrebbe significare anche avere la possibilità di controllare i flussi migratori che dalle coste africane si muovono verso quelle europee, soprattutto italiane. Il tema è quindi molto più delicato di quanto non possa apparire a una prima lettura. La Libia fa parte di un piano ben più ampio del presidente Erdoğan che vede la Turchia tassello fondamentale dei bilanciamenti globali, così come dimostrato più di una volta nel corso dell’aggressione russa all’Ucraina – dalla chiusura dello stretto dei Dardanelli alle navi da guerra all’incontro con Putin a Sochi il 5 agosto (a 17 giorni dal vertice a tre con il presidente Ebrahim Raisi in Iran) nell’ottica di sbloccare le navi che trasportano grano attraverso il Mar Nero a tutto il resto del mondo.
I russi, a loro volta, sono ancora presenti in Libia – come in un’altra ventina di nazioni africane, si stima con circa 5.000 uomini in totale – in maniera non-ufficiale attraverso il Wagner Group, nonostante un lieve ridimensionamento dovuto all’esigenza di personale militare in Ucraina. Sebbene il Cremlino neghi ogni rapporto con il gruppo di contractors, da anni questo costituisce uno strumento fondamentale di Mosca per ottenere risultati prima militari e poi economici e politici. La loro presenza, soprattutto rispetto a ciò che sta succedendo in Ucraina, rappresenta una minaccia per gli interessi europei nello scacchiere, in particolare nell’area che va dal Maghreb al Sahel”.
Così l’analista di Ispi.
La Turchia non è più conciliante
“La firma del Memorandum del 3 ottobre – rimarca Rodolfo Casadei su Tempi – segna la fine della fase conciliante della politica estera della Turchia, che torna ad essere conflittuale nei confronti della Grecia, dell’Egitto, della Cirenaica e della stessa Unione Europea. «La Ue non è un organo giudiziario internazionale che può commentare o giudicare accordi tra paesi terzi sovrani. Qualsiasi obiezione a un accordo firmato da due Stati sovrani costituisce una violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali dell’Onu», ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri turco Tanju Bilgic in riferimento alle dichiarazioni di Bruxelles sul nuovo Memorandum”.
Il sultano-petroliere fa la voce grossa con l’Europa. E se lo può permettere visti i precedenti. Dopo i migranti ora ha anche un’altra arma di ricatto: il petrolio.
