Una Saigon chiamata Kabul: gli scrittori americani parlano del ritorno dei talebani

Agli scrittori americani notoriamente piace poco parlare di politica. Temono di stizzire qualche lettore con un commento giudicato inopportuno. Ci sono, però, momenti e situazioni in cui...

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19 Agosto 2021 - 17.41


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di Rock Reynolds

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Agli scrittori americani notoriamente piace poco parlare di politica. Temono di stizzire qualche lettore con un commento giudicato inopportuno. Ci sono, però, momenti e situazioni in cui nemmeno il più ostinato tra i fautori del no-comment riesce a tirarsi indietro. Ho chiesto a diversi autori internazionali di esprimere un parere sull’affrettato ritiro dei militari Nato dall’Afghanistan e sulle scene trasmesse dalle televisioni di mezzo mondo in cui torme di poveracci danno l’assalto ad aerei ed elicotteri occidentali nel tentativo di sottrarsi a pressoché certe ritorsioni da parte dell’ennesimo governo talebano. Scene che, inevitabilmente, riportano alla memoria quanto successo a Saigon il 29 aprile 1975, con la caduta della capitale vietnamita nelle mani dei Vietcong e la fuga delle truppe americane.

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Joe R. Lansdale, un beniamino del pubblico italiano con la sua saga della sgangherata coppia di detective privati Hap & Leonard, è laconico.

“Non ci saremmo mai dovuti andare. Il nostro obbiettivo era Bin Laden. Detesto quello che sta succedendo, ma vent’anni in quel posto sono tanto tempo e altri vent’anni non avrebbero migliorato la situazione. Credo che sia la scelta giusta, per quanto indubbiamente triste”.

Jeffery Deaver è uno dei maestri indiscussi del thriller americano. Solitamente poco propenso a esprimere le sue idee politiche in pubblico, da quando Donald Trump è stato eletto presidente ha meno remore.

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“Il nostro ritiro dall’Afghanistan è giunto con estremo ritardo. I nemici del mio paese e i loro alleati vanno affrontati con forza e senza indugi, ma l’impossibilità di portare avanti una missione seria e orientata e l’incapacità di comprendere la politica e la cultura dell’Afghanistan hanno fatto sì che i nostri sforzi fossero destinati al fallimento praticamente fin dal principio. Sostengo con tutto il cuore la nostra attuale amministrazione, ma mi sarebbe piaciuto che avesse tenuto conto di ciò che risulta ovvio persino a un profano come me – ovvero che i talebani si sarebbero mossi alla velocità della luce per assicurarsi il controllo del paese – e che avesse fatto preparativi in netto anticipo per far uscire dal paese le persone mostratesi leali all’America e ai suoi alleati. E, naturalmente, il mio pensiero va agli afghani e a tutti coloro che hanno perso vita e/o familiari in questo conflitto interminabile.”

Lewis Shiner è un autore texano noto in America soprattutto per i suoi romanzi di fantascienza. Ma in Italia ha pure pubblicato lo splendido Black & White, un noir storico che analizza il tema del razzismo senza scomodare gli anni dello schiavismo, cercandone le cause nelle empie scelte politiche di una certa classe dirigente.

“Non sono un esperto di questa guerra. Però, come a tanti, anche a me ha ricordato per molti versi il Vietnam. Gli Stati Uniti seguitano a ingerirsi in guerre che non li riguardano minimamente e in cui, come in questo caso, non avevano nemmeno un obbiettivo chiaro. Seguitiamo a gestire paesi di altri popoli a nome loro persino quando non ci vogliono. Seguitiamo a tentare di esportare la democrazia all’estero mentre i repubblicani cercano di smantellarla qui a casa nostra. Sì, i talebani sono terribili. Ma tutto ciò che abbiamo realizzato dopo vent’anni e un miliardo di dollari spesi è stato posporre l’inevitabile. Non credo sia stato un affare.”

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James Grady è a tutt’oggi uno dei più celebrati autori di spy story del pianeta, se non altro per aver scritto I sei giorni del Condor (poi diventati sei, nella fortunata trasposizione cinematografica di Sidney Pollack, con un Robert Redford stellare). Le sue posizioni politiche ne fanno una sorta di radicale per gli standard americani.

“L’Afghanistan oggi è la lezione tragica che il mondo non ha appreso, malgrado le sia stata proposta più e più volte. In quanto comunità di intrecci umani, dobbiamo imparare a trattare con estremismi religiosi e politiche e culture repressive e ad aiutare altri esseri umani intrappolati nei confini di paesi governati con il terrore, al tempo stesso mantenendoci sicuri e liberi, per quanto possibile. Mi è venuto un tuffo al cuore quando ho visto la foto dell’elicottero impegnato a evacuare l’ambasciata americana: un dejà vu di un altro fallimento bellico che non ha dato al mondo – e, soprattutto, al mio paese – altro che tristezza e dolori.”

William Ferris ha insegnato per decenni storia e cultura del Sud degli Stati Uniti presso la prestigiosa University of North Carolina. È suo Il Blues del Delta, un testo seminale per chiunque voglia capire cultura e musica afroamericane.

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“Gli eventi dell’Afghanistan sono un triste monito su quanto il futuro del nostro pianeta e dei suoi popoli dipenda da soluzioni diplomatiche e non militari.”

Linwood Barclay, canadese, è oggi uno dei più celebrati autori internazionali di libri di suspense. Leggete Il vicino di casa.

“Non v’è dubbio che la situazione sia tragica e, per quanto l’amministrazione Biden abbia affrontato il ritiro in modo goffo, è difficile immaginare che potesse esistere una via d’uscita semplice e priva di impacci. Biden avrebbe potuto temporeggiare e lasciare il problema a un presidente successivo, ma il risultato sarebbe comunque stato il medesimo. Un po’ come in certe relazioni sentimentali: uno dei due partner cerca di cambiare l’altro e la cosa non funziona mai. Nello scacchiere internazionale, la situazione non è diversa. L’Afghanistan, prima o poi, troverà un modo per andare avanti, ma con i suoi tempi.”

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Frank McDonough insegna Storia del Terzo Reich all’università di Liverpool e, siccome il regime dei talebani viene spesso accostato, più o meno a sproposito, a quello hitleriano, è un interlocutore ideale. Il suo Gestapo. La storia segreta è una lettura illuminante.

“La ‘Guerra al Terrore’ di George W. Bush era sbagliata fin dalle intenzioni. I terroristi che hanno realizzato gli attentati dell’11 settembre venivano dall’Arabia Saudita, come pure i soldi per finanziare l’operazione. Eppure, gli Stati Uniti hanno deciso di saldare i conti con Iraq e Afghanistan. Tony Blair è stato il più convinto sostenitore di tale strategia. Il guaio è che la storia ha dimostrato che una potenza straniera può vincere una battaglia qua e là ma non una lunga guerra. Il tentativo di portare la democrazia occidentale in Afghanistan è stato fallimentare e il regime fantoccio instaurato non ha goduto di un autentico sostegno popolare al di fuori della grandi città. I talebani non se ne sono mai realmente andati e le zone rurali son o rimaste in larga parte sotto il loro controllo. Il modo in cui l’esercito afghano addestrato dagli Stati Uniti si è sfaldato come neve al sole ha mostrato la scarsissima capacità americana di guadagnarsi le simpatie della popolazione locale nelle cui fila quell’esercito era stato reclutato. Nonostante le parole di Biden, ovvero che l’Afghanistan deve risolvere da solo i suoi problemi, possano sembrare dure, in realtà si tratta di una politica migliore per gli Stati Uniti rispetto alla fallimentare Guerra al Terrorismo. La diplomazia ora dovrebbe essere la chiave per convincere i talebani a riformare la loro immagine repressiva.”

Ayelet Tsabari, autrice israelo-yemenita con doppio passaporto, israeliano e canadese, ha in qualche modo fatto la guerra, come tutti i suoi connazionali sottoposti alla leva obbligatoria: tre anni per gli uomini e due anni per le donne. Il suo splendido memoir, L’arte di partire, racconta magistralmente l’assurdità della guerra.

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“L’Afghanistan: sì, anch’io mi sono ritrovata a pensare al Vietnam del 1975 di fronte a quelle immagini. Non so, però, se ho tanto da dire al riguardo. Quelle scene mi hanno spezzato il cuore e sono preoccupata per il futuro delle ragazze e delle donne di quel paese e per le atrocità che forse si troveranno ad affrontare sotto il regime talebano. Posso solo parlare sulla scorta dell’emozione e temo di non avere argomenti razionali da portare sul tavolo.”

John Smolens è un fine romanziere dell’area di Boston, ma ha insegnato per anni alla Northern Michigan University di Marquette, nell’Upper Peninsula, dove risiede tuttora. I suoi romanzi Margine di Fuoco e Il Giorno dei Giorni offrono numerosi spunti di riflessione, oltre che essere scritti magistralmente.

“Le notizie e le immagini provenienti dall’Afghanistan sono terribili. È un disastro per il popolo afghano. L’impegno militare ventennale degli Stati Uniti in quel paese è stato complesso, incredibilmente problematico e, dunque, non è una sorpresa che il ritiro delle nostre truppe abbia portato al caos a cui stiamo assistendo. Mi spiace che gli USA se ne siano andati dall’Afghanistan anni fa, ma il modo in cui sono state fatte le cose è veramente sconfortante. La mia unica speranza è che la transizione del potere nel paese non porti a un bagno di sangue. È davvero una flebile speranza.”

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Eric Van Lustbader è noto ai più per aver dato voce al compianto Robert Ludlum portando avanti la sua celebre saga di Bourne (per esempio, con lo splendido Enigma Bourne), ma è prima di tutto un fine romanziere.

“Dopo vent’anni in Afghanistan è incomprensibile che politici, leader militari e persino funzionari dell’intelligence di Stati Uniti e Regno Unito abbiano frainteso in modo così marchiano la situazione che fa sempre seguito a un ritiro di truppe. L’idea che i militari afghani potessero servire a qualcosa senza il sostegno degli aerei e dei veicoli americani dimostra un’assoluta incapacità di comprendere il paese, la sua gente e lo stato di povertà e disillusione ivi regnante. Questa gente ha mantenuto la propria posizione mentre l’esercito sottonutrito e sottopagato cadeva di fronte ai talebani nelle campagne, praticamente senza opporre la minima resistenza. Persino un bambino di dieci anni minimamente al corrente dei fatti avrebbe potuto prevedere il crollo immediato dell’esercito e del suo governo. In soldoni: ne avevamo avuto abbastanza e volevamo andarcene. Una decisione puramente politica. Era giusto andare in Afghanistan? È tutta un’altra questione.”

David Liss è soprattutto un autore di romanzi storici, ma il suo L’assassino etico è uno dei più bei thriller internazionali a sfondo sociale degli ultimi vent’anni.

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“La guerra in Afghanistan non l’ho seguita con particolare attenzione e non sono sicuro, dunque, di poter fornire un contributo interessante. Mi chiedo, però, cosa diavolo abbia fatto il mio paese in Afghanistan per vent’anni. In teoria, avremmo dovuto addestrare le forze afghane a combattere contro i talebani. Però, dopo tutto questo tempo e dopo i miliardi di dollari spesi, è sembrata una chimera. Se ciò non bastasse, mi fa infuriare l’avventatezza con cui certi politici americani sono stati disposti a scialacquare quei soldi in un inutile sforzo militare, per giunta con obbiettivi poco chiari, senza però mai consentire di spendere una frazione di quella cifra in necessari progetti domestici, programmi sociali o persino investimenti per la conservazione della vita sulla terra. L’Afghanistan mi fa pensare che la Guerra del Vietnam – o, se per quello, persino quella in Iraq – non ci abbia insegnato nulla. Costruire una nazione non funziona, perché si tratta di una missione imperniata sulla convinzione essenzialmente narcisistica e spesso razzista che, sotto la superficie di ogni identità non-americana, si celi un’identità americana che non vede l’ora di liberarsi. Gli americani credono fortemente che tutti desiderino essere americani e, dunque, qualsiasi segno evidente del contrario non li fa mai vacillare.”

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