Iran al voto tra disillusione e rabbia. La doppia festa dei Pasdaran e di Trump

Si dovranno eleggere i 290  deputati del Parlamento e i sette membri dell'Assemblea degli Esperti.  Tra i primi esponenti della Repubblica islamica a votare l'ayatollah  Ali Khamenei, la Guida Suprema

I manifestanti in Iran
I manifestanti in Iran
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

21 Febbraio 2020 - 22.02


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Disillusione, rabbia, frustrazione. Sono questi i sentimenti dominanti in Iran, dove circa 58 milioni di cittadini sono chiamati a eleggere il nuovo Majlis, il Parlamento della Repubblica islamica. Nella capitale Teheran, in cui risiede un quinto degli 83 milioni di iraniani, dietro il traffico incessante e la confusione delle sue strade si nasconde una crescente disaffezione verso la politica, incapace agli occhi della gente di affrontare i reali problemi del Paese.  Si dovranno eleggere i 290  deputati del Parlamento e i sette membri dell’Assemblea degli Esperti.  Tra i primi esponenti della Repubblica islamica a votare l’ayatollah  Ali Khamenei, la Guida Suprema, che ha rilasciato alcune dichiarazioni ai giornalisti presenti al seggio numero 110 di Teheran. L’ayatollah ha fatto un nuovo appello al voto, sottolineando che “chi  ha a cuore l’interesse nazionale deve partecipare alle elezioni” e  ribadendo che “votare è un dovere religioso”. L’orario di apertura dei seggi è dalle 8 alle 18 (dalle 5.30 alle 15.30 ora italiana), ma in  tutte le precedenti elezioni le autorità lo hanno esteso per  permettere una maggiore affluenza. I risultati nelle province più piccole dovrebbero essere disponibili sabato, mentre per le grandi città potrebbero essere necessarie almeno 72 ore.

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Disincanto e frustrazione

Secondo un sondaggio condotto dall’Università di Teheran, solo il 24 per cento della popolazione della megalopoli iraniana ha l’intenzione di recarsi oggi alle urne, mentre un afflusso più alto dovrebbe registrarsi nei centri rurali, dove entrano in gioco rivalità tra famiglie e clan locali. 

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La soglia del “50 per cento” indicata dai Guardiani della Rivoluzione appare però un miraggioIl disinteresse di buona parte degli iraniani è stato determinato dal diffuso malcontento dovuto all’aggravarsi della crisi economica dopo la reintroduzione delle sanzioni Usa, ma anche dalla esclusione da parte del Consiglio dei Guardiani, l’organo conservatore che vaglia le candidature, di quasi 7.300 dei 16.000 nomi presentati. Tra gli esclusi importanti esponenti riformisti, tra cui 75 deputati uscenti. 

Decisione che, ieri, ha scatenato nuove sanzioni. I riformisti lamentano che le esclusioni non hanno permesso loro di presentare liste in molte circoscrizioni, mentre in quella di Teheran, dove dovranno essere eletti 30 deputati, si presentano divisi in ben quattro liste. Alcuni riformisti — tra cui l’ex ministro dell’Interno Mostafa Tajzadeh — hanno invitato  a boicottare il voto. 

 

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I principali gruppi conservatori, che secondo tutte le previsioni dovrebbero conquistare la maggioranza nel Majlis, si presentano invece uniti, grazie a un accordo raggiunto nelle ultime ore tra i cosiddetti “neo fondamentalisti” del Consiglio per la Coalizione della rivoluzione islamica e il Fronte Paydari per la rivoluzione.

La Repubblica islamica attraversa una delle fasi più difficili dalla rivoluzione del 1979. L’economia è in caduta libera, le tensioni con gli Stati Uniti sono ai massimi storici, l’accordo sul nucleare  (Jcpoa), sul quale la presidenza Rouhani aveva puntato tutte le sue  fiches, vive una lenta e inesorabile agonia. L’isolamento economico dovuto alle rinnovate sanzioni americane, l’inflazione, la svalutazione della moneta, la disoccupazione, la mancanza di medicinali, sono solo alcuni dei problemi con cui hanno a che fare quotidianamente gli iraniani, tra cui molti non vedono più differenza tra i due grandi schieramenti – riformatore e conservatore della politica iraniana. Secondo i media iraniani, 7.148 candidati sono stati ammessi, mentre  7.296 sono stati squalificati e si calcola che per 160 dei 290 seggi a disposizione ci saranno solo candidati conservatori in lizza. Alle ultime elezioni parlamentari del 2016 l’affluenza è stata del 62%, più o meno in linea con quella delle precedenti consultazioni per il rinnovo del Majlis. 

“Il risultato elettorale di venerdì – rimarca Annalisa Perteghella, Ispi Research Fellow – rappresenterà, in un certo senso, l’inizio della fine dell’esperimento centrista di Hassan Rouhani, eletto una prima volta nel 2013 e riconfermato nel 2017 con il chiaro mandato di porre fine alle tensioni con l’Occidente e aprire lentamente le maglie più strette della Repubblica islamica, con la promessa di liberare i prigionieri politici e di avviare riforme politiche e sociali. La conquista del parlamento da parte dei conservatori rappresenta il primo passo verso la conquista dell’intero spazio politico, che potrebbe completarsi il prossimo anno con le elezioni presidenziali. Il migliore alleato dei conservatori è stato in questi anni il presidente Usa Donald Trump, che demolendo l’accordo sul nucleare ha smantellato pezzo per pezzo il principale successo politico di Hassan Rouhani. Trump voleva mettere all’angolo l’Iran e ha finito invece per mettere all’angolo la principale forza politica che si è fatta portatrice della necessità di raggiungere un compromesso con l’Occidente. L’epilogo di una storia lunga più di quarant’anni fatta di opportunità mancate, lezioni non imparate e occasioni perse”.

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Rivolta sociale

Le proteste erano iniziate il 15 novembre per gli aumenti del carburante (più cinquanta per cento fino a sessanta litri al mese, più trecento per cento sopra quella soglia) che si sono aggiunti al crollo della moneta iraniana, il rial, dopo l’imposizione delle sanzioni Usa. “No Gaza, no Libano, sacrifico la mia vita per l’Iran”: è ciò che i manifestanti iraniani cantavano mentre davano fuoco alle effigi di Khamenei.

Quella della benzina è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le sanzioni americane, le più severe di sempre, stanno strangolando l’economia. Da quando, lo scorso maggio, Washington ha annullato le moratorie per i paesi autorizzati a importare greggio dall’Iran, Teheran riesce a malapena a esportare il venti per cento dei volumi che vendeva prima. Quando va bene. Il rial, la valuta locale, è precipitato (solo nel 2018 ha ceduto il sessanta per cento sul dollaro), l’inflazione galoppa (più trentacinque per cento), la disoccupazione sta creando grandi malumori, soprattutto tra i giovani. Nel 2020 la recessione rischia di sfiorare il dieci per cento. Mai, neanche durante la lunga e sanguinosa guerra con l’Iraq di Saddam Hussein (1980-1989) l’Iran s’era trovato in una situazione economica così grave, ha denunciato il Fondo monetario internazionale. E la sensazione è che il peggio debba ancora venire.

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A essere colpiti non sono più solo i ceti più disagiati ma, per l’appunto, la “middle class” e i ceti borghesi, che sanno cosa vuol dire fare affari, dimostrando di sapersi muovere con abilità nella finanza mondiale e in una economia globalizzata. Ceto borghese e classe media che vanno ben oltre la “borghesia dei bazar.  Oggi – scrive Rassa Ghaffari su PandoraRivista – è indubbiamente vero che la classe media urbana sta attraversando un periodo di profonda crisi che ha portato alcuni a parlare di un suo vero e proprio fallimento. Sebbene il presidente Rouhani abbia concentrato le sue politiche economiche proprio su questa fascia sociale, moltissime persone descrivono la propria condizione affermando che “la nostra classe media non esiste più”. I due governi di Ahmadinejad, la crisi economica e la situazione internazionale hanno contribuito all’ampliamento del divario tra classi, l’impoverimento di quella media e l’arricchimento di una nuova upper class con redditi altissimi e spesso poco trasparenti… Largamente ignorata dai media e dall’opinione pubblica internazionale, su cui sembra fare più presa lo stile libertino dei giovani della upper class urbana, la classe lavoratrice costituisce ciò nondimeno un’ampia fetta della popolazione iraniana impegnata principalmente nella produzione economica, anziché nel consumo sfrenato. Questo spiega anche il supporto alle proteste ricevuto da alcune frange politiche conservatrici, desiderose di tenersi stretta una parte importante del proprio elettorato e pronte ad attribuirne il malcontento alle politiche del presidente Rouhani”.

La Pasdaran Holding

A mobilitarsi massicciamente per il voto sono i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran). Uno Stato nello Stato. Secondo uno studio recente, i pasdaran controllerebbero addirittura il quaranta per cento dell’economia iraniana: dal petrolio al gas e alle costruzioni, dalle banche alle telecomunicazioni. Un’ascesa che si è verificata soprattutto sotto la presidenza di Ahmadinejad, ma che è proseguita sotto quella di Rouhani. I pasdaran fanno direttamente capo all’ayatollah Khamenei. E sempre la Guida suprema controlla direttamente la Setad, una fondazione con 95 miliardi di dollari di asset presente in tutti i comparti dell’economia. Doveva rimanere in vita solo un paio d’anni ma nel corso del tempo si è trasformata in un colosso immobiliare – 52 miliardi di asset – che ha acquistato partecipazioni in decine di aziende in quasi tutti i settori: finanza, petrolio, telecomunicazioni, dalla produzione di pillole anticoncezionali all’allevamento degli struzzi.  Tra portafoglio immobiliare (52 miliardi di dollari) e quote societarie, 43 miliardi, la Setad ha un valore nettamente superiore alle esportazioni petrolifere iraniane dello scorso anno. Se si somma il potere diretto di Khamenei a quello altrettanto pervasivo e radicato della “Pasdaran Holding”, si ha un quadro sufficientemente nitido su un regime teocratico-militare che si è fatto, per l’appunto, sistema. Un sistema che ha sempre più condizionato le politiche della Repubblica islamica dell’Iran.

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Per sostenere direttamente il regime di Bashar al-Assad, in Siria,  l’Iran, come Stato, attraverso le proprie banche, ha investito oltre 4,6 miliardi di dollari, che non includono gli armamenti scaricati quotidianamente da aerei cargo iraniani all’aeroporto di Damasco, destinanti principalmente ai Guardiani della rivoluzione impegnati, assieme agli hezbollah, a fianco dell’esercito lealista. Non basta. Almeno cinquantamila pasdaran hanno combattuto in questi anni in Siria, ricevendo un salario mensile di trecento dollari. Lo stato iraniano ha pagato loro anche armi, viaggi e sussistenza. E così è avvenuto anche per i miliziani del Partito di Dio. Sono anni che l’Iran paga tutte le spese degli Hezbollah libanesi e ora anche dei ribelli Houthi yemeniti – denuncia Shirin Ebadi, avvocata, attivista dei diritti umani, premio Nobel per la pace 2003 –. Abbiamo speso molto denaro nella guerra in Siria e in Iraq, fondi che avrebbero dovuto essere convogliati al miglioramento delle condizioni di vita del mio popolo e che, invece, hanno creato ulteriore povertà nel Paese e nella regione”.

Il voto di oggi, con la sola incognita dell’affluenza, rafforzerà il potere della Pasdaran Holding. A gioirne sarà anche l’inquilino  della Casa Bianca: Donald Trump.

 

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