Turchia: la purga senza fine di Erdogan, il Pinochet del Bosforo

Diverse procure in tutto il Paese hanno emesso almeno 766 mandati d'arresto.

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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

18 Febbraio 2020 - 16.10


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L’”Epuratore” non si ferma. Nuove maxi-retate in Turchia contro sospetti affiliati alla rete di Fethullah Gulen, che Ankara accusa di aver orchestrato il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016. Diverse procure in tutto il Paese hanno emesso almeno 766 mandati d’arresto. Le operazioni, riferisce l’agenzia Anadolu, riguardano supposti infiltrati nell’esercito, nelle forze di polizia e nel ministero della Giustizia.

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Stato di polizia

L’operazione principale è coordinata dai magistrati della capitale Ankara e prende di mira 467 persone accusate di aver truccato negli esami del 2009 per gli agenti di polizia, che permettevano l’accesso alla posizione di vice-commissario. Le domande sarebbero state rese note in anticipo per favorire l’infiltrazione tra i vertici della polizia di agenti legati a Gulen. Blitz per cercare di arrestare i sospetti sono in corso in 67 province. Altri raid vengono condotti in tutto il Paese, da Smirne sulla costa egea ad Adana su quella mediterranea. Tra i ricercati ci sono anche decine di militari tuttora in servizio. Dal fallito putsch, decine di migliaia di persone sono state arrestate e oltre 140 mila licenziate o sospese dalle pubbliche amministrazioni nelle più grandi purghe della storia contemporanea della Turchia. 

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La denuncia di Amnesty International

In questo scenario da stato di polizia, è atteso per il 19 febbraio  a Istanbul il verdetto nei confronti di 11 difensori dei diritti umani della Turchia, tra cui l’ex dirigenza e diversi esponenti della sezione locale di Amnesty International, che hanno passato oltre due anni e mezzo a difendersi da accuse fabbricate e che, in caso di colpevolezza, potrebbero subire condanne fino a 15 anni di carcere.

“Alla vigilia del verdetto,– rimarca AI in una nota stampa – abbiamo dichiarato che solo la piena assoluzione potrebbe ridare giustizia agli 11 imputati, arrestati nell’estate 2017 per infondati reati di terrorismo. Tra di loro, vi sono l’ex presidente Taner Kılıç, l’ex direttrice İdil Eser e diversi altri esponenti di Amnesty International Turchia. “La dolorosa vicenda di questi attivisti spiega bene come la Turchia sia diventata un paese dove difendere la libertà di tutti può comportare un alto prezzo da pagare per sé stessi e dove la difesa dei diritti umani viene criminalizzata. Il verdetto sarà la cartina di tornasole del sistema giudiziario. Chiediamo la fine di questa prolungata saga d’ingiustizia“, afferma  Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa. “Sin dal momento dell’arresto, è apparso chiaro che si trattava di un procedimento motivato politicamente, avviato con l’obiettivo di ridurre al silenzio la società civile all’interno della Turchia. Dopo mesi di carcere e anni di udienze e senza alcuna credibile prova portata a sostegno delle accuse, qualsiasi verdetto diverso dalla piena assoluzione costituirebbe un oltraggio“, sottolinea Struthers.

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Nel corso di 10 udienze, le accuse di “terrorismo” mosse nei confronti degli 11 imputati sono state ripetutamente e categoricamente respinte, anche sulla base di elementi di prova di origine statale. Il tentativo della procura di presentare legittime attività in favore dei diritti umani come azioni illegali è totalmente fallito. Il verdetto deve riflettere questo stato di cose.

Dal 2017 oltre due milioni di persone di ogni parte del mondo hanno aderito alla richiesta di giustizia per gli 11 imputati, tra cui una lunga serie di noti artisti e celebrità tra i quali Ben Stiller, Whoopi Goldberg, Edward Snowden, Peter Gabriel, Sting, Ai Weiwei, Anish Kapoor, Catherine Deneuve e Angélique Kidjo. “Quando i difensori dei diritti umani vengono ridotti al silenzio, tutti i nostri diritti sono in pericolo. Loro sono coloro che ci difendono. Ora tocca a noi difenderli“, si legge nell’appello.

Dopo oltre 14 mesi di carcere, Taner Kılıç è stato rilasciato su cauzione nell’agosto 2018. Altri otto imputati hanno trascorso quattro mesi in prigione prima di essere rilasciati nell’ottobre 2017. Ma migliaia di altre persone arrestate durante il giro di vite contro il dissenso restano ancora dietro le sbarre. Gli attacchi contro i difensori dei diritti umani sono aumentati a partire dalla repressione scatenata dalle autorità dopo il tentato colpo di stato dell’estate 2016. L’assalto, ancora in corso, alla società civile turca ha significato la chiusura di oltre 1.300 organizzazioni non governative e di 180 organi d’informazione e il licenziamento arbitrario di quasi 130.000 impiegati pubblici. Anche 330 piloti dell’aeronautica sono stati cacciati, assieme a migliaia di ufficiali di esercito e marina, e questo ha indebolito le forze armate turche.

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“Il significato del verdetto andrà ben oltre le mura del tribunale. L’assoluzione degli 11 imputati dovrebbe essere solo l’inizio della fine della repressione contro la società civile e del ripristino del rispetto dei diritti umani in Turchia. Gli occhi del mondo saranno in quel tribunale di Istanbul. Ogni verdetto diverso dall’assoluzione sarà un drammatico memento che la verità e la giustizia sono diventate cose aliene in Turchia“. Nessuno sfugge al presidente-epuratore. La magistratura turca ha ufficializzato l’incriminazione per reati legati al “terrorismo” a carico del monaco Sefer (Aho) Bileçen, della chiesa di Mor Yakup a Nusaybin, nella provincia di Mardin, arrestato il 9 gennaio scorso assieme con due fedeli. In realtà il sacerdote assiro era finito nel mirino delle forze di sicurezza per aver condiviso del cibo [un pezzo di pace e dell’acqua, ndr] con un membro del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan fuorilegge in Turchia e il cui leader Abdullah Öcalan è in carcere dal 1999.

Il prete era stato arrestato il 9 gennaio assieme ad altri tre cristiani nel sud-est del Paese, in un’area a maggioranza curda, teatro di scontro e violenze con i militari turchi; alla base del fermo vi sarebbe stata una denuncia anonima, secondo cui egli distribuiva cibo a membri del Pkk. Dopo aver trascorso alcuni giorni in stato di fermo, egli sarebbe stato poi rilasciato senza un capo di accusa formale. 

In realtà, in questi giorni è emerso che la procura – seguendo le direttive delle autorità turche – ha presentato denuncia formale per “terrorismo” già il 16 gennaio, senza però comunicare la notizia alla parte in causa fino all’8 febbraio scorso. Nell’atto di accusa sarebbero presenti alcune denunce anonime e un rapporto della polizia risalente al 2018, in base al quale nel monastero sarebbero avvenute ripetute visite di persone legate a gruppi estremisti e combattenti. 

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Durante i quattro giorni di arresto a gennaio, il monaco Bileçen è stato oggetto di ripetuti interrogatori da parte delle forze di sicurezza. In base alle accuse, se riconosciuto colpevole egli rischia da sette anni e mezzo fino a un massimo di 15 anni di galera. Nella denuncia la procura accusa il monaco di non aver riferito della visita di miliziani e terroristi nella propria struttura, pur conoscendo bene la loro identità. 

Agli inquirenti il religioso non ha negato di aver offerto cibo e acqua ai miliziani. Tuttavia, egli ha insistito a più riprese di averlo fatto solo in risposta ai precetti della propria fede cristiana, non per motivi politici, sociali o ideologici. Il monastero sorge nel sud-est della Turchia, in un’area a maggioranza curda teatro per decenni di un conflitto durissimo fra esercito governativo e miliziani indipendentisti del Pkk. 

Erdoganistan

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La Turchia non esiste più. Al suo posto è nato l’”Erdoganistan”, un Paese senza libertà né diritti, retto da un regime islamo-nazionalista che sfruttando uno pseudo golpe ha realizzato il disegno che covava da tempo: risolvere manu militari il problema curdo, azzittire la stampa indipendente, riempire le patrie galere di giornalisti, professori universitari, funzionari pubblici, attivisti dei diritti umani. E ora anche di parlamentari dell’opposizione. E tutto questo con la complicità dell’Europa. Complicità, non silenzio. Perché di parole ne sono state utilizzate tante ad accompagnare le retate, le epurazioni, gli arresti di massa, lo scempio di qualsiasi diritto umano e civile, che scandiscano dal post-15 luglio la quotidianità della Turchia retta dal “Sultano di Ankara”.  Quelle parole sono un insulto a quanti nell’Erdoganistan” si sono battuti e continuano a battersi per i diritti delle minoranze, perché non siano azzerate quelle istanze di libertà, in ogni sfera della vita politica, sociale, dei costumi sessuali, di un Paese che oggi è sotto il tallone di una dittatura spietata. Una dittatura finanziata dall’Europa. Perché questa è la realtà. Vergognosa. Indecente. Perché i leader Europei non hanno solo chiuso gli occhi di fronte alle decine di migliaia di funzionari pubblici, di accademici, di quadri, di insegnanti  dell’esercito, epurati da Erdogan, non solo non hanno raccolto gli appelli dei giornalisti incarcerati o zittiti o costretti all’esilio dal regime, ma quel regime hanno innalzato a interlocutore privilegiato nell’unica cosa che conta oggi nell’Europa dei muri, delle frontiere blindate, dei respingimenti forzati, degli hotspot-lager: fare della Turchia di Erdogan il “Gendarme” delle frontiere esterne. Perché l’unico timore che questa Europa indegna di definirsi democratica ha, è quello che il “Sultano di Ankara” apra i “rubinetti” dei migranti e ritorni a popolare le rotte della morte, a cominciare da quella balcanica. Al “Gendarme” turco l’Europa della vergogna ha promesso 6 miliardi di euro, sottoscrivendo un accordo nel quale non c’è una riga, non c’è alcun riferimento, non c’è alcun vincolo che riguardi il rispetto degli standard minimi di democrazia. Niente. E niente è stato fatto dopo che il “Sultano” osannato dalla folla ha promesso il ripristino della pena di morte e ottenuto il via libera per l’arresto di parlamentari nel pieno delle loro funzioni.  L’Europa ha subito dimenticato gli anni in cui Erdogan lasciava aperta la frontiera con la Siria perché vi entrassero migliaia di jihadisti, di foreign fighters , per ingrossare le fila del Daesh, in funzione anti-Assad. L’Europa ha dimenticato che mentre i combattenti curdi difendevano Kobane, i carri armati turchi posti alla frontiera non spararono un solo colpo contro i miliziani di al-Baghdadi. L’Europa è stata complice della guerra scatenata dall’esercito di Ankara nelle città turche a maggioranza curda; una sporca guerra fatta di assedi durati per mesi, di civili assassinati solo perché curdi, di città e villaggi ridotti a un cumulo di macerie. L’Europa, come gli Stati Uniti di Donald Trump, ha chiuso gli occhi di fronte alla pulizia etnica messa in atto dal “Sultano” nel nord della Siria. L’unica cosa che sa chiedere è moderazione. Moderazione al “Pinochet del Bosforo”!

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