Non è un posto per gay

Alcuni Paesi della penisola balcanica seppur tra mille polemiche hanno detto “sì” alle unioni omosessuali ma l’omofobia resta fortissima, ecco il quadro della situazione

Non è un posto per gay
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13 Marzo 2015 - 09.07


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Nei Balcani i diritti degli omossesuali hanno faticato, e forse faticano tutt’oggi, ad affermarsi. Molti dei Paesi in questione sono, infatti, contraddistinti dalla presenza di forti movimenti nazionalisti e conservatori che, come è noto, sono poco aperti nei confronti delle comunità gay.
Nonostante ciò la società civile sta, proprio negli ultimi anni, dimostrando una tendenza a cambiare questo approccio.

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L’ultimo dei Paesi dei Balcani occidentali che ha affrontato l’argomento è stata la Slovenia.

Circa 10 giorni fa, infatti, il parlamento di Lubiana ha approvato un emendamento che equipara la nozze omosessuali a quelle eterosessuali. Il matrimonio, secondo la nuova definizione, è considerato l’unione tra due persone indipendentemente dal loro sesso.

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Dopo poche ore dall’approvazione del disegno di legge, la società civile ha gridato allo scandalo, dichiarando che avrebbe presto proposto un referendum abrogativo.
Detto, fatto.

La raccolta di firme, dopo pochi giorni, ha raggiunto le 80.000 sottoscrizioni.
Il referendum stesso ha scaturito diversi attriti. Come era ovvio che potesse accadere le diverse forze in campo si sono scontrate. Le associazioni a difesa dei diritti omosessuali, quelle conservatrici, partiti politici favorevoli e contrari e la chiesa cattolica si sono profusi in un turbinio di polemiche destinato a durare a lungo.

Non è, inoltre, escluso che se l’iniziativa popolare dovesse andare a buon fine, la legge potrebbe essere abrogata.

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Anche la vicina Croazia, si è dotata, proprio nel luglio scorso di una legge che approva i matrimoni omosessuali garantendo alle coppie gay e lesbiche tutti i diritti delle coppie sposate, con l’eccezione dell’adozione dei figli, e definendo queste unioni come una forma di vita famigliare.
La legge ha visto l’opposizione dei partiti di centro-destra, ma soprattutto della potente Chiesa cattolica e di un gruppo di associazioni ultraconservatrici che si battono per “tutelare la famiglia tradizionale”.

A Zagabria sono ormai due anni che i gaypride si svolgono senza scontri e disordini, ma da qui a dire che la Croazie sia diventato un Paese gay-friendly ce ne passa. Nonostante i molti passi avanti compiuti lo Stato dei Balcani occidentali rimane fortemente conservatore.

La situazione è più delicata in Serbia e Bosnia-Erzegovina. In quest’ultimo Paese, dove la religione dominante è l’islam non è difficile immaginare quale possa essere l’approccio della politica e della società civile in merito ai diritti delle coppie omosessuali. Qui, a confermare la preoccupante situazione delle persone Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, trans) ci sono i dati raccolti dall’Associazone internazionale lesbiche, gay, bisessuali, trans ed intersex (ILGA) che rivelano come l’ “indice Europa acorbaleno”, utilizzato per definire la tutela nazionale dei diritti Lgbt, si attesta al 20%. Percentuale molto bassa se paragonata all’82% del Regno Unito. Altri Paesi dell’area come Kosovo e Macedonia si attestano rispettivamente al 17% e 13%.

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Tornando alla Serbia si deve precisare come da quando è salito al potere il nuovo premier Aleksandar Vucic (27 aprile 2014), qualcosa in favore della comunità Lgbt è cambiato.

La sfilata dell’anno scorso si è, infatti, a differenza del passato, svolta senza alcun problema. Una situazione ben diversa rispetto agli anni precendenti (2011, 2012, 2013) quando i “pride” erano stati annulati a poche ore dal loro inizio.

Qui un ostacolo è anche rappresentanto dalla Chiesa ortodossa serba, spesso più influente della stessa politica, che trova poi come grande alleato l’estrema destra.

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Innegabile poi che la Serbia sia tutt’oggi un Paese fortemente tradizionalista e legato alle sue origini ancestrali.

La famiglia tradizionale è vista come la base di una società sana, l’omossessualità è percepita come una malattia e spesso gay e lesbiche preferiscono nascondere nell’ombra la propria sessualità per paura delle violenze.
In tutti i Paesi della Regione accade però spesso che l’argomento dei diritti degli omosessuali sia solo materia di propaganda politica e in realtà la comunità Lgbt è spesso costretta nell’angolo.

(Luigi Maria Rossiello)

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