Cessate il fuoco subito, ritiro delle armi pesanti forse già a partire a domani e tutto il resto da definire nei prossimi contatti: quella che ieri sera è uscita dalle due ore del “vertice di Minsk” è una pace a metà, ma anche qualcosa su cui costruire accordi più saldi. Gli incontri “formato Normandia”, ovvero a quattro e su un canovaccio già definito in precedenza dai confronti tecnici, per il momento serve a dare al mondo un’idea di successo ed a rinviare lo scontro politico fra Merkel/Hollande e Barack Obama, E accontentamoci di questo.
Vladimir Putin, Petro Poroshenko, Francois Hollande e Angela Merkel nell’incontro di ieri pomeriggio si sono limitati a ratificare quando era stato concordato dai “tecnici” il giorno prima. Perfino Porochenko peraltro a aveva abbandonato i toni bombastici che è costretto a usare in casa sua per dichiarare alla vigilia dell’incontro che «o si va verso una de-escalation e una tregua o la situazione va fuori controllo».
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Per il momento tutto questo si concreta in una “dichiarazione comune” nella quale i quattro leaders dicono che bisogna rispettare i vecchi accordi di Minsk, quelli raggiunti in 5 settembre scorso, e che ulteriori dettagli saranno decisi dal “gruppo di contatto” composto da rappresentanti di Kiev, dei separatisti, di Mosca e dell’Osce. Le questioni da risolvere non sono affatto di secondo piano, anzi sono quelle che decideranno il futuro assetto dell’Ucraina: si tratta di decidere l’ampiezza della “zona demilitarizzata” che era stata prevista larga 30 chilometri, di coordinare il ritiro delle artiglierie e ancora di determinare chi controllerà l’applicazione degli accordi oltre all’ Osce. Nelle ultime ore si è tornati a parlare anche di una forza di interposizione internazionale, ma i russi pretendono di farne parte e questo a Kiev non va giù. Infine –e soprattutto – si tratta di definire i confini dell’area smilitarizzata, e la cosa è particolarmente difficile poiché nell’ultimo mese i filorussi sono avanzati di molte decine di chilometri, e il governo centrale vorrebbe che tornassero indietro.
Come si vede, sono questioni tutt’altro che secondarie e la dichiarazione congiunta di ieri non le prende affatto in considerazione. Questo concorre a far definire quella raggiunta ieri come una “pace a metà”, però si tratta comunque di un risultato da cui ripartire e di un momento che probabilmente ha segnato una storica frattura fra la politica estera di Francia e Germania e quella degli Stati Uniti d’ America, che insistevano nell’idea di armate Kiev per scatenare una vera guerra in territorio europeo . Forse si potrebbe notare ancora una volta anche il fatto che di una politica dell’Europa unita finora non si è vista traccia, ma tant’è.
Dietro il temporaneo “stop” al macello le distanze dunque rimangono notevoli: il conflitto nel Donbass “può essere risolto pienamente solo se Kiev avrà lo status di Paese non allineato e neutrale verso tutte le unioni militari”, commenta Denis Pushilin, uno dei negoziatori per i separatisti filorussi. Il problema, sottolinea il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, è che l’accordo non diventi nuovamente “un pezzo di carta”, però forse in un momento di equilibri così fragili è quel che basta a congelare il conflitto, scongiurare nuove sanzioni e forse anche la fornitura Usa di armi letali a Kiev. Non è moltissimo, ma per il momento va bene così: e se lo scontro è soltanto rinviato,lo si vedrà nei prossimi giorni.
(Giuseppe Zaccaria)
