Libia: a tre anni dalla Rivoluzione si combatte e si muore ancora

Heftarè la versione libica di al-Sisi: entrambi combattono per annientare le forze islamiste. Violenze non solo a Tripoli e Bengasi. [Francesca Marretta]

Libia: a tre anni dalla Rivoluzione si combatte e si muore ancora
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14 Luglio 2014 - 22.06


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di Francesca Marretta

“Mi trasferisco a Gaza, voglio morire per mano degli israeliani, non della mia stessa gente”. Questo tweet postato domenica scorsa con hashtag Libya dalla giovane Hadil Krekshi rifette il sentimento di molta parte della popolazione civile del paese nordafricano.

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Da domenica scorsa si registrano a Tripoli i peggiori scontri dalla guerra civile. Invece che aerei sono atterrati missili grad all’aeroporto di Tripoli, di recente modernizzato e in via di ampliamento.
Secondo l’attendibile sito web Libia Herald, diverse milizie, tra cui elementi delle Libya Shield, Misurata, Libyan Revolutionaries Operation Room – responsabili per il rapimento dell’ex premier Ali Zeidan, hanno attaccato l’aeroporto da più fronti al fine di sottrarne il controllo alle milizie di Zintan –Qaqaa e Sawaiq – quelle che tengono “in custodia” Saif al-Islam Gheddafi.

L’aeroporto della capitale è l’ultimo campo di battaglia tra le forze fedeli all’ex Generale Khalifa Heftar, paladino dell’anti-islamismo, noto durante la rivoluzione del 2011 come uomo della Cia a Bengasi e vicino al generalissimo del Cairo al-Sisi, e le milizie che, semplificando, stanno dall’altra parte, come quella di Misrata, vicina alla Fratellanza Musulmana che, pur non avendo vinto le elezioni del 2012 ha dominato la vita parlamentare nella scorsa legislatura grazie alla presenza di molti “fratelli” eletti come indipendenti. L’aeroporto di Tripoli è controllato dalle milizie di Zintan, alleate di Heftar.

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Secondo la sintesi del corrispondente di The Guardian a Tripoli, i gruppi islamisti protagonisti dell’offensiva contro l’aeroporto di Tripoli, denominata, Libya Dawn, sono alleati in una coalizione il cui obiettivo dichiarato è riportare la legalità – Libya Safety and Stability Force.
Heftar si batte anche contro gruppi estremisti inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche dal Dipartimento di Stato Usa, come Ansar al-Sharia a Bengasi e Derna.
Se le milizie che hanno lanciato Libya Dawn dichiarano vittoria, lo stesso fanni i miliziani di Zintan.

Una cosa è certa, a perdere di sicuro sono i libici che non possono volare e le compagnie aeree. Alitalia, come altri vettori, ha cancellato i voli. Alla compagnia libica Afriqiyah è andata peggio: almeno due velivoli sono stati danneggiati. Una cronaca dell’agenzia Reuters ha chiuso il biancio di sangue degli scontri di domenica nella capitale libica a sette morti e trentacinque feriti.

Si combatte anche a Bengasi. Stesso scenario che vede contrapposti gruppi fedeli ad Heftar e islamisti. Nella principale città della Cirenaica si sono consumati per mesi assassinii di esponenti delle forze dell’ordine. Questa primavera gli Stati Uniti vi hanno catturato Ahmed Abu Khattala, presunto responsabile dell’azione violenta che nel settembre 2011 causò la morte dell’Ambasciatore Usa, Chris Stephens e altri suoi due connazionali.
Non è il solo caso di “extraordinary rendition” registrato nella Libia post-rivoluzionaria. L’Amministrazione Obama si era già portata a casa Nazih Abdul-Hamed al-Ruqai, meglio noto come Abu Anas al Libi, nell’ottobre del 2013. Una caccia durata tredici anni. Al Libi, in passato vicino a Bin Laden, era ricercato per le bombe alle ambasciate Usa in Africa orientale del 1998 (200 morti). Come Khattala a Bengasi, al Libi circolava liberamente nella capitale della Libia post-rivoluzionaria.

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Le violenze in Libia non si limitano a Tripoli e Bengasi. Sebha al Sud è stata teatro di violenze e scontri ripetuti con morti e feriti quest’anno.
Una cosa accomuna le milizie libiche di ogni colore e fede: la disponibilità di armamentario bellico.

Le violenze di questi giorni, sommate a un’instabilità politica costante, accompagnata nello scorso anno e mezzo da scontri armati tra fazioni contrapposte ed una crimimalità diffusa, riflettono in uno specchio ridotto in mille pezzi le speranze tradite della rivoluzione che nel 2011 spazzò via il brutale regime di Muammar Gheddafi e della sua cricca di potere.

La rivoluzione che ha spazzato via Gheddafi non ha trasformato la Libia in una nuova Dubai arricchita da un petrolio di alta qualità. A tre anni da un conflitto fratricida che ha visto libici uccidere altri libici, stupri per rappresaglia, intervento internazionale in pompa magna seguito da elezioni finalmente libere nel 2012 e nuove elezioni la scorsa primavera, in Libia ancora si combatte e si muore, lontano dai riflettori accesi dei grandi media internazionali.

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In teoria le milizie che hanno attaccato l’eroporto sono sotto controllo statale. La galassia delle milizie libiche è a dir poco complessa. Il riassunto di quanto accaduto in Libia a seguito dell’introduzione forzata della “Political isolation Law” – legge imposta da milizie islamiste al Parlamento che un anno fa circa metteva fuorilegge chiunque avesse servito il paese ai tempi di Gheddafi, oppositori dell’ultima ora compresi – è troppo lungo quando la cronaca di queste ore è densa di notizie,
Per fare un esempio di quello che sta accadendo nel paese, la missione delle Nazioni Unite in Libia, UNSMIL, ha appena annunciato il ritiro del personale. Una mossa estrema, termometro dell’instabilità di queste ore.
Un’instabilità che allarma non solo il vicino orientale che ha giurato nel suo paese guerra agli islamisti, ma anche altri paesi della regione, ruiniti per due giorni – domenica e lunedì – ad Hammamet in Tunisia per discutere su come intervenire ai confini libici.

Intanto in Libia si consuma una mini-guerra civile.
Secondo l’analisi della situazione nel paese appena pubblicata dal Daily Beast con un’intervista a Heftar, il Generale libico, intende, come al-Sisi in Egitto, purgare il paese dalle forze islamiste.
Chi lo ammira lo descrive come un salvatore della patria, i fronti opposti come un traditore.
In base alla stessa intervista Heftar avrebbe messo fuori combattimento gran parte delle milizie islamiste – “Il sessanta per cento dei nostri obiettivi è stato raggiunto”, dichiara il militare scaricato da Gheddafi e iscritto per diversi anni sul libro paga della Cia, che vanta una forza da combattimento di 70mila uomini.
La comunità internazionale, i cui rappresentanti hanno incontrato a Tripoli il Primo Ministro facente funzione Al-Thinni –ex ministro della Difesa di Ali Zeidan che accettò un posto rifiutato da molti in lista prima di lui – chiede la fine delle ostilità nel paese. Un coro che si leva da mesi.

Quella in corso è una partita per chi guiderà la Libia, o parte di un paese che potrebbe seguire una svolta federalista. Una non nazione seduta sull’oro nero, che come in altre parti del continente africano porta più lutti che benessere. Di certo i continui black-out che affliggono la vita dei libici sono incompatibili con ricchezze energetiche che divise tra sei milioni di persone residenti in un territorio vastissimo dovrebbero fare di ogni libico un nababbo. Non è così.
Heftar, che combatte la battaglia finale per Tripoli, dileggiato per un presunto colpo di stato a febbraio scorso in analisi di stampa grossolane, dice di ispirarsi a un comandante militare del VI secolo, compagno del Profeta Maometto: Khalid Ibn Walid. Il condottiero conquistò all’epoca distese tra Persia e Spagna. “Però non era un estremista o un violento”, precisa Heftar nell’intervisa al Daily Beast.

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Da qualunque parte arrivino, proiettili o grad esplosi in Libia non sono caramelle.
La popolazione civile di questo paese che aveva sognato libertà e benessere chiede solo di mettere fine a violenza e insicurezza. Qualunque processo politico degno di questo nome potrà cominciare solo quando a tacere saranno le armi e a parlare, non in preda alla paura imposta da milizie di ogni colore, saranno i cittadini.

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