Le ossa stanno accatastate su un lungo graticcio di canne. Sotto, un intreccio irriconoscibile di spezzoni, frammenti, schegge. Sopra, una interminabile sequenza di teschi. La guida, gentile e precisa, indica le fratture sul cranio. “Ecco: questa è una freccia, questo un colpo di machete. E questo, un martello…”.
L’orrore attende i visitatori all’ingresso della piccola chiesa di N’Tarama. Dentro l’edificio, tra i banchi di legno accatastati e carbonizzati, la visione è apocalittica. Decine di scheletri calcinati, fagotti di ossa coperti di stracci colorati che una volta erano poveri vestiti, pentole e piatti di latta sparsi sul pavimento di terra battuta, un teschio appoggiato sull’altare di pietra. Su tutto, un fermo, stagnante, odore di morte.
Questi erano uomini, donne e bambini, ed è come se fossero morti ieri. Estate del 1994: centinaia di Tutsi, incalzati dalle milizie Interhawne degli Hutu, cercano riparo nella chiesa del villaggio, sotto la croce del Dio di misericordia. L’illusione della salvezza dura poche ore. I frati, terrorizzati, abbandonano il loro gregge indifeso. Le squadracce Hutu, ubriache, fanno scempio della comunità a colpi di mazza e di machete. Inseguono e massacrano donne e bambini nei campi e nei boschi. Dentro la chiesa lanciano granate, e la chiesa diventa un mattatoio, il sangue imbratta pavimento e pareti, nessuno si salva.
La parrocchia di N’Tarama è solo uno delle decine di “santuari del genocidio” che costellano il Ruanda, in ricordo dell’incubo di venti anni fa. Quando, nell’aprile del 1994, le bande Hutu scatenarono la caccia ai Tutsi, e trasformarono questo bellissimo, struggente Paese centroafricano (“il Paese dalle mille colline”) in una orgia di sangue.
La violenza dilagò come la peste nelle città, nei villaggi, nelle campagne: quasi un milione di vittime, da aprile a luglio. “Uccidete gli scarafaggi”, incitavano alla radio i predicatori di morte. All’inizio, le Nazioni Unite ignorarono del tutto gli avvertimenti trasmessi dal maggiore generale canadese Romeo Dallaire, comandante dell’esiguo distaccamento armato dell’Onu (2500 effettivi, poi ridotti a 500) di stanza a Kigali. Poi, il mondo – disgustato – distolse lo sguardo. “Guerra tribale”, si disse. “Guerra etnica”: e le cancellerie dell’Occidente non fecero nulla per mettere fine all’orrore. Fu davvero troppo tardi, quando i francesi intervennero, con una “operazione umanitaria” sotto l’egida dell’Onu.
Il conflitto, e il frutto avvelenato del conflitto, aveva radici lontane. Del resto, furono proprio i coloni belgi – dopo i tedeschi, i primi padroni del Ruanda colonizzato – a imporre sulla carta d’ identità dei nativi il marchio dell’etnia: tu sei Tutsi, tu sei Hutu. E per una lunga stagione, ben oltre il periodo coloniale, i bianchi si schierarono ora con l’una ora con l’altra comunità, e coltivarono l’odio reciproco per meglio amministrare i propri interessi e conservare i propri privilegi.
Venti anni. Il sangue del massacro era ancora fresco, quando il giovane sindaco (tutsi) di Butare accompagnò noi giornalisti verso un quartiere della città. I bambini della vicina scuola si rincorrevano nel sole e nella polvere, il mercato era pieno di richiami, di frutta matura e di rigogliosi prodotti dei campi. “Io mi sono salvato, ma tutti i miei amici sono qui”, disse, alzando il lembo di una larga incerata blu tesa a terra su un angolo della piazza. Sotto, in una buca profonda, decine di cadaveri, tragici fagotti di stoffa colorata, e ancora ossa, ossa, ossa.
