Con i minishort pieni di brillantini e tutta la pancia di fuori, due anni fa Alana Thompson ha avuto un grande successo nel controverso programma televisivo “Principessine”. A soli sei anni, trucco in eccesso e movimenti sexy, la bambina bionda della Georgia saliva con velocità l’effimera scala del successo.
“Lei ama il glamour e i concorsi di bellezza”, assicurava allora la mamma. Davvero? Perché la bambina era anche conosciuta per il tempo passato seduta sul pavimento, piangendo e insultando il prossimo, mentre passava le ore toccandosi i capelli.
Alana, con la sua personalità estroversa, il suo linguaggio volgare e la sua maleducazione, è così diventata un personaggio popolare. Forse troppo. La televisione l’ha venerata immediatamente e c’è stata una corsa nel chiederle interviste, accaparrandosi una foto cone la sua faccina rotonda.
Ora ha otto anni Alana ed è la protagonista di un reality show che mostra l’intimità della sua famiglia. Le telecamere della catena televisiva Tlc trasmettono la quotidianità della bambina, delle sue tre sorellastre adolescenti, di sua mamma e del suo attuale compagno.
Ma il pubblico e la critica hanno distrutto il programma: esalta il cattivo gusto, l’ignoranza e si tratta di una vera e propria forma di sfruttamento minorile. Meglio tardi che mai.
La storia di Alana Thompson è l’esempio più chiaro di un sistema multimediale crudele che favorisce la morbosità assai più che il talento e il rispetto. Povera Alana, ha otto anni e finora lo show-business le ha negato il diritto di essere bambina.
