Non c’è pace in Siria, dove oltre 220 persone, in gran parte
civili, sono state massacrate in un villaggio siriano,
secondo quanto denunciano gli attivisti siriani anti-regime. I carnefici sarebbero sempre i fedeli al presidente Bashar
al Assad.
La nuova strage sarebbe avvenuta a Tremseh, nella
provincia orientale di Hama, una di quelle più martoriate nella
guerra civile che sta martoriando la Siria.
I resoconti sono ancora incompleti, “stiamo contando i
cadaveri” riferiscono fonti nel villaggio.
Secondo i comitati di coordinamento locale (Lcc), che
forniscono ogni giorno sul proprio sito web un elenco
dettagliato delle vittime nel Paese, il villaggio sarebbe stato
bombardato per ore dall’artiglieria dei militari, dopo che
questi avevano circondato la zona, chiudendo tutte le vie di
accesso. Poi sarebbero entrate in azioni le famigerate milizie
degli Shabiha, i paramilitari filo-governo in gran parte
alawiti. Avrebbero ucciso tutti quelli che incontravano a colpi
di coltello e armi da fuoco, sterminando intere famiglie
rintanate nelle proprie case.
E proprio nella provincia di Hama, secondo una denuncia
dell’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, le forze di
regime “hanno utilizzato cluster-bomb”, le bombe a
frammentazione, anche se è presto per stabilire se questo tipo
di armi siano state impiegate a Tremseh.
Dal canto loro, gli attivisti della Syrian Revolution
Commission, citati da Al Arabiya, che hanno contato almeno 227
morti, quasi tutti civili, “150 cadaveri sono stati raccolti
nella moschea” del villaggio, altre decine “sono ancora
sparpagliati nelle campagne e nelle case” alla periferia del
villaggio.
L’esercito, secondo queste fonti, ha “colpito con gli
elicotteri i camion che portavano aiuti”, mentre il villaggio
sarebbe stato bombardato con i carri armati e missili.
Se confermato, il massacro di Tremseh sarebbe quello più
sanguinoso dall’inizio della rivolta contro il regime di Bashar
al Assad: a Hula, il 25 maggio scorso, gli attivisti hanno
denunciato la barbara uccisione di 108 civili.
