La parola magica di Obama agli indignati: Equità!

La nuova musica per essere rieletto. Ridisegnare il Sogno americano ascoltando le proteste che vengono dalla piazza e non da Wall Street.

La parola magica di Obama agli indignati: Equità!
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18 Ottobre 2011 - 10.11


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di Guido Molteni

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Non c’è più brivido, baby. «The thrill is gone, baby». Così cantava nel 1969 B. B. King, reinterpretando un pezzo fantastico di blues scritto ed eseguito da Rick Darnell e Roy Hawkins nei primi anni Cinquanta. Come la voce del grande bluesman del Mississippi, anche quella di Obama continua a incantare le platee. E il suo linguaggio del corpo è ancora affascinante. I testi dei suoi discorsi sono sempre attentamente costruiti per finire nei libri di storia e sono recitati da dio.
Eppure la “musica” di Barack non suscita più i brividi di emozione che provocava quando era candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2008.

Basta Professori. Quella canzone, di B. B. King, torna in mente a Marylouise Oates, nota attivista liberal, obamiana, per descrivere non la sua delusione, ma il suo disagio di fronte a un presidente troppo “professore” e troppo poco inspirational. Oates dice la sua, con la solita franchezza e il senso dell’humour che la distingue, dopo gli interventi di Paul Begala, Steve McMahon, Steve Schmidt. Si disseziona il primo presidente nero in carica. Si cerca di capire se e come ce la farà a ottenere un secondo mandato. Ma chi sarà il suo sfidante? La domanda è al centro di un altro panel, con Bob Shrum, Christopher Caldwell, Bruce Haynes e Mario Platero.

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Sono nomi grossi, la crema dei “political consultant” americani e degli analisti che seguono la scena washingtoniana, tutti convenuti a Firenze per la consueta annuale conferenza internazionale organizzata, con la regìa di Ellyn Toscano, dalla New York University nella sua bella sede italiana.
Il filo conduttore di tutti i discorsi è la consapevolezza della difficoltà in cui si dibatte il presidente democratico, temperata dalla constatazione che, nel campo repubblicano, le cose, almeno per ora, vanno molto peggio. E siccome nel novembre 2012 non sarà indetto un referendum, ma si svolgerà una competizione tra due candidati, le possibilità di rielezione sono, al momento, considerevoli.

Il grande mediatore. Già, il punto è proprio in questa banale riflessione, eppure non così semplice come appare. Barack Obama, ricorda Paul Begala, «non è per sua natura incline alla contrapposizione ma piuttosto alla composizione». «Non è un divider ma è un uniter», si associa Steve McMahon. Quindi la sua strategia dovrà essere quella di portare fino in fondo la nozione, esasperandola, secondo cui gli americani dovranno «scegliere» tra due persone, tra due idee. Ma il problema, paradossalmente, è proprio qui, almeno in questa fase iniziale della campagna elettorale. Non si sa chi sarà lo sfidante repubblicano, anche se c’è, negli interventi, la generale concordanza che sarà Mitt Romney.

Più grinta Mr. President. «Intanto, però, Obama ha un forte oppositore: se stesso. E l’economia», ragiona ancora Mc-Mahon. Se stesso, proprio nel senso che da un lato deve incrementare l’attitudine, che non gli è congeniale, alla contrapposizione («Perché non combatte?», dice Paul Begala, raccontando la rabbia di un militante obamiano che l’ha riconosciuto per strada); dall’altro lato deve dare un chiaro segnale sulle priorità della sua corsa per la rielezione. L’economia? I temi sociali? Qual è la sua “narrative”? Quale la “transazione”, su cosa si basa il patto che propone agli elettori?, si chiede Marylouise. Sulle questioni “sessuali” (matrimoni gay, omosessuali in divisa, aborto)? O su quelle economiche sollevate in questi giorni dai giovani di Occupy Wall Street?

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In quale Paese vogliamo stare? Obama fa il professore – è la sua vera indole – quando pensa di tenere insieme tutto con il tono di chi spiega razionalmente i problemi e le relative soluzioni. Torna al centro il “frame”, la cornice entro cui collocare la “conversation” che si vuole costruire con gli elettori. Anche qui si tratta di una domanda semplicissima eppure un vero rompicapo: in quale paese vogliamo stare? Quale America vogliamo? È il tema della “direzione di marcia”, del “binario” su cui instradare il futuro dell’America. E di nuovo si pone la questione della scelta. I repubblicani – lo dice perfino Steve Schmidt, che guidò la campagna di McCain – «difendono l’indifendibile ». Il paese che propongono è il paese dei ricchi che non vanno tassati e dei posti di lavoro all’estero.

La destra americana. Qual è la politica di job creation portata avanti da Romney? «Ha creato migliaia di posti di lavoro. A Bangalore», sogghigna il clintoniano Begala. Obama è stato professore, ma ha anche una storia di community organizer tra i poveri di Chicago. E lui incarna il sogno americano che sta evaporando: figlio di madre singola, di un padre immigrato, nipote di un pastore di capre africano, che altro è se non la quintessenza dell’American Dream? «Obama è la dimostrazione che qualsiasi bambino americano può diventare presidente degli Stati Uniti», dice Schmidt, ricordando il padre conducente di autobus e la sua origine polacca. Ecco, Obama saprà rianimare questi sentimenti, consapevole che gli americani sono realisti, anche quando invocano l’American Dream.

Il sogno americano. Perché il loro sogno è figlio di una storia vera, quella che ha creato l’America, generazione dopo generazione di nuovi immigrati. Si tratta di condividere le loro ansie e le loro aspirazioni. «Mica si può dire a una ragazza madre che torna a casa dopo dieci ore di lavoro e di pendolarismo che deve cucinare slow food, e che è tanto bello coltivare ortaggi biologici», scherza, ma mica tanto, Marylouise alludendo alle manie verdi della first family. Specie di questi tempi, Obama deve curare il suo messaggio. Uno studente sostiene che Obama è visto come «il presidente di Wall Street»: ha salvato le banche, ha scelto come segretario al tesoro Tim Geithner, beniamino dei banchieri.

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Gli indignados di Wall Street. Riuscirà a porsi in ascolto con i giovani che ora contestano Wall Street? «Sono giovani che dicono: credo nel mio paese, l’ho servito in uniforme, ho giocato secondo le regole, sono un patriota, perché mi ritrovo in condizioni precarie?». Così li descrive Paul Begala. «A sinistra – incalza McMahon – c’è un’enorme rabbia. Nessuno ha pagato per l’avidità di Wall Street, ma ha pagato la gente comune». Wall Street è stata salvata, loro no. Sì, il tema dei temi è quello della “fairness”, dell’equità e del merito. Del giocare tutti secondo le regole. È questo il sogno che Obama deve restituire agli americani, se vuole essere rieletto.

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