Fatta la legge, come evitare l’inganno

Le ragazze marocchine occupano la strada come i ragazzi e come i loro compagni hanno urlato contro il referendum del 1 luglio sulla nuova Costituzione.

Fatta la legge, come evitare l’inganno
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14 Luglio 2011 - 15.25


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Sarà forse una questione di ambiente, che in Marocco non crea molti problema. Quello che è certo che è le ragazze marocchine occupano la strada come i ragazzi.

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In jeans-tee-shirt o con il foulard in testa, le si può vedere in queste ultime settimane su al Jazeera mentre gridano gli slogan ripresi dalla folla nelle manifestazioni. In generale, fanno tutte parte del Movimento 20 febbraio, nato nell’esplosione della Primavera Araba, e come i loro compagni hanno chiamato al boicottaggio del referendum del 1 luglio sulla nuova Costituzione. Senza farsi molte illusioni. Come previsto, infatti, il testo è stato adottato. Ufficialmente con più del 95per cento delle preferenze, ed il 70 per cento di partecipazione alle urne.
Benché il Marocco sia una monarchia solidamente installata da 400 anni, Mohamed IV, come tutti i capi di Stato arabi durante la sollevazione tunisina dello scorso gennaio, ha percepito che il vento del cambiamento poteva soffiare a suo sfavore. Dunque, dopo una serie di manifestazioni/discorsi-de-re/manifestazioni/discorsi-del-re, nella sorpresa generale, il 17 giugno scorso, ha presentato il suo progetto di nuova Costituzione da approvare con un referendum popolare fissato il 1 luglio.
In un Paese in cui il 60 per cento di donne ed il 40 per cento di uomini sono analfabeti, tredici giorni non sono certamente molti per comprendere di cosa si tratti.
Comunque, la nuova Costituzione prevede una sorta di monarchia costituzionale, cosa che farebbe rivoltare nel suo mausoleo Hassan II, monarca assolutista cui Mohammed IV è succeduto nel 1999.


Libertà pubbliche

Ma anche in Marocco i tempi cambiano. Il nuovo Testo prevede una maggiore separazione dei poteri, con un primo ministro uscito dal partito vincitore delle elezioni, un potere giudiziario più indipendente, il rispetto delle libertà pubbliche, l’abolizione della tortura e dei tribunali speciali, il diritto d’espressione, e l’uguaglianza tra uomini e donne. La persona del re non è più “sacra”, ma resta “ inviolabile”; egli può sciogliere il Parlamento, conserva il potere sugli orientamenti strategici, presiede il Consiglio Supremo Giudiziario, negli affari religiosi e militari ha un potere assoluto. La libertà di fede chiesta dai manifestanti non è stata instaurata, l’Islam rimane religione di stato. L’influenza della Charia, in certi ambiti come la poligamia, è resa più complicata ma non è stata strettamente vietata.
“Per la prima volta, questa nuova Costituzione pone le fondamenta di uno Stato moderno”, scrive entusiasticamente “Marrocans for a Change”, un sito politico. “Diciamo piuttosto che si tratta di una prima tappa verso la democratizzazione”, stempera Mustafa El Kali, docente universitario. Taglia corto Nabila Ramdani, giornalista: “un’operazione cosmetica”. Ramdani è convinta che questa riforma nei fatti non verrà applicata, priva com’è di vera volontà politica e delle strutture capaci di metterla in piedi.
Lo svolgimento del referendum, senza controllo e molto contestato dall’opposizione, non inaugura certamente un immediato cambiamento di mentalità…
Più che al Testo (in generale poco letto), i marocchini hanno detto “Si” al re; popolarissimo tra la sua gente (è il suo entourage di essere accusato di corruzione e avidità), il Re è il Comandante dei credenti, il simbolo stesso dell’identità nazionale. Ma anche se è vero che il re gli ha quasi ordinato di votare Si, i marocchini vogliono innanzitutto evitare il caos dei Paesi vicini.
L’uguaglianza tra uomini e donne non è certamente la parte più popolare del Testo in una società largamente religiosa e conservatrice, ad eccezione degli ambienti urbani, agiati e “occidentalizzati”.
“La maggior parte dei marocchini pensa che l’uguaglianza tra i sessi non esiste nel Corano e non è stata voluta da Dio”, spiega uno studente di Storia dell’Università di Rabat, “e bisogna dire che questa mentalità è condivisa da moltissime donne.”.

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Il lavoro delle donne solo se c’è la necessità

L’occupazione femminile in Marocco raggiunge oggi il 23 per cento ( le donne lavorano soprattutto nel settore pubblico, essenzialmente insegnamento e sanità), ma questa presenza è determinata più dalla necessità che dell’ apertura mentale. “Il lavoro delle donne fuori casa è considerato assolutamente secondario, e viene accettato solo quando è necessario”, spiega Siham Ali, sul sito Magharebia, da Rabat.
Ascoltare donne che raccontino la loro vita professionale è sempre più difficile (come peraltro anche in Francia), ma qui i salari femminili sono inferiori a quelli maschili dell’8per cento ( in Francia del 27), ed è la questione dell’accesso praticamente impossibile ai posti di responsabilità che raccoglie la collera delle donne, come si legge in questi ultimi mesi nei numerosi siti che lo denunciano. “ Mi hanno fatto capire indirettamente che la responsabilità è degli uomini”, testimonia Hakima piena di rabbia per aver dovuto sacrificare tutto ad una promozione mai arrivata.
In Marocco, come in numerosi Paesi non solo musulmani, “sacrificarsi” vuol dire molto per le donne la cui “ riuscita” si misura ancora sul matrimonio che hanno contratto e sulla capacità di fare figli.
Numerose organizzazioni di difesa dei diritti delle donne vogliono tuttavia credere in un cambiamento, anche lento. Considerano una vittoria i capitoli della nuova Costituzione che consacrano l’uguaglianza tra gli uomini e le donne nei diritti civili, politici, economici, culturali e ambientali. “La Costituzione prevede misure e meccanismi concreti di lotta contro ogni forma di discriminazione”, sottolinea l’ l’Association Démocratique des Femmes du Maroc. Cosa in effetti nuova.

Concrete e pragmatiche, nel marzo scorso le organizzazioni femministe marocchine si erano raggruppate in una coalizione, “Le Printemps féministe pour l’Egalité”, che ha elaborato un Memorandum con rivendicazioni precise come la supremazia delle convenzioni internazionali ratificate dal Marocco, per poter fare eventuali ricorsi. Queste organizzazioni restano vigili: l’applicazione concreta dei diritti: ecco il problema in Marocco, come in altri Paesi, sulle questioni di uguaglianza uomo-donna.


Un passo avanti

Se ci atteniamo ai Testi, anche prima della nuova Costituzione, le donne marocchine non erano le più mal messe del mondo musulmano. Certo lontane, e dietro, le Tunisine, ma davanti alle Algerine che, dopo la guerra d’indipendenza, ritornano sempre al punto di partenza.
Nel 1956, alla conquista dell’indipendenza, la condizione delle donne marocchine era assai delicata. Il sistema coloniale, come sempre, aveva istaurato la sua legge tranne per quanto riguarda gli affari privati, il codice della famiglia e lo statuto personale delle donne (la Modawana) lasciati agli imam. “La laicità era associata alla dominazione francese”, continua a spiegare lo studente di Storia, “la Modawana che era rimasta sotto l’autorità del re era diventata il simbolo dell’identità marocchina strettamente associata all’Islam.”.
Si è finito per rimanerne toccati. Le donne hanno ottenuto il diritto di voto nel 1963 ma si son dovuti attendere gli anni Novanta perché iniziasse la loro emancipazione. Nei Testi. La Costituzione del 1996 ha riconosciuto per la prima volta che “ l’uomo e la donna godono di eguali diritti politici”: Il Testo riformava l’antico codice della famiglia che faceva della donna una “ minore”.
La riforma della Modawana del 2004 ha reso la donna pressappoco eguali all’uomo. Il Testo accorda alla madre un’autorità eguale a quella paterna nella famiglia, autorizza il divorzio su richiesta della moglie, limita il ripudio ( sottomettendolo all’accordo del giudice) e la poligamia ( obbligando l’accordo della moglie), migliora i diritti delle donne in materia di eredità.
Ma la pratica è lontana dal principio. Molte di queste leggi non hanno avuto decreti d’applicazione. Altre, non sono state semplicemente applicate dai tribunali. Nell’entourage del re, come tra le associazioni femministe, si sa che il problema è l’applicazione della legge. Le procedure giudiziarie sono lunghe, costose e spesso senza grandi speranze di riuscita.

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Libero esercizio di culto, non di fede

Il “soggetto Donna” non é delicato solo sul piano sociale, lo è anche su quello politico. A partire dagli anni Novanta, contemporaneamente alle rivendicazioni delle donne è salita anche l’influenza degli islamisti. Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD), molto influente tra gli studenti come nelle campagne anche se ha solo pochi seggi in Parlamento, gioca il gioco del dialogo democratico ma reclama l’applicazione della Charia, la legislazione religiosa che considera la più adattabile all’alleanza modernità/identità.
Il suo leader Abdelilah Benkirane ha strepitato perché l’Islam restasse il referente assoluto della nuova Costituzuione. “ I laici vogliono diffondere il vizio tra coloro che hanno fede (…). Vogliono che la devianza sessuale che certo è sempre esistita si diffonda e si proclami pubblicamente (…), che colui che porta in sè tali immondizie si nasconda perché se osa mostrarci il suo volto noi gli applicheremo le punizioni di Dio.”.
Benkirane ha vinto, il testo prevede solo “ il libero esercizio del culto” e non della fede, cosa che concretamente esclude la laicità.
Un altro partito, volontariamente fuori sistema ma anche molto influente, il Partito della Giustizia e della Carità, lotta per un Marocco strettamente islamico facendone la sfida della modernità.
Paradossalmente questi due partiti si sono rivelati sino ad oggi i più aperti alla partecipazione delle donne. Il PJD conta 25 per cento di elette contro la media del 12 per cento degli altri. Il PJC è diretto da una donna, Nadia Yassine, una specie di Marine Le Pen islamica: è innanzitutto l’erede di suo padre, il fondatore del partito, e conduce la sua modernizzazione senza rinnegare i fondamentali di papà. Nadia Yassine non esita a definirsi “ femminista islamica” , ad affermare che il Marocco è un “paese di maschilisti”, e che una lettura ben interpretata del Corano reclama la partecipazione attiva delle donne. Ma non l’uguaglianza.
Questi partiti religiosi hanno creato sezioni femminili e confinano le donne a problematiche di donne. Ancora: gli permettono di entrare nelle sfera pubblica senza negare la fede. E questo funziona, sono tante quelle che si proclamano loro sostenitrici…

Nei fatti, gli islamisti hanno saputo posizionarsi nella vita delle donne. Cosa che non è avvenuta nel resto del mondo maschile, politico, economico e sociale, concentrato tra il riconoscimento delle aspirazioni legittime e la resistenza a condividere il potere. E tuttavia, bisognerà che anche il Marocco si adegui. “ La cultura musulmana è perfettamente compatibile con la modernità”, spiega Latifa Babdi, presidente dell’Union Action Féminine (UAF), storica militante maoista, “le donne sono essenziali alla modernizzazione ed alla democrazia. Non si può immaginare un vero sviluppo senza le donne.”.
Da qualche mese, in tante hanno scoperto il potere dell’azione diretta. La macchina è partita, difficile immaginare che vi rinuncino.

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