La lunga marcia della rivoluzione yemenita

La rivoluzione yemenita sta permettendo di liberare il paese dalla logica della servitù rompendo la barriera della paura. Una marcia inarrestabile.

La lunga marcia della rivoluzione yemenita
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7 Maggio 2011 - 19.35


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di Ahmed al-Zekry
Sono molti quelli che sembrano traboccare di felicità per il fatto di essere servi di un regime decadente, come sembrano più felici quando la loro servitù scelta è per il capo del regime, anche se la loro lealtà sembra ridimensionata rispetto a qualche giorno prima. Quanto appare negativa la situazione quando costoro si trovano ai livelli più elevati di servitù, come il livello del ministro o di più o di meno, e si trovano a parlare del protettore del loro benessere, considerandolo la persona straordinaria senza la quale non sarebbero sopravvissuti, soltanto perché li ha scelti per svolgere una certa funzione nell’ambito della schiavitù. L’aspetto peggiore è che queste persone si trasformano in imprenditori di individui che reclutano bande di rango inferiore e più disponibili a vendere, comprare e anche a uccidere, senza guardare alla sostanza della rivoluzione latente che attraversa il Paese, che dice loro che per la servitù non c’è spazio.

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Ho sentito un tale che diceva che sua eccellenza il presidente è una linea rossa, sì proprio così: sua eccellenza il presidente! Intendeva dire che il suo presidente è una linea rossa di cui non vuole parlare. Linea rossa dunque non significa che sua eccellenza il presidente è diventato un pericolo per se stesso, per il Paese e persino per l’intera regione, come mostrano l’uccisione di chi protesta pacificamente nelle varie province e i suoi discorsi ridondanti e contraddittori che brandiscono ora la minaccia della guerra civile, ora quella di al-Qaeda che agisce sotto il naso del regime.

Tuttavia il bello è che queste minacce implicite pronunciate da ogni servo felice non trovano seguito in chi le ascolta. Come d’altra parte potrebbero trovare eco mentre tutto lo Yemen innalza nelle piazze il grido di libertà. Nelle piazze del cambiamento (piazza del Cambiamento è la piazza di Sana’a diventata simbolo della rivoluzione yemenita come piazza Tahrir al Cairo, N.d.T.), nelle case, nei vicoli, nelle camionette dei soldati. Persino i bambini che giocano gridano: il popolo vuole processare il regime.

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Si sa che queste persone accettano la schiavitù in conseguenza dell’opportunità data loro dal regime decadente di accumulare ricchezze in un modo o in un altro e per il fatto che c’è chi sostiene che alcuni di loro continueranno a sostenere il capo del regime fino all’ultimo riyal (valuta yemenita, N.d.T.). Tuttavia, arrabattandosi in questo modo essi perdono se stessi mentre sarebbero potuti rimanere nella memoria se si fossero adoperati per un tipo di stato di diritto e per istituzioni che garantiscono i diritti di tutti i cittadini, senza il bisogno di inchinarsi davanti a un’eccellenza o a un capo.

La rivoluzione giovanile e pacifica, che ha trionfato sin dai suoi momenti iniziali per aver rotto il muro della paura e del terrore nei cuori di milioni di yemeniti, procede a passi orgogliosi verso il coronamento del suo successo nella costruzione di uno Stato civile moderno. Conviene dunque a chi si è dedicato a inchinarsi al capo e all’eccellenza desueti, che fossero del rango di ministri o di più o di meno, concedersi l’opportunità di rispettare se stesso e annunciare una posizione positiva, poiché altrimenti un domani non troverebbe posto per dileguarsi e sfuggire alle maledizioni che lo perseguiterebbero nello stato di veglia che precede il sonno.

La nostra rivoluzione oggi ha concesso a tutti gli yemeniti la possibilità di rimuovere i loro presidenti dopo 33 anni di umiliazione, lasciata loro in eredità da questo regime in rovina e a causa de quale hanno continuato in tutti questi anni a vergognarsi di rivelare il nome del loro paese quando un non yemenita lo chiedeva loro dentro e fuori il Paese. Un consiglio a quelle persone: scrollarsi di dosso la polvere della loro servitù e del disprezzo di se stessi e unirsi al genere umano. Essere felici della loro cittadinanza, non di una servitù si chiama rivoluzione della libertà e della dignità.
Traduzione e testo di Carlotta Caldonazzo

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