di Massimo Ceccobelli
In più occasioni Giuseppe De Rita si è soffermato sulla formazione delle opinioni personali. Oggi sembra non ci siano verità sulle quali obiettare, contano le proprie percezioni. Come sostiene De Rita, vale e resta dominante il primato dell’opinione personale: «siamo, così, diventati un popolo prigioniero dell’opinionismo». Non contano decreti, ricerche scientifiche, tabelle statistiche. In tal modo diveniamo tutti prigionieri di livelli culturali bassi, «inchiodati alle proprie opinioni, refrattari a livelli più alti di conoscenza, restii all’approfondimento, al confronto, alla dialettica».
Come è accaduto durante la pandemia del Covid, non interessa la dimensione scientifica di una malattia, conta l’onda d’opinione che su quella malattia si è formata o si può formare. Ugualmente, non interessa la dimensione complessa di un testo di legge o di una sentenza, prevale l’onda d’opinione che si forma su di esse. Non interessa la incontrovertibilità di un dato economico o di una tabella statistica, ma prevale l’opinione che ci si può costruire sopra. Tuttavia, – direbbe De Rita – «senza confronto e senza dialettica non si fa cultura, non si fa sintesi politica, non si fa governo delle cose; con l’effetto finale che nel segreto del dominio dell’Opinione si attua una trasfigurazione in basso e banale della realtà». Ci troviamo in un tempo della forza e pertanto travolti dalla propaganda. È concreto il sospetto che siamo in presenza di«un uso primordiale ma sofisticato dell’opinione, e non si sa chi e come la gestisce. […] Non c’è dato comunque di sapere (visto che pochi lo studiano) dove potrebbe portarci la progressiva potenza dell’Opinione. […] Converrà, comunque, pensarci sopra, magari partendo dal preoccuparci che la nostra comunicazione di massa si ingolfa troppo nell’opinionismo autoalimentato e senza controllo»
Non conta più, perciò, argomentare come faceva Socrate in modo dialettico, in quanto il fine non è più quello di ragionare, produrre conoscenza, sviluppare un metodo, sapere. L’obiettivo è convincere l’altro, dunque nel dover dimostrare a prescindere che si ha ragione.
Non sono, quindi, i dati scientifici e i fatti che magicamente si adeguano al proprio pensiero, ma è la persona a dover acquisire fin da subito i presupposti analitici e oggettivi su cui sviluppare un concetto da argomentare successivamente. Lo stesso Luigi Pirandello, come scrive ne Il fu Mattia Pascal attraverso il personaggio di Anselmo Paleari, era convinto che la realtà non sia un unico lanternone che illumini le tenebre, bensì un complesso di “piccole lanterne” che ognuno possiede e che sono tutte diverse. Ciononostante, esse si fondano sugli stessi principi e sulle stesse funzioni, come l’illuminare il buio, oltre alla loro struttura di partenza, che è uguale in tutte. In ciò consistono l’approfondimento individuale e autonomo, la lettura e l’ascolto, ovvero l’acquisizione dei dati su un determinato fenomeno. Una volta creata la struttura di partenza, ogni lanterna potrà illuminare tranquillamente con vari colori, in forme distinte e con intensità differenti. Se, tuttavia, la luce che arde risulta debole, a causa di una mancata protezione solida in quanto il vetro stesso che la ricopre è fragile, o è già frantumato del tutto, essa rischia di spegnersi in virtù del contatto diretto con il vento e con le condizioni atmosferiche ed estranee che la circondano.
I limiti della comunicazione di massa odierna si riverberano sul mondo politico. Oggi la politica ha divorziato dalla cultura, è ridotta ad evento calcistico – come direbbero Giuseppe De Rita e Antonio Galdo -, caratterizzata da insulti, maldicenza, linguaggio rozzo, amici e nemici. Lo dimostra l’attuale dibattito sul referendum costituzionale che si terrà il prossimo 22 e 23 marzo. Il nostro è un tempo con poche certezze e tante cose che non funzionano più. Una fase storica in cui è difficile orientarsi. Il mondo vive una situazione caotica che sembra lasciare sempre meno spazio all’analisi e sempre più spazio alle reazioni emotive, specialmente di indignazione. Inoltre, sulla scena politica internazionale i confini tra politica, spettacolo e narrazione si sono fatti col tempo sempre più labili.
Nella sfera pubblica, e non solo, le posizioni si polarizzano, il linguaggio si fa bellico. Il periodo storico successivo alle tragedie della prima parte del XX secolo ci aveva fatto credere che l’umanità si fosse finalmente emancipata dalla necessità di ricercare nel volto dell’altro un nemico da combattere. Purtroppo, dall’inizio del XXI secolo – come ha osservato Mauro Magatti – viviamo in un paradigma culturale che «ci induce a difendere a ogni costo la nostra/mia zolla di benessere, potere o identità. Ogni cambiamento, ogni segnale di trasformazione, ogni imprevisto viene percepito come una minaccia. Al punto che si vanno perdendo persino le competenze necessarie per gestire la relazione complessa con l’altro concreto. Stiamo scivolando lungo un piano inclinato, con un esito incerto».
Un mondo complesso ha bisogno di cultura, ma soprattutto di più politica sul territorio. La città rappresenta un grande laboratorio per la convivenza. Bisogna ritrovare la passione civile e umana, volontaria, per operare laddove la gente s’incontra, nei vuoti delle periferie. Vivere insieme è una continua negoziazione, come diceva Umberto Eco parlando di integrazione. Nel conoscere e nel negoziare, nel comporre alterità, nel creare connessioni, nel riconoscere meticciati, nel favorire il dialogo, si esercita quella che Andrea Riccardi definisce l’arte del convivere, frutto di realismo e di speranza. È il realismo della ragione di fronte a una pluralità che impazzisce.
