Quando il premier di uno stato punta a trasformare un’elezione politica in un referendum sulla propria persona, nella convinzione di uscirne con un plebiscito a proprio favore, non sorprende che, viceversa, ne esca con le ossa rotte. Negli ultimi anni, chi ci ha provato ha mostrato debolezza, se non vera e propria disperazione. Ne sappiamo qualcosa noi italiani che abbiamo assistito alla debacle di Matteo Renzi il quale, dopo una vittoria travolgente alle elezioni europee, ebbe l’inopinata trovata di fare del referendum del 2016 un voto di fiducia personale. E che dire del primo ministro britannico David Cameron che, in quello stesso anno, si avventurò su un terreno minato, indicendo un pericolosissimo referendum sulla volontà del popolo di restare nell’Unione Europea o meno? Tutti ricorderanno che si dimise subito dopo.
Le elezioni americane di metà mandato non avevano mai suscitato tanto interesse nel mondo quanto quelle che si sono concluse da poche ore. Forse perché nessuno prima di Donald Trump le aveva caricate di significati diversi dalla loro natura. E nessun presidente americano è mai stato divisivo come lui, nemmeno Barak Obama, primo e finora unico presidente di colore degli USA.
Cosa ci dice il voto espresso da un elevato numero di americani? Che quel presidente che li aveva invitati a votare dicendo di far conto che sulla scheda elettorale ci fosse la sua faccia e che, a urne chiuse, non è riuscito a esimersi dal commentare che, se la sua faccia ci fosse davvero stata, i repubblicani avrebbero indiscutibilmente vinto, ha preso una tramvata epocale: la sconfitta del suo partito è andata addirittura al di là delle previsioni.
Ma il Donald Trump da oggi privo delle due camere del Congresso è un’anatra zoppa (come piace tanto dire ai commentatori politici) oppure una belva ferita? Solo il tempo lo dirà, anche se la sensazione è che Trump possa continuare a fare esternazioni da avanspettacolo, con un minimo di forza e convinzione in meno. Non va dimenticato, infatti – e bisognerebbe ogni tanto rinfrescare la memoria a quei politici italiani che, con cadenza mortificante, chiedono una maggior concentrazione di potere nelle mani del leader del paese e puntano a un presidenzialismo – che gli strumenti in mano al presidente americano sono enormi, paragonabili quasi a quelli di un monarca assoluto. La perdita delle due camere sarà certamente un impedimento concreto per le ambizioni folli di Trump, ma mi aspetto che nei due anni restanti del suo mandato voglia scavare un solco ancor più profondo nella storia del paese e nella memoria dell’umanità. Trump – non lo dico io – è un narcisista patologico che ha trovato nella politica l’unico palcoscenico in grado di soddisfare i propri slanci di egocentrismo malato e, simultaneamente, di metterlo al riparo dalle numerose indagini relative alle sue numerosissime malefatte personali.
La sua dichiarazione a caldo sulla plateale sconfitta elettorale ancora una volta dimostra quanto i leader autocratici tendano ad abbandonare la nave prima dei propri sottoposti. Resta da capire se l’ingente stuolo di yesman di cui si è attorniato – vi viene, per caso, in mente un leader nostrano dalle inclinazioni simili? – possa avere un rigurgito di orgoglio tale da rammentargli che, magari, qualche piccola magagna l’ha mostrata pure lui. Qualcosa mi dice che una lotta intestina abbia già preso le mosse. J.D. Vance e Marco Rubio, i due successori teoricamente designati di Trump – che, in realtà, ha sempre fatto balenare l’idea del famoso “terzo mandato” non previsto dalla Costituzione, senza dunque fare il nome del suo erede, perché di erede si tratterebbe, considerato l’atteggiamento da monarca che continua ad avere – hanno mantenuto un profilo alquanto basso in quella che è stata la campagna elettorale per le elezioni di Midterm più costosa di sempre, a dimostrazione della loro importanza. Che la loro scarsa presenza sia stata dettata dalla strategia di avere Trump come elemento unificante dei repubblicani oppure dal timore di legare il loro nome a una possibile, anzi probabile, disfatta è oggetto di dibattito. In un mondo serio e, soprattutto, fuori dal contesto della politica, due figure apicali come loro le distanze dovrebbero prenderle. Non succederà.
Il fatto che Donald Trump per il momento abbia riconosciuto la Caporetto in cui i repubblicani sono incappati e abbia scelto parole concilianti, decisamente non nel suo stile, non mi convince. Mi aspetto che i suoi modi da bullo di quartiere tornino presto a farsi sentire e che, magari, se la prenda proprio con i suoi più stretti collaboratori, oltre a spargere veleno sui democratici e, in particolare, su bersagli “facili” come i candidati El-Sayde e Lance Bottoms, non di pura “razza americana”. Fedele al ruolo che gli americani gli hanno attribuito fin da quando è sceso in politica, tornerà a fare il Donald Trump che tutti conoscono, in linea con le patologie psichiatriche che molti esperti gli hanno diagnosticato.
Sul piano politico, si notano interessanti elementi: James Talarico, in Texas – feudo storico dei repubblicani, stato in cui, in molte circoscrizioni, i democratici non si presentano nemmeno alle elezioni, certi di non potercela fare – ha sbaragliato la concorrenza; Keisha Lance Bottoms è la nuova governatrice della Georgia, stato del profondo Sud, e non solo è donna ma pure di colore; Abdul El-Sayed, figlio di immigrati egiziani, con posizioni molto forti contro quello che ha definito un genocidio a Gaza, ha vinto malgrado la strenua opposizione della compagna di partito Haley Stevens, parlamentare che sta considerando una conversione all’ebraismo. A tali elementi va aggiunta, per esempio, l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, quasi impensabile fino a pochi anni fa. Sono segnali certamente importanti. Attenzione, però: il cambiamento per il momento sarà più nell’orientamento della spesa interna del paese che nelle sue scelte in politica estera, dove gli USA non abdicheranno mai al ruolo che si sono arrogati di prima potenza economica e militare del mondo. L’americano medio, cresciuto a pane, “Dio è con noi” e bandiera a stelle strisce, ambisce a essere riconosciuto nel mondo come figlio di una democrazia imbattibile e di una nazione senza macchie: una vera e propria ossessione, un male assoluto, ma capace di unire le anime contrapposte di un popolo che, sotto la bandiera, trova immancabilmente un DNA comune. Al punto da spegnere la minima coscienza critica. Tale ossessione irrazionale è, dunque, fonte di enormi guai per la comunità internazionale e non solo per gli USA stessi. E non cesserà di esserla ora che il Senato e la Camera dei rappresentanti sono passati in mano ai democratici. Gli USA resteranno un paese fermamente abbarbicato alla propria presunzione di superiorità, un paese in cui il dibattito annoso sulla questione razziale, sulla accettabilità di eventuali politiche socialiste, – ogni forma di solidarietà umana viene demandata quasi interamente all’iniziativa privata – su aborto ed eutanasia, sulla libertà dell’orientamento sessuale individuale così come sull’enorme sperequazione tra i super ricchi e una fascia di popolazione che vive in regime di mera sussistenza qualche passo avanti lo farà ma con lentezza esasperante.
Gli USA Maga hanno sbandierato al mondo l’orgoglio bianco evangelico, una presa di posizione che a chi non si sente del tutto parte di quella galassia ha provocato non pochi fastidi nell’ultimo decennio. Gli USA restano un paese che si fonda sul presupposto di essere la Terra Promessa degli evangelici, ma la crescita inarrestabile di latini e neri – non esattamente il prototipo di WASP, White Anglo-Saxon Protestant – indica una via incontrovertibile che solo i più ciechi (ce ne sono, ahimè, tantissimi) stentano a scorgere.
Qualcosa mi dice che la scoppola di realismo che gli americani hanno voluto dare all’universo trumpiano con una disfatta elettorale chiara per i repubblicani abbia a che fare, come sempre, con il portafoglio più che con l’anima e con il cervello. Soldi, non etica. Per intenderci, è il costo della benzina dovuto alla inopinata guerra contro l’Iran e non l’insensatezza di tale conflitto ad aver fatto pendere l’ago della bilancia contro Donald Trump e il Partito Repubblicano.
Dunque, il plebiscito non paga. Anzi, non Maga.
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