Allarme rosso: la destra cerca il morto

Allarme rosso: stanno cercando il morto. Il morto in divisa, possibilmente, per dimostrare alla “maggioranza silenziosa” che la piazza è popolata di teppisti, criminali, dediti al saccheggio e alla violenza.

Allarme rosso: la destra cerca il morto
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22 Ottobre 2026 - 13.00


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Allarme rosso: stanno cercando il morto. Il morto in divisa, possibilmente, per dimostrare alla “maggioranza silenziosa” che la piazza è popolata di teppisti, criminali, dediti al saccheggio e alla violenza. La campagna di stampa è già iniziata. La rivolta sociale che attraversa l’Italia viene piegata a problema di ordine pubblico. La sacrosanta protesta degli autotrasportatori del Sud porta Il Corriere della Sera a dare ampio spazio ai supermercati di Napoli desolatamente vuoti, come al tempo del Covid. E poi le file interminabili ai distributori di benzina con il rischio-certezza che dopo ore di attesa quando arriva il tuo turno non c’è più una goccia di carburante. Tutto questo è responsabilità degli autotrasportatori, che essendo del Sud non possono che essere infiltrati se non addirittura guidati dalle organizzazioni criminali. 

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Supermercati vuoti? Benzinai senza benzina? La destra e la stampa mainstream ha il Nemico contro cui scagliare la rabbia della gente comune: gli autotrasportatori. Tutto questo per mascherare la bancarotta sociale del governo Meloni. Tutto questo per non parlare del peggiore ministro dei Trasporti della storia repubblicana: Matteo Salvini (in questo accomunato all’incontenibile gaffeur Francesco Lollobrigida, ministro (incapace) dell’Agricoltura. 

La criminalizzazione è in atto. Così come provvedimenti da leggi speciali. 

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Dagli autotrasportatori agli studenti. Mentre il governo sfascista pensa a mettere tetti per gli studenti “non italiani” nelle classi, i tetti di molte scuole rischiano di crollare. Gli studenti manifestano un malessere sociale generazionale. Il malessere di chi sa di essere derubato del proprio futuro. 

La destra securitaria cerca il morto. Non è storia dell’oggi. Quando la piazza si riempie, quando la rabbia sociale infiamma le città, quando un malessere esistenziale si fa movimento, scatta la provocazione. Ricordatevi di Genova, dell’uccisione di Carlo Giulionai, della mattanza cilena alla Diaz nei giorni della protesta oceanica contro il G8 (era il 2001, e il ministro dell’Interno era Gianfranco Fini, postfascista come Giorgia Meloni)

La destra è questo. E la sinistra?

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Sta fino in fondo dentro questo gorgo, avrebbe detto il grande Pietro Ingrao, complesso ma vivo, reale. Un gorgo che denuncia una condizione insostenibile e al tempo stesso segnala una volontà di cambiamento radicale. Sì, radicale. Dentro questo gorgo la sinistra deve stare, con questo gorgo deve misurarsi. Una rivolta sociale mette in conto comportamenti da jacquerie. Ha ragione Massimo Cacciari: basta fare le anime belle. Quando la rabbia tracima, comportamenti violenti non vanno legittimati ma vanno compresi, interpretati, messi in conto. 

In questa situazione esplosiva, dibattere su quando e come fare le primarie di coalizione, è l’ennesima manifestazione di quel tafazzismo da cui la sinistra fa fatica a liberarsi. 

Il programma non nasce a tavolino. Non può essere il prodotto del pensatoio di poche persone, capi e capetti, che limano le virgole per trovare una quadra. Un programma siffatto, così concepito, è freddo, insipido, inutile. 

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Il programma è anzitutto visione, identità, scelta di campo. E per essere vissuto deve essere coinvolgente. Non bastano campagne di ascolto. Il mondo solidale, i movimenti reali, l’universo pacifista, le organizzazioni sindacali hanno praticato nelle lotte e nell’impegno quotidiano il “programma”. Non basta ascoltarli. Al “tavolo” programmatico devono sedersi a pari titolo delle forze politiche. Devono poter contare nelle scelte che contano. La sintesi deve essere “orizzontale” e non verticale. So bene che è un impegno gravoso, ma di certo molto più produttivo ed emozionante dei caminetti in cui discutere di candidature, capilista e bocciature eccellenti. 

Il clima che si respira è pesante. I cinquecento soldati spediti a Milano hanno una valenza simbolica non certo operativa. Il messaggio è chiaro: contro il vandalismo imperante è dovere di chi governa garantire la sicurezza dei cittadini, dei commercianti, delle persone perbene. E se per riuscirci occorre sospendere la libertà di manifestare, ecco pronto il decreto ad hoc. Se per ristabilire legge ed ordine è necessario militarizzare le città, siamo pronti. 

Di fronte a questo, c’è bisogno, si sarebbe detto un tempo, di una grande vigilanza democratica. Una vigilanza contro le provocazioni orchestrate a tavolino (i meno giovani ricorderanno le squadre speciali di poliziotti in borghese dei tempi di Cossiga ministro dell’Interno); una vigilanza che significa esserci in quelle piazze, con le proprie idee, le proprie bandiere, la propria pratica non violenta. 

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Esserci. Senza la presunzione di mettere cappelli. Senza la puzza sotto il naso. Esserci perché o la sinistra è lì, in quel gorgo, o non è. So bene che questo discorso fa venire conati di vomito a chi la piazza non l’ha mai frequentata e magari l’ha schifata. I censori in servizio effettivo permanente sulle prime pagine di fogli, foglietti, fogliacci, o immancabili presenze nel circo barnum televisivo, quelli per cui assecondare la piazza è un suicidio politico ed elettorale. Che stare con i pacifisti, gli studenti in lotta, gli autotrasportatori incazzati, è espressione di subalternità alla piazza che denota una mancanza di “cultura di governo”. Costoro vivono in un metaverso. Se la cantano e se la suonano come l’orchestra del Titanic. L’Europa è percorsa da una rabbia che infiamma le città – dalla Francia all’Albania – lo scontro si radicalizza, il “centro” è spazzato via, e questi soloni in doppiopetto arricciano il naso, calzano l’elmetto, impartiscono lezioni di alta strategia politica (sigh). 

Se la sinistra vuole suicidarsi non ha che ascoltare lor signori. Fare le politiche della destra ma con più moderazione facendosi consigliare o guidare dalla tecnoburocrazia di Bruxelles (in passato è successo, e la sinistra continua a pagarne il prezzo). 

Le elezioni si vincono se si coglie e intercetta quel malessere diffuso e quel disincanto di massa che stanno al fondo del mare dell’astensionismo. Se si offre una speranza alle tante e tanti che quella speranza l’hanno persa da tempo. Il campo è “largo” non se aggiunge qualche sigla o partitino ma è “largo”, e vincente, se riesce a essere percepito come utile, realmente rappresentativo, da milioni di italiani che hanno sbarrato la strada alla controriforma della giustizia della destra. Ha ragione Elly Schlein, quando rimarca che 15 milioni di cittadini-elettori, hanno votato No al referendum sull’ordinamento giudiziario, ma 5 milioni di essi non hanno votato centrosinistra nelle elezioni amministrative successive al referendum. La sinistra commette un errore esiziale a pensare che sia scontato averne il voto. Quel voto va motivato, conquistato. La Piazza è esigente, molto esigente. Lo sono soprattutto i giovani, protagonisti delle mobilitazioni contro il genocidio di Gaza e ora di nuovo in movimento contro il caro affitti, una scuola frequentabile, in tutti i sensi, un lavoro che non sia sinonimo di sfruttamento o di morte. Portarli nel campo del cambiamento dovrebbe essere l’obiettivo primario di una sinistra di lotta e di governo. Tutto il resto è noia.

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