Che dire di una presidente del Consiglio che diserta l’Assemblea generale delle Nazioni Unite per presenziare alla Milano Fashion Week?
Di certo, le foto di Giorgia alle sfilate di moda fanno più click di un intervento al Palazzo di Vetro. La “umanizzano”. E poi, vuoi mettere avere accanto a te nella cena di gala una signora dalle belle maniere come Anna Wintour piuttosto che uno zoticone come Donal Trump?
Ma che tristezza. Che tristezza vedere l’Italia rappresentata a New York da un imbarazzante ministro degli Esteri, il cui discorsetto ha fatto il giro dei social perché il suo stentato inglese era talmente incomprensibile che la Cnn ha dovuto accompagnarlo, nel sottopancia, con la traduzione…in inglese.
Ma questo è l’aspetto macchiettistico di una vicenda che, nel suo svolgersi, racconta dell’assoluta marginalità dell’Italia meloniana nel consesso internazionale. Forse la presidente del Consiglio, che a differenza del suo ministro degli Esteri, l’inglese lo parla fluentemente, temeva, anzi aveva la certezza, che il suo intervento sarebbe stato programmato in un orario da sala semi deserta. L’orario che merita un Paese che nel mondo, in Europa non tocca palla, nonostante la narrazione da Istituto Luce 2.0 della stampa mainstream, imbeccata dalle veline di palazzo (Chigi).
Chissà se Trump, Macron, Lula, i capi di Stato e di Governo che, forse perché non interessati a sfilate di moda, si siano accordi dell’assenza della Giorgia nazionale. Ne dubitiamo.
Dubitiamo che avrebbe interessato qualcuno dei delegati in platea, in cerchiobottismo mediorientale del governo italiano, o la stanca ripetizione che l’Italia sostiene l’aggredita Ucraina contro il malvagio aggressore russo. O che qualcuno abboccasse ancora, se mai è avvenuto, all’amo del “Piano Mattei” per l’Africa. O che l’Italia detta la linea all’Europa su come contrastare l’”invasione” dei migranti.
Certo, Meloni avrebbe avuto dei titoli sui giornali del fu Belpaese, commenti adulatori, filmati su Instagram e Tik Tok. Ma fuori dai confini patrii, nessuno se ne sarebbe accorto.
In politica estera l’Italia non fa più notizia perché da tempo non fa più politica, barcamenandosi, alla meno peggio, tra uno stanco filoatlantismo e un ancoraggio all’Europa dettato dalla necessità e non certo dalla convinzione europeista che non è nel DNA della destra postfascista.
Nella sponda Sud Mediterraneo, nell’Africa subsahariana, a dettar legge sono altri. Un elenco incompleto ma altamente indicativo: Russia, Cina, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita, Egitto…In Medio Oriente è lo stesso. In Europa non va meglio.
Ma il centrosinistra, o se volete il sinistracentro, ha poco da stare allegro. Se non hai una tua visione del mondo e delle relazioni internazionali, non conterai nulla in Europa e nel mondo.
Se la politica estera rimane una variabile subordinata alla politica interna, l’Italia si autocondannerà a restare ai margini di ogni consesso internazionale.
Non è scritto nel destino che debba andare così. È la politica e i suoi attori a deciderlo. La sinistra ha un vantaggio: quello di poter contare su un mondo solidale capace di coniugare protesta e proposta, idealità e concretezza. Una riprova? L’iniziativa “un’altra difesa è possibile” ha superato le 50mila firme e potrà essere portata in Parlamento come proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta. Si tratta di un traguardo storico per il movimento per la pace e la nonviolenza: la raccolta delle firme proseguirà fino al 18 settembre per rafforzare ulteriormente la proposta. Le guerre, che negli ultimi anni sono diventate sempre più violente e sempre più vicine all’Europa, hanno reso necessaria una riflessione a riguardo, e l’obiettivo posto nella proposta di legge è quello di smettere di finanziare le guerre e iniziare a preparare la pace con mezzi coerenti.
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo per risolvere le liti con gli altri Stati”: l’art.11 della Costituzione è uno dei dodici principi fondamentali della nostra Carta. La proposta rilancia, per l’appunto, la costruzione di una difesa alternativa, fondata su prevenzione dei conflitti, mediazione, diplomazia dal basso e cooperazione. L’ampio consenso popolare già raggiunto rende più difficile ignorare o accantonare il tema: più alto sarà il numero delle firme, più forte sarà il peso della proposta e il mandato politico.
L’obiettivo dichiarato da Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento e coordinatore della campagna, è quello di “portare sul tavolo della politica e nel dibattito nazionale il tema di un’altra difesa possibile, spostando fondi pubblici dalla preparazione della guerra alla costruzione della pace”. La richiesta sottoscritta da migliaia di cittadini è quella di garantire la pace, ma senza incentivare le misure per il riarmo. Non si tratta, quindi, soltanto di una proposta di legge, ma di un vero e proprio banco di prova politico per il futuro del nostro Paese, anche in vista delle Elezioni del 2027.
La campagna è stata promossa dalla Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile, Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace Disarmo, in un periodo storico in cui il centro del dibattito è la difesa armata. “La nostra proposta arriva alle Camere prima della tanto annunciata “riforma Crosetto” dello strumento militare nazionale” ricorda Alfio Nicotra, Coordinatore dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace Disarmo. Il Dipartimento, che dovrebbe essere istituito presso la Presidenza del Consiglio, vuole perseguire un’unica strategia orientata alla prevenzione, unendo le forze del Servizio Civile universale, della Protezione Civile e dei Corpi Civili di Pace. Un sistema di difesa, degno delle sfide del tempo presente, sarà possibile attraverso l’Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, il Fondo nazionale dedicato e il finanziamento del sei per mille dell’Irpef. La mobilitazione dal basso, che ha visto un’importante accelerazione negli ultimi giorni, chiede risposte concrete alla politica, nel rispetto della nostra Costituzione e al passo con i continui cambiamenti degli equilibri geopolitici.
Ecco, la sinistra faccia di questa proposta, dei suoi contenuti, e della visione che la permea, un punto qualificante del proprio programma elettorale. Frequentare il mondo solidale serve più di una sfilata di moda a cui presenziare.
