Cara Elly Schlein, ricordati di Panebianco...

Premeranno, eccome premeranno. Giocheranno sporco, statene certi. Mobiliteranno la schiera di editorialisti, gestori di talkshow televisivi, direttori-ultras, per scongiurare che l’Italia...

Cara Elly Schlein, ricordati di Panebianco...
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

20 Luglio 2026 - 13.13


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Premeranno, eccome premeranno. Giocheranno sporco, statene certi. Mobiliteranno la schiera di editorialisti, gestori di talkshow televisivi, direttori-ultras, per scongiurare che l’Italia possa avere un governo che decida di riconoscere lo Stato palestinese e di sospendere qualsiasi accordo commerciale, economico, militare con chi ha perpetrato il genocidio di Gaza e instaurato un sanguinario regime di apartheid in Cisgiordania. 

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Lo faranno, perché già l’hanno fatto in passato. In forme diverse, anche esercitando una velenosa moral suasion. Elly Schlein è avvisata. Se ha dei dubbi in proposito le consigliamo di farsi una chiacchiera con Pierluigi Bersani. 

Perché? Torniamo indietro nel tempo. Il 26 febbraio 2013 gli italiani vanno a votare: lo scontro per la guida del Belpaese è tra il centrosinistra guidato da Pierluigi Bersani e il centrodestra capitanato da Silvio Berlusconi. 

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I sondaggi danno Bersani vincente (sappiamo poi come andò a finire, ahinoi). Anche la grande stampa sembra farsene una ragione, e allora ecco partire la campagna dei “suggerimenti” al premier in pectore.

Illuminante è un editoriale di prima pagina del Corriere della Sera a firma Angelo Panebianco.

L’illustre professore, politologo, tuttologo, si rivolge al segretario del Pd come se fosse già con un piede a Palazzo Chigi. Vabbè, occorre fare buon viso a cattivo gioco, e portarsi avanti con il lavoro. Come? Dispensando consigli al papabile presidente del Consiglio.

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Uno dei consigli, il più sentito, vergato da Panebianco per Bersani è di evitare come la peste di fare di Massimo D’Alema il ministro degli Esteri dell’ipotetico governo di centrosinistra. 

Sarebbe un errore gravissimo, è in sintesi il giudizio di Panebianco, gravissimo per la credibilità internazionale del governo Bersani, una macchia indelebile. Il dotto editorialista spiega la ragione: non può essere a capo della Farnesina, una persona -D’Alema – che aveva osato nell’estate del 2006, il 15 agosto per la precisione, alla fine della guerra scatenata da Israele in Libano, recarsi nella disastrata Beirut e visitare le macerie di un quartiere sciita accompagnato da un parlamentare di Hezbollah, Hussein Haji Hassan.

Apriti cielo! Il Corriere di Paolo Mieli scatena una campagna furibonda contro il ministro italiano “a braccetto” con un “terrorista di Hezbollah”.  Le accuse al titolare della Farnesina e vicepremier, piovono a raffica. E non solo dal centrodestra: “Doppiopesista”, “spregiudicato”, sbilanciato a favore di Hezbollah, «anti-israeliano», le più ricorrenti ed edulcorate. 

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Ora, agli ultras d’Israele poco o nulla importava che la Beirut ridotta a un cumulo di macerie, era quella, soprattutto quella, dei popolosi quartieri sciiti dove Hezbollah era forza egemone. E men che meno sarebbe importato che quel “pericoloso terrorista” da lì a poco sarebbe diventato ministro del governo libanese e come tale ricevuto dal presidente francese Emmanuel Macron. E chissene frega che, grazie al ruolo decisivo svolto dall’allora governo italiano guidato da Romano Prodi con D’Alema ministro degli Esteri, per convincere gli Stati Uniti, i partner europei e i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a schierare sul campo, a garanzie del rispetto degli accordi tra Israele e Hezbollah, un contingente di caschi blu dell’Onu ai confini tra lo Stato ebraico e il Libano. Di quel contingente Unifil, l’Italia era il Paese maggiormente impegnato, con più di tremila uomini, tant’è che aveva ottenuto il comando della missione.

Un ruolo di stabilizzatori di una pace fragile che fu riconosciuto dai due belligeranti: Israele e Hezbollah. 

Ma tutto questo nulla contava per coloro che vedevano D’Alema come un amico di Hezbollah e un arcinemico d’Israele e del popolo ebraico. 

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Se Bersani voleva accreditarsi negli ambienti che contano, doveva liberarsi di baffino. 

Scriveva, citiamo testualmente, Panebianco in un altro editoriale sul Corriere della Sera del 19 luglio 2007: “C’è continuità fra le diverse iniziative del governo Prodi sulla scena mediorientale. Fin dai tempi della guerra del Libano (luglio 2006) quando D’Alema si dimostrò assai meno indulgente nei confronti di Israele che dei suoi nemici integralisti. Allora D’Alema legittimò Hezbollah con parole simili a quelle ora usate per Hamas: è una forza popolare, disse, radicata nella società libanese. Giudizio descrittivamente ineccepibile da cui veniva tratta l’eccepibile conclusione che il «dialogo» con Hezbollah fosse necessario. Il tutto sullo sfondo (è l’aspetto più importante) delle ottime relazioni che l’Italia ha instaurato con l’Iran e con la Siria, gli stati-sponsor di Hezbollah e di Hamas. La coerenza è certa ma è lecito dubitare che l’arrendevolezza nei confronti degli estremisti e dei loro sponsor serva alla stabilità del Medio Oriente e, quindi, agli interessi dell’Italia e dell’Europa. Per fortuna, molte partite sono ancora aperte. C’è spazio per la resipiscenza. Per riconoscere, ad esempio, che buttare a mare i moderati (come oggi Abu Mazen) e legittimare gli estremisti è sempre stata, fra tutte le politiche concepibili, la peggiore”.

Ora che le elezioni si avvicinano, il pressing su Schlein sarà incessante, ossessivo. In parte è già iniziato: la segretaria dem raccontata come subalterna alle piazze pro-Pal, antisionista e perciò anche antisemita. 

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E poi, quella promessa di riconoscere lo Stato palestinese! Una cosa che la sua competitor di destra, Giorgia Meloni, ha sempre tacciato come un atto “controproducente”.

I direttori, editorialisti, i conduttori di talkshow negazionisti della mattanza di Gaza, agiranno, lo hanno già cominciato a fare, a tutto campo. Con assalti frontali e con quelli più subdoli, “consigliando” Schlein almeno di non premiere quelli che nel Pd si sono più spesi per sostenere le ragioni della pace, di una pace giusta, tra pari in Terrasanta. Una pace che passa per il riconoscimento e la creazione di uno Stato palestinese a fianco, e non contro o in sostituzione, dello Stato d’Israele. 

Arturo Scotto, Annalisa Corrado, Laura Boldrini, solo per citarne alcuni dei più combattivi, sono i “D’Alema” di Panebianco. 

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A Elly Schlein ci permettiamo di dare un consiglio sincero, spassionato: non ascolti queste velenose sirene, non retroceda di un passo dalla linea seguita sulla guerra di Gaza e metta nel conto gli attacchi, i “pizzini”, i messaggi sottotraccia che le pioveranno perché edulcori le sue posizioni “filopalestinesi” (sic), e punti su chi, dentro il Pd, si è dimostrato vero amico d’Israele (doppio sic).

Cara Elly, mantieni il punto. Rivendica il sostegno alla Flottiglia, l’essere stata parte di un grande movimento per la pace e contro il genocidio di Gaza, che ha riportato in piazza milioni di italiani, mobilitando la generazione Z, la “generazione Gaza”.

Non venire meno alle aspettative suscitate e ai propositi enunciati. La coerenza è un valore. E in tanti e tante se ne ricorderanno nel segreto delle urne. 

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