Riccardo Noury, Portavoce di Amnesty International Italia., saggista, una vita dedicata alla battaglia per il rispetto dei diritti umani in Italia e nel mondo.
“In aree della Cisgiordania sotto il suo esclusivo controllo, lo Stato di Israele conduce una campagna organizzata, sistematica e finanziata di pulizia etnica e crimini contro l’umanità”. L’ha detto Amnesty International?
No! Sono le parole, riportate da “l’Unità” il 27 giugno, dell’ex primo ministro israeliano Olmert. Colui che già nel 2007, poco dopo l’incontro di Annapolis con George W. Bush e Abu Mazen, aveva messo in guardia con toni foschi sul futuro di Israele, parlando espressamente di apartheid: “Se si arrivasse al giorno in cui la soluzione di due Stati dovesse scomparire e ci trovassimo davanti a un tipo di lotta come in Sudafrica per uguali diritti di voto, allora da quel momento lo Stato di Israele sarebbe spacciato”.
Aveva parlato pro domo sua, ovviamente, a proposito della “necessità di realizzare la soluzione dei due Stati. Altrimenti Israele come Stato ebraico sarà destinato a sparire, come il Sudafrica bianco dell’apartheid”. Parole importanti ma inascoltate da chi gli è succeduto.
Ora invece citiamo davvero l’ultimo rapporto di Amnesty International su Israele. Di che tratta?
Della pulizia etnica delle comunità di beduini e pastori dell’area C della Cisgiordania occupata. L’obiettivo è quello di cancellare da lì ogni traccia palestinese, mediante il crimine contro l’umanità di trasferimento forzato.
Quell’area costituisce oltre il 60 per cento della Cisgiordania occupata e – a causa della relativamente scarsa popolazione nativa, delle risorse naturali, dei terreni agricoli e delle caratteristiche ideali per il pascolo – è da tempo al centro delle politiche israeliane di controllarne terra e demografia.
Quali sono i principali dati contenuti nel vostro rapporto?
Secondo l’Ocha (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari), da gennaio 2023 ad aprile 2026 almeno 117 comunità per lo più di beduini e pastori palestinesi hanno subito uno sfollamento totale o parziale. Sempre secondo dati delle Nazioni Unite, alla fine di aprile 2026 erano state forzatamente sfollate almeno 5910 persone palestinesi.
Per l’ong israeliana Peace Now, alla fine di aprile 2026 i coloni israeliani avevano creato 363 avamposti, 212 dei quali a partire dal 2023. Le autorità israeliane li hanno attivamente incoraggiati e non hanno preso quasi alcun provvedimento per smantellarli, nonostante siano illegali tanto per il diritto internazionale quanto per la stessa legge israeliana. Sono avamposti di pastori, usati dai coloni per appropriarsi di grandi aree di terra palestinese a scopo di pascolo.
Gli espropri delle terre palestinesi da parte del governo israeliano hanno raggiunto ormai il picco: quasi il 58 per cento della terra dell’area C non è registrata e, secondo dati risalenti al febbraio 2026, le autorità israeliane ne avevano già espropriata la metà attraverso dichiarazioni di appartenenza allo Stato.
Parlate di una politica di stato sin dal 1967…
Sì. A partire dall’occupazione del 1967, i successivi governi israeliani hanno portato avanti agende politiche con l’obiettivo di massimizzare il controllo ebraico sulla terra della Cisgiordania e al contempo ridurvi al minimo la presenza palestinese.
Il 37° governo, formato alla fine del 2022 dal Likud di Netanyahu in coalizione con Potere ebraico di Ben-Gvir e Sionismo religioso di Smotrich, ha apertamente e deliberatamente perseguito l’annessione formale dell’area C e il trasferimento forzato della popolazione palestinese residente, sfidando sfacciatamente molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite e il Parere consultivo emesso nel 2024 dalla Corte internazionale di giustizia, che aveva dichiarato illegale l’occupazione del Territorio palestinese.
L’intenzione di rimuovere le persone palestinesi dall’area C e di annetterne la terra è evidenziata dalle esplicite menzioni delle autorità israeliane all’espansione degli insediamenti e all’estensione della sovranità sul territorio occupato e anche dal sostegno pubblico ai coloni da parte di vari ministri.
È anche dimostrata dalla legislazione dedicata all’annessione e dai provvedimenti adottati per trasferire il potere in Cisgiordania dalle autorità militari a quelle civili, in violazione del diritto internazionale umanitario, dalle procedure semplificate per l’approvazione degli insediamenti, dall’aumento dell’espansione di questi ultimi, dalla legalizzazione retroattiva degli avamposti, dall’aumento del sostegno finanziario e politico alle infrastrutture delle colonie, dalla demolizione delle proprietà palestinesi e dalle sistematiche limitazioni al movimento delle persone palestinesi e al loro accesso alla terra e all’acqua.
Si può tradurre in numeri questa politica?
Si deve, così è più chiaro.
Nei primi tre anni di governo, il bilancio annuale del ministero degli Insediamenti e delle missioni nazionali è cresciuto del 122 per cento, raggiungendo nel 2026 764 milioni di shekel (circa 225 milioni di euro).
Secondo Peace Now, tra il 2023 e il 2025 il governo ha portato avanti progetti per la costruzione di 50.785 unità abitative destinate agli insediamenti. Solo nel 2025, il Consiglio superiore della pianificazione ha approvato 27.941 unità, il più alto numero mai registrato in un anno.
Il numero totale dei nuovi insediamenti riconosciuti dal governo, alla data del 30 aprile 2026, era salito a 102, di gran lunga il più alto numero di nuovi insediamenti autorizzati da un singolo governo nella storia israeliana.
Parallelamente, secondo l’Ocha, tra gennaio del 2023 e aprile del 2026 le autorità israeliane hanno autorizzato la demolizione di 3407 abitazioni e strutture palestinesi nell’area C.
Cosa fanno praticamente i coloni ogni giorno?
Le loro giornate sono scandite da intimidazioni, minacce, aggressioni fisiche, pestaggi con bastoni e calci dei fucili, restrizioni all’accesso ai pascoli e alle fonti d’acqua, furti o uccisioni di bestiame, distruzioni di terre agricole e raccolti, incursioni, incendi, atti vandalici contro abitazioni, scuole, veicoli e attrezzature agricole, distruzioni di pozzi, pannelli solari e scorte di cibo, accoltellamenti e altro ancora.
Non di rado uccidono. Secondo l’Ocha, tra il 2020 e il 2024 gli attacchi dei coloni contro le comunità di beduini e pastori palestinesi che hanno causato vittime, tra morti e feriti, sono settuplicati.
Cosa è cambiato dal 7 ottobre 2023?
Dopo i crimini di guerra di Hamas, le autorità israeliane hanno allentato i requisiti per il possesso privato di armi da fuoco e hanno dotato migliaia di coloni di armi e uniformi, rendendo difficile per le persone palestinesi distinguere tra soldati e coloni. Al gennaio 2026 oltre 240.000 cittadine e cittadini israeliani avevano ottenuto la licenza per possedere armi da fuoco, con un incremento di 15 volte rispetto alle 8000 licenze annue prima del 7 ottobre 2023. Il tutto ha dato luogo a un profondo aumento degli attacchi armati dei coloni.
C’è un’impunità dilagante…
Nonostante, in quanto potenza occupante, Israele abbia l’obbligo di proteggere la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione occupata e di impedire e sottoporre a indagini la violenza dei coloni, le autorità israeliane facilitano attivamente gli attacchi dei coloni non solo armandoli e consentendo all’esercito e alla polizia di assisterli o di partecipare agli attacchi ma anche garantendo loro una quasi totale impunità.
In svariati casi che abbiamo documentato, persone palestinesi che avevano denunciato la violenza dei coloni sono state esse stesse interrogate, multate o arrestate proprio da coloro che, secondo il diritto internazionale, avrebbero dovuto proteggerle.
Anche quando singoli coloni o gruppi di coloni vengono sottoposti a sanzioni da stati esteri, queste in Israele hanno un impatto scarso se non nullo.
Ma per le cancellerie occidentali si tratta solo di “mele marce”…
Una visione di comodo. La realtà è che ciò di cui stiamo parlando non è opera di ‘soggetti-canaglia’, di coloni estremisti, di organizzazioni estremiste o di ministri estremisti come Smotrich e Ben-Gvir. Stiamo assistendo a un’annessione intenzionale, diretta e incentivata dallo stato, in completa violazione del diritto internazionale e sotto gli occhi del mondo intero. La violenza dei coloni è una componente essenziale per il mantenimento del sistema israeliano di apartheid.
Il governo israeliano vi ha risposto?
Il 13 maggio abbiamo condiviso le conclusioni del nostro rapporto con varie autorità israeliane. Il ministero della Difesa ha risposto il 23 maggio affermando che le sue forze reagiscono agli episodi di violenza dei coloni arrestando i presunti responsabili quando necessario e indagando nei casi in cui le sue forze possano non aver eseguito gli ordini o non siano intervenute per fermare la violenza dei coloni. Le prove documentate da Amnesty International presentano una realtà diversa.
Cosa chiedete alla comunità internazionale?
Le richieste principali sono due: vietare immediatamente tutti i commerci, gli investimenti e ogni forma di cooperazione o di assistenza finanziaria che possano contribuire all’occupazione illegale, al sistema di apartheid e alla pulizia etnica di Israele contro le persone palestinesi; e imporre sanzioni, come divieti di viaggio e congelamenti di conti bancari, nei confronti delle autorità direttamente implicate in tali atti: tra queste il primo ministro Netanyahu, i ministri delle Finanze Smotrich, della Sicurezza nazionale Ben-Gvir, degli Insediamenti e delle missioni nazionali Stroock e della Difesa Katz. Richieste che rivolgiamo naturalmente anche e soprattutto all’Italia.
