Enza Rando: “Il governo indebolisce gli strumenti di prevenzione”

“La vera sfida è fermare la sub-cultura mafiosa prima che diventi destino”. Intervista alla senatrice del Partito Democratico nella Giornata della Legalità

Enza Rando: “Il governo indebolisce gli strumenti di prevenzione”
Enza Rando
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23 Maggio 2026 - 16.33


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di Marianna Gatti

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Nel giorno dedicato alla memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e di tutte le vittime innocenti delle mafie, Palermo torna a essere il centro simbolico della coscienza civile del Paese. A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, la domanda che attraversa istituzioni, politica e società resta drammaticamente attuale: che volto hanno oggi le mafie e quanto è forte davvero la capacità dello Stato di contrastarle?

Tra le voci più autorevoli dell’antimafia sociale e istituzionale c’è quella della senatrice Enza Rando, responsabile Legalità e contrasto alle mafie nella segreteria nazionale del Partito Democratico. Nata a Niscemi e da molti anni residente a Modena, avvocata, storica collaboratrice di “Libera” accanto a don Luigi Ciotti, Rando ha costruito il proprio impegno politico e civile lavorando nei territori fragili, accanto alle vittime innocenti delle mafie, alle donne e ai minori cresciuti dentro contesti criminali.
Oggi, da parlamentare, continua a occuparsi di legalità, prevenzione, giustizia sociale e contrasto alle infiltrazioni mafiose nell’economia e nella politica. In queste ore si trova a Palermo, accanto alle principali istituzioni impegnate nelle celebrazioni della Giornata della Legalità.

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Senatrice Rando, oggi Palermo torna a essere il luogo simbolo della memoria civile del Paese. A più di trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, quale significato assume questa ricorrenza?

“Capaci e via D’Amelio rappresentano una ferita aperta ma anche una responsabilità collettiva. Ricordare Falcone, Borsellino, Francesca Morvillo e tutte le vittime innocenti delle mafie significa riaffermare ogni giorno il valore della giustizia, della verità e dell’impegno civile. Oggi più che mai serve una memoria viva, capace di trasformarsi in azione concreta.”

Come sono cambiate le organizzazioni mafiose rispetto agli anni delle stragi?

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“Oggi le mafie sono meno visibili ma molto più sofisticate e pericolose. Hanno abbandonato in gran parte la strategia delle stragi per infiltrarsi nell’economia legale, nella finanza, negli appalti, nei servizi e nelle nuove tecnologie. Cercano consenso sociale e relazioni con pezzi dell’economia e della politica. È una mafia che spara meno ma condiziona di più.”

Qual è il suo giudizio sulle politiche del governo in materia di sicurezza e contrasto alla criminalità?

“Serve molta più attenzione alla prevenzione sociale e al rafforzamento degli strumenti investigativi e giudiziari. Non basta puntare su misure emergenziali o su una narrazione propagandistica della sicurezza. Il contrasto alle mafie richiede investimenti nella scuola, nel lavoro, nei servizi sociali, nella cultura della legalità, nella tutela dei territori più fragili e nella attenzione costante delle cosiddette zone grigie.”

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Ritiene che gli strumenti di prevenzione antimafia non siano adeguati ed efficaci?

“Gli strumenti esistono e in molti casi hanno dimostrato grande efficacia, penso alle interdittive antimafia, alle misure patrimoniali e al lavoro delle procure e delle forze dell’ordine. Ma questi strumenti vanno rafforzati, non indeboliti. Serve continuità negli investimenti e una forte volontà politica nel difendere il sistema di prevenzione antimafia.”

Quanto è cambiato il rapporto tra mafie ed economia negli ultimi anni?

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“È cambiato profondamente. Le mafie oggi investono nell’economia legale, approfittano delle crisi economiche, della fragilità delle imprese e della povertà crescente. Entrano nei circuiti finanziari, nel gioco online, nella logistica, nell’edilizia e nell’agroalimentare. Ma non si fermano ai contesti di marginalità economica: cercano anche relazioni, coperture e interazioni nei circuiti della ricchezza, della borghesia economica e della politica, dove si costruiscono le vere reti di potere. Per questo il contrasto alle mafie deve essere anche un contrasto alle disuguaglianze.”

Lei arriva in Parlamento dopo anni trascorsi accanto alle vittime di mafia e alle famiglie più fragili con Libera. Quanto ha inciso quell’esperienza nel suo modo di fare politica e nel suo impegno parlamentare?

“Ha inciso in maniera decisiva, perché il mio percorso umano e politico nasce molto prima dell’ingresso nelle istituzioni. Si è formato nei territori più difficili del Paese, accanto alle persone che spesso non hanno voce e che vivono sulla propria pelle le conseguenze della violenza mafiosa e dell’emarginazione sociale.
Con “Libera” e insieme a don Luigi Ciotti ho incontrato famiglie distrutte dalle mafie, donne lasciate sole, giovani cresciuti in contesti dove la criminalità sembrava rappresentare l’unica possibilità di futuro. Esperienze che ti cambiano profondamente e che ti fanno capire quanto il fenomeno mafioso non sia soltanto una questione criminale, ma anche sociale, culturale ed economica.
Ho imparato che le mafie prosperano dove ci sono povertà educativa, disuguaglianze, assenza di lavoro, solitudine e sfiducia nelle istituzioni, ma anche – e sempre più spesso – dove esistono ricchezza, potere e relazioni sociali elevate, perché è lì che cercano protezione, legittimazione e alleanze con settori della borghesia economica e politica.
Per questo credo che la lotta alla mafia non possa limitarsi alla repressione, che resta fondamentale, ma debba accompagnarsi alla costruzione di diritti, opportunità, scuola, welfare e presenza concreta dello Stato.
Nel mio lavoro parlamentare provo ogni giorno a tenere insieme questi due aspetti: il contrasto duro alle organizzazioni criminali e la costruzione di una società più giusta e inclusiva. È questa l’idea di contrasto sociale alle mafie in cui credo profondamente.”

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Una delle battaglie che lei considera più importanti è il disegno di legge “Liberi di scegliere”. Perché ritiene che questo progetto rappresenti oggi una delle frontiere più avanzate dell’antimafia sociale?

“Perché interviene nel punto più delicato e decisivo della lotta alle mafie: spezzare la trasmissione ereditaria della sub-cultura mafiosa. ‘Liberi di scegliere’ nasce dall’intuizione e dall’esperienza del magistrato Roberto Di Bella e dal lavoro condiviso con associazioni, istituzioni e operatori sociali impegnati ogni giorno sul territorio.
Ci sono bambini e adolescenti che crescono in famiglie mafiose dove la violenza, l’omertà e il potere criminale vengono vissuti come normalità. In molti casi quei ragazzi non hanno mai avuto la possibilità concreta di immaginare una vita diversa da quella che hanno visto attorno a sé fin dall’infanzia.
Questo progetto vuole offrire una possibilità reale di cambiamento attraverso percorsi di protezione, sostegno psicologico, educazione, accompagnamento sociale e autonomia per donne e minori che scelgono di allontanarsi da quei contesti.
È una sfida complessa ma fondamentale, perché significa interrompere il ciclo di riproduzione culturale delle mafie e restituire libertà di scelta a chi troppo spesso nasce senza averne alcuna. Significa affermare che nessun destino può essere scritto in partenza.”

Su “Liberi di scegliere” siete riusciti a costruire un confronto aperto e collaborativo con la maggioranza e con la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo. È il segnale che sulla lotta alla mafia la politica può ancora trovare un terreno comune?

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“Credo che su temi come la tutela dei minori, la protezione delle donne e il contrasto alle mafie sia doveroso costruire un terreno comune. Sono questioni che dovrebbero appartenere all’intero patrimonio democratico del Paese e non diventare oggetto di scontro ideologico permanente.
Il lavoro sviluppato attorno a ‘Liberi di scegliere’ dimostra che, quando si mette davvero al centro l’interesse delle persone e il futuro dei ragazzi, è possibile aprire un confronto serio anche tra forze politiche molto diverse.
Naturalmente restano differenze profonde su molte questioni legate alla giustizia, alla sicurezza e alle politiche del governo, rispetto alle quali continuiamo ad avere posizioni molto distanti. Ma credo sia importante riconoscere ogni volta che le istituzioni riescono a collaborare nell’interesse generale.
La lotta alle mafie richiede responsabilità, continuità e capacità di andare oltre le appartenenze politiche quando sono in gioco i diritti e il futuro delle persone.”

Lei sostiene che il governo stia puntando soprattutto su una narrazione propagandistica della sicurezza mentre, contemporaneamente, si stanno indebolendo strumenti fondamentali di prevenzione. Dove vede oggi il rischio più grave?

“Il rischio più grave è quello di ridurre il tema della sicurezza a una risposta prevalentemente repressiva e a una narrazione propagandistica della sicurezza, trascurando invece il lavoro di prevenzione che è essenziale nella lotta alle mafie e alla corruzione.
Assistiamo continuamente a una comunicazione politica centrata sull’inasprimento delle pene e sull’emergenza sicurezza, mentre parallelamente vengono indeboliti strumenti importanti di controllo, trasparenza e prevenzione.
Penso all’abolizione del reato di abuso d’ufficio, alle tensioni continue con la magistratura, alle limitazioni sulle intercettazioni, alle semplificazioni negli appalti senza adeguati contrappesi e alla riduzione dei controlli amministrativi.
Le organizzazioni criminali contemporanee sono diventate più sofisticate e meno riconoscibili. Si infiltrano nell’economia legale, nella pubblica amministrazione e nella gestione delle risorse pubbliche. È nelle zone grigie che si gioca la partita più delicata.
Per questo servono istituzioni forti, controlli efficaci, trasparenza e investimenti nella prevenzione sociale. Quando si allargano le zone grigie e si indeboliscono gli strumenti di vigilanza, le organizzazioni criminali trovano spazio per crescere e consolidarsi.”

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Dopo i fatti avvenuti a Modena il dibattito politico si è concentrato molto sul rapporto tra immigrazione e sicurezza. Lei però ha invitato a evitare letture propagandistiche.

“Perché davanti a episodi di violenza serve sempre equilibrio, responsabilità istituzionale e rispetto della verità dei fatti. Chi commette reati deve essere perseguito con fermezza, senza alcuna ambiguità. Ma altra cosa è utilizzare quei fatti per alimentare paura sociale o campagne contro intere comunità.
A Modena ho trovato sbagliato trasformare immediatamente una vicenda così grave in uno strumento di propaganda politica contro gli immigrati. Anche perché in quella stessa situazione ci sono state persone straniere che hanno aiutato i feriti e cercato di fermare l’aggressore, mettendo a rischio la propria sicurezza.
Le società contemporanee sono complesse e non possono essere raccontate attraverso slogan o semplificazioni. La politica dovrebbe aiutare a comprendere i fenomeni, affrontare i problemi reali e costruire coesione sociale, non alimentare tensioni e divisioni.
Quando si generalizza o si individua un nemico collettivo si rischia soltanto di aumentare il clima di paura e di conflitto, senza risolvere davvero i problemi della sicurezza.”

Senatrice Rando, continua a tornare spesso nella sua Sicilia e in particolare a Niscemi. In questi giorni ha raccontato la storia di una motoape restituita a un uomo che aveva perso tutto dopo una frana. Perché considera vicende come questa parte stessa della battaglia per la legalità?

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“Perché la legalità non è qualcosa di astratto o distante dalla vita quotidiana delle persone. Legalità significa anche dignità, diritti, solidarietà e capacità delle istituzioni di stare accanto a chi vive situazioni di fragilità.
A Niscemi abbiamo restituito una motoape a un uomo che aveva perso casa e lavoro dopo una frana. Può sembrare un gesto semplice, ma per chi vive del proprio lavoro significa poter ripartire, recuperare autonomia e non sentirsi abbandonato.
Io credo che la presenza civile dello Stato sia anche questo: costruire comunità, creare opportunità e rafforzare la vicinanza concreta delle istituzioni nei territori. Le mafie crescono dove ci sono solitudine, disperazione e assenza di alternative.
Per contrastarle davvero bisogna esserci ogni giorno, non soltanto nelle emergenze o nelle commemorazioni. Significa ascoltare le persone, sostenere chi è in difficoltà e dimostrare concretamente che lo Stato può essere vicino ai cittadini anche nelle piccole cose della vita quotidiana.”

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