Si può essere israeliani e fascisti? La risposta è in chi governa oggi Israele. La risposta è nello squadrismo dei coloni, spalleggiati dall’esercito, che assaltano, impuniti, villaggi palestinesi in Cisgiordania, uccidono, feriscono, danno alle fiamme case, distruggono coltivazioni.
Si può essere ebrei e fascisti nella diaspora? La risposta è nel giovane fermato per aver sparato contro due militanti dell’Anpi che partecipavano alla manifestazione del 25 Aprile a Roma. Il giovane attentatore ha dichiarato di far parte della “Brigata Ebraica”.
Ora, è cosa buona e giusta non fare, metafora quanto mai calzante, di tutta un’erba un fascio, ma è altrettanto buono e giusto non glissare su un fatto inquietante e questo sì molto più generalizzato: la violenza maturata in una parte della società israeliana è un cancro le cui metastasi hanno pervaso anche parte della diaspora.
La logica è la stessa: siamo noi le vittime e chi è contro di noi è il carnefice, epigoni dei criminali nazisti.
O con noi o contro di noi. Altro richiamo di fascistica memoria.
Israele porta avanti la soluzione finale a Gaza? No, non è vero. Israele difende la sua sicurezza, ribatte al sanguinario attacco del 7 ottobre, e chi nega questo è amico degli assassini, stupratori di Hamas. Questo leit motiv si è propagato da Israele, salvo l’encomiabile testimonianza contraria di una minoranza umanitaria, alla gran parte della comunità ebraica italiana, ai suoi vertici, anche qui con importanti eccezioni come, tanto per citarne alcuni, Anna Foa, Stefano Levi Della Torre, Gad Lerner, Edit Bruck, sopravvissuta ai lager nazisti, che ha “osato” sostenere che in una manifestazione del 25 Aprile le bandiere israeliane non c’entravano niente.
Eccezioni. Lodevoli. Illuminate. Coraggiose, ma pur sempre eccezioni. Come lo è Ariel Toaff, figlio del grande rabbino capo di Roma, e partigiano, Elio Toaff, attaccato dagli squadristi da tastiera, accusato di tradimento, di antisemitismo e via con ingiurie e minacce, per aver preso una chiara, coraggiosa posizione, da israeliano ed ebreo, contro il genocidio di Gaza e il governo fascista-messianico di Tel Aviv.
Il giovane che ha sparato contro due pacifici manifestanti dell’Anpi non può essere liquidato come un folle, una mela marcia.
Lo stesso si diceva per Yigal Amir, il giovane zelota ebreo assassino di Yitzhak Rabin. Oggi, se fosse in libertà, Yigal Amir sarebbe ministro o parlamentare, come lo è Itamar Ben-Gvir, quello che si presentò in televisione con lo stemma divelto dalla macchina di Rabin, affermando che oggi siamo arrivati a questo, domani possiamo arrivare a lui.
Least but not last, la comunicazione mainstream. Quella per cui i milioni di italiani che hanno manifestato contro il genocidio di Gaza sono fiancheggiatori di Hamas e i partiti che li sostengono covi di antisemiti.
Quella comunicazione che, salvo rare eccezioni, non si è indignato quando un membro della comunità ebraica milanese, in tv, non si vergognò nel dire al suo interlocutore, Enzo Iacchetti, “definisca un bambino”, quando si parlava delle decine di migliaia di bambini palestinesi uccisi dall’”esercito più morale al mondo”.
Sono in tanti a doversi fare un esame di coscienza, se una coscienza ce l’hanno ancora.
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