“Dismantlers”, smantellatori dello stato di diritto: questa è la categoria in cui rientra l’Italia – in compagnia di Bulgaria, Croazia, Ungheria e Slovacchia – nel settimo rapporto annuale stilato da Civil Liberties Union for Europe, una rete che riunisce oltre 40 ONG in 22 nazioni.
Bella soddisfazione per il governo di Giorgia Meloni.
Il rapporto stigmatizza la criminalizzazione del dissenso politico, l’attacco al bilanciamento dei poteri, l’offensiva contro la magistratura, la condotta dell’Italia nel caso Almasri (il torturatore libico rispedito a casa con tanto di aereo di stato), nonché l’iniziativa avviata insieme alla Danimarca per contestare le interpretazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di immigrazione.
Vengono menzionati i decreti sicurezza – quelli che hanno reso penalmente rilevanti i blocchi stradali e le proteste ecologiste, ampliato le garanzie giuridiche delle forze dell’ordine, attribuito poteri sproporzionati ai servizi segreti come quello di simulare organizzazioni terroristiche, istituito perfino il “fermo preventivo” dei manifestanti sulla base di sospetti o precedenti segnalazioni – la riforma Nordio tesa a subordinare la giustizia al controllo politico, le aggressioni contro i giornalisti, la crisi della libera informazione, in relazione al quale si citano il caso Paragon e i pericoli degli spyware.
In linea teorica l’Italia potrebbe incorrere nella procedura di infrazione prevista dall’articolo 7 del trattato Ue, che può causare la sospensione del diritto di voto di uno stato membro all’interno del Consiglio Ue in caso di ripetute violazioni dello stato di diritto.
Grazie alla vittoria del fronte del no al referendum, la svolta autoritaria che la destra meloniana intende dare alla Costituzione ha subito un rallentamento: per ora la magistratura resta autonoma e la legge formalmente uguale per tutti.
Ma questo non significa che l’opinione pubblica si possa permettere il lusso di tornare pigra e sonnolenta come è stata in questi ultimi anni fino appunto alla mobilitazione democratica in occasione del referendum sulla giustizia.
Ormai la strategia e gli obiettivi di Meloni e dei suoi sono chiarissimi: smantellare i pesi e i contrappesi costituzionali, aggredire i presidi democratici della società civile, gestire l’ordine pubblico in modo repressivo ai limiti dello stato di polizia, garantire libertà di manovra al governo e impunità alle classi dirigenti.
La progressiva erosione del welfare e dei diritti sociali – pensiamo all’agonia della sanità e della scuola pubblica – insieme al nazionalismo di facciata condito con un razzismo violento quanto fuori dal tempo non fanno altro che contribuire all’assopimento delle coscienze e al successo di una propaganda sguaiata e volgare, ma purtroppo efficace.
Peraltro, come se tutto questo non bastasse, il governo Meloni ha appena approntato una riforma elettorale da fare invidia alla legge Acerbo del 1923 e alla legge truffa del ’53 che attribuisce il 55% dei seggi alla coalizione che ottiene il 40% dei voti, in barba a qualsiasi forma di rappresentanza democratica. Per di più, nel 2029 il parlamento eleggerà il presidente della repubblica, perciò è chiaro che Meloni intende fare jackpot senza neanche l’incomodo di cambiare la Costituzione. La direzione tracciata è quella di un premierato di fatto, con lei (o chi per lei) al vertice.
Del resto, l’idea che questi signori hanno dello stato è quella di un potere che, forte dell’investitura popolare, sia privo di limiti e di controlli, in quanto incarnazione di una sorta di Volontà generale giacobina identificata con il concetto ottocentesco e quasi spirituale di popolo-nazione. In effetti, coltivano perfino l’anacronistica aspirazione di dirigere la vita privata dei cittadini, imponendo principi, valori e comportamenti.
Ecco perché non solo le opposizioni in parlamento, ma anche gli intellettuali, i corpi intermedi, la società civile tutta dovrebbero alzare la voce contro una deriva che porterà l’Italia a essere molto più simile all’Ungheria, che non alla Francia, alla Spagna e alla Germania.
Quando è a rischio lo stato di diritto, non bisogna andare per il sottile: PD, M5S e AVS dovrebbero trovare rapidamente una quadra e intraprendere una campagna di mobilitazione civica a difesa della Costituzione, della democrazia, dei diritti sociali e civili dei cittadini.
Insomma, l’auspicio è quello di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che sappia proteggere in modo pacifico la democrazia italiana dalla torsione liberticida che questa destra violenta, illiberale e plebiscitaria vuole imporle.
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