Maurizio Gasparri si è dimesso da capogruppo di Forza Italia al Senato, dopo giorni di tensioni interne culminate in una raccolta di firme tra i senatori del partito che ha di fatto certificato la perdita di fiducia nella sua leadership.
Secondo fonti parlamentari, almeno 14 senatori avrebbero aderito all’iniziativa, tra cui figure di primo piano come Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo. Un passaggio che segna una rottura esplicita negli equilibri interni del partito e apre una fase di transizione ai vertici del gruppo a Palazzo Madama.
Le dimissioni arrivano all’indomani della sconfitta al referendum, che ha innescato un regolamento di conti nella galassia azzurra. Il risultato è stato letto da più parti come un segnale di debolezza politica e organizzativa, alimentando critiche sulla gestione interna e sulla linea strategica del partito.
Sul fondo, pesa anche l’irritazione attribuita a Marina Berlusconi, che secondo ricostruzioni avrebbe espresso forte insoddisfazione per la direzione intrapresa dai vertici. Un elemento che contribuisce a delineare una crisi non solo parlamentare ma anche politica, con riflessi sulla leadership complessiva.
Una riunione dei senatori di Forza Italia è stata convocata nel pomeriggio del 26 marzo per formalizzare le dimissioni e avviare la scelta del successore. Tra i nomi più accreditati emerge quello di Stefania Craxi, considerata in pole position per la guida del gruppo.
Da parte del governo, Giorgia Meloni ha cercato di ridimensionare la portata dello scontro, definendo le dimissioni “già decise da tempo” e in linea con la necessità di una riorganizzazione dopo il risultato referendario. Una lettura che punta a contenere l’impatto politico della vicenda all’interno della maggioranza.
Lo stesso Gasparri, in dichiarazioni ai cronisti, ha adottato un tono pragmatico: se la presidente del Consiglio chiede un passo indietro, ha lasciato intendere, è naturale adeguarsi. Ma al di là delle formule, la sua uscita segna un passaggio delicato per Forza Italia, alle prese con una ridefinizione interna in un momento di fragilità politica più ampia.
