Giorgia Meloni ha dichiarato con incredibile leggerezza di “sperare di poter dare il Nobel per la pace a Donald Trump” e di confidare che possa “fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina”. Una dichiarazione che non può che sorprendere per l’assoluta mancanza di senso critico: il presidente americano, protagonista di iniziative unilaterali e discutibili sul piano internazionale, viene elevato a possibile mediatore della pace come se fosse un arbitro imparziale, quando la realtà dimostra il contrario.
Quanto al Board of Peace per Gaza, Meloni afferma di aver espresso che “ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale per come l’iniziativa è stata configurata”, aggiungendo però subito la disponibilità a riaprire la partecipazione italiana “per andare incontro alle necessità non solo dell’Italia ma anche di altri Paesi europei”. Parole che suonano come una pericolosa apertura a un club di autocrati: il Board di Trump non è un organismo neutrale di mediazione, ma un precedente politico che legittima l’occupazione di Gaza, aggira l’Onu e crea un club internazionale di governi autoritari, bypassando ogni regola e diritto internazionale.
Invece di prendere le distanze da un’iniziativa così discutibile, Meloni appare pronta a farne parte a certe condizioni, con la scusa di “tentar di fare questo lavoro”. Il concetto è chiaro: per la premier italiana la legittimità internazionale può passare attraverso un club di potenze decise a ignorare l’Onu, invece che attraverso il rispetto del diritto internazionale e dei diritti del popolo palestinese.
La retorica di Meloni, che sottolinea come “la presenza di Paesi come i nostri può fare la differenza”, rischia di trasformarsi in un avallo politico: una disponibilità a entrare in un’organizzazione privata di governi potenti e autoritari che calpesta i diritti dei palestinesi e il ruolo delle istituzioni multilaterali. Non un’analisi critica, non un dissenso, ma la pronta disponibilità a legittimare una vergogna internazionale.
È difficile interpretare diversamente queste dichiarazioni se non come un chiaro segnale di acquiescenza e opportunismo politico: non un richiamo al diritto, non una critica alla prepotenza, ma l’apertura a sedersi a un tavolo di poteri che ignorano il diritto internazionale e la giustizia.
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