Non sono un giurista e non pretendo di esserlo. Ma sono rimasto sbalordito e sotto alcuni aspetti inorridito.
Le parole pronunciate da Giorgia Meloni sulla magistratura — chiamata a “lavorare nella stessa direzione” del governo e delle forze di polizia per garantire la sicurezza — non sono una semplice esternazione polemica né una critica contingente a singole decisioni giudiziarie. Sono, al contrario, un’affermazione politicamente e costituzionalmente grave, che rivela una concezione del potere incompatibile con una democrazia liberale fondata sulla separazione dei poteri.
In uno Stato di diritto, la magistratura non deve “remare” nella direzione del governo, né tantomeno in quella delle forze di polizia. La sua funzione non è collaborativa né ancillare, ma autonoma e indipendente: applicare la legge, verificare la legittimità degli atti, tutelare i diritti, anche — e soprattutto — quando questo significa porre un limite all’azione dell’esecutivo o all’operato repressivo dello Stato. Questo è l’ABC delle democrazie costituzionali, scolpito nella Costituzione italiana proprio per evitare il ritorno di derive autoritarie.
Ipotizzare uno Stato nel quale la magistratura rinunci a questo ruolo e si limiti a ratificare arresti, misure cautelari o scelte repressive, significa immaginare la fine dello Stato di diritto. In uno scenario del genere, la giustizia non è più un potere autonomo ma un ingranaggio dell’apparato coercitivo. Non è più garanzia, ma strumento. Non è più controllo, ma obbedienza. È la definizione stessa di Stato di polizia.
Ancora più inquietante è l’idea, evocata implicitamente dalle parole della presidente del Consiglio, di una magistratura che “avalli” o “assecondi” l’indirizzo politico del governo. Questa è una pratica storicamente nota: l’uso politico della giustizia, tipico delle dittature, delle autocrazie e degli Stati illiberali, dove i giudici non interpretano la legge ma la volontà del potere. È l’opposto del modello democratico europeo, ed è ciò da cui la Costituzione repubblicana ha voluto prendere definitivamente le distanze dopo il fascismo.
Non è casuale, dunque, che queste dichiarazioni trasudino una cultura politica di matrice missina, erede diretta di una tradizione in cui la magistratura era concepita come braccio armato del potere esecutivo, subordinata all’autorità e funzionale alla repressione del dissenso. Durante il regime fascista, i giudici non erano garanti dei diritti, ma strumenti della dittatura. Evocare oggi una magistratura “allineata” significa riattivare, consapevolmente o meno, quella stessa visione.
Per questi motivi, le affermazioni di Giorgia Meloni non sono solo discutibili: sono profondamente pericolose. Contrastano con il dettato costituzionale, minano l’equilibrio dei poteri, delegittimano l’indipendenza della giustizia e aprono uno spazio politico in cui l’arbitrio può sostituire il diritto. In una democrazia matura, parole di questo tipo dovrebbero allarmare non solo l’opposizione, ma chiunque abbia a cuore la tenuta delle istituzioni repubblicane e antifasciste.
Perché quando si chiede alla magistratura di obbedire, la democrazia smette di essere una garanzia e diventa un rischio.
