Voyageur, le barche verticali di Ibrahim Mahama a Napoli raccontano il viaggio, le migrazioni e le disuguaglianze

A Piazza Municipio, a Napoli, tre grandi imbarcazioni in legno si ergono verso il cielo. Sono alte cinque, sette e otto metri, costruite in Ghana con tecniche tradizionali.

Voyageur, le barche verticali di Ibrahim Mahama a Napoli raccontano il viaggio, le migrazioni e le disuguaglianze
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Maria Calabretta Modifica articolo

26 Ottobre 2026 - 20.19


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A Piazza Municipio, a Napoli, tre grandi imbarcazioni in legno si ergono verso il cielo. Sono alte cinque, sette e otto metri, costruite in Ghana con tecniche tradizionali. Non possono navigare, ma conservano intatta la forma di qualcosa nato per attraversare l’acqua.

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È questa la prima impressione davanti a Voyageur, l’installazione di Ibrahim Mahama. Le barche sembrano sospese tra la partenza e l’arrivo, tra il movimento e l’immobilità. Inserite nel cuore della città, accanto al porto e al traffico quotidiano, interrompono il paesaggio urbano e obbligano a guardarle.

Mahama, nato nel 1987 in Ghana, lavora spesso con materiali legati al commercio e alla produzione: sacchi di juta, legno, metallo, oggetti segnati dall’uso. Nei suoi lavori la materia non è mai soltanto materia. Porta con sé tracce di lavoro, scambi, fatiche e disuguaglianze.

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Anche queste imbarcazioni raccontano una storia più ampia della loro presenza fisica. Costruite in Ghana e trasferite a Napoli, mettono in relazione due luoghi affacciati sul mare, ma appartenenti a geografie e condizioni molto diverse. La loro forma parla di viaggio, mentre la loro posizione ne blocca la possibilità.

«Sono barche che non navigano, ma stanno in piedi nello spazio della città e portano con sé l’idea del movimento e, allo stesso tempo, quella di qualcosa che rimane», ha spiegato Mahama parlando del progetto napoletano.

In questa frase è racchiuso il senso dell’opera. Le barche non rappresentano una sola storia e non illustrano in modo diretto il tema della migrazione. Piuttosto, aprono una domanda: chi può muoversi liberamente e chi, invece, è costretto a partire? Chi attraversa il mare per scelta, per lavoro o per commercio, e chi lo fa senza garanzie?

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Il Mediterraneo, visto da Napoli, è insieme una strada e una frontiera. Unisce territori, persone e merci, ma può anche diventare una barriera per chi cerca un futuro. Le imbarcazioni di Mahama non danno risposte, e forse è proprio questo il loro punto di forza. Restano lì, ferme, lasciando che sia lo sguardo di chi passa a completare il significato.

Il rapporto tra persone e merci è uno degli aspetti più interessanti del progetto. Le materie prime viaggiano spesso attraverso confini e continenti, mentre la mobilità degli esseri umani è sottoposta a regole molto più rigide. Le barche rendono visibile questa contraddizione senza trasformarla in una spiegazione didascalica.

La scelta di Piazza Municipio è particolarmente efficace. Napoli è una città costruita sul rapporto con il mare, sul porto e sugli incontri tra culture. Le imbarcazioni, però, non appartengono a questo paesaggio: arrivano da lontano e lo modificano. Sembrano allo stesso tempo estranee e familiari, come se portassero nella piazza una memoria diversa, ma capace di dialogare con la storia della città.

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Mahama è oggi uno degli artisti africani più riconosciuti a livello internazionale. Nel dicembre 2025 ha raggiunto il primo posto della Power 100 di ArtReview, diventando il primo artista africano a guidare la classifica. La sua importanza, però, non si misura soltanto nelle mostre e nei riconoscimenti. A Tamale, sua città natale, ha fondato spazi come il Savannah Centre for Contemporary Art, il Red Clay Studio e Nkrumah Volini, creando luoghi di ricerca, esposizione e formazione per altri artisti.

Questa attenzione alla costruzione di infrastrutture culturali accompagna anche il suo lavoro artistico. Mahama non si limita a raccontare i rapporti tra luoghi lontani: prova a creare nuovi luoghi di incontro.

Voyageur, promosso dal Comune di Napoli nell’ambito di Napoli contemporanea e curato da Vincenzo Trione, è stato inaugurato il 21 settembre 2026 con un intervento musicale di Enzo Avitabile. La musica ha aggiunto alla presenza delle barche una dimensione più emotiva, evocando chi arriva a una riva e chi, invece, non riesce a raggiungerla.

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L’installazione è diventata rapidamente parte della vita della piazza. I passanti si fermano, fotografano, osservano per qualche minuto e poi riprendono il proprio cammino. È una delle caratteristiche dell’arte pubblica che entra nella quotidianità anche di chi non l’ha cercata. Una fotografia può restituire la grandezza delle barche e il contrasto con gli edifici circostanti, ma non sempre riesce a raccontare tutto ciò che l’opera porta con sé.

Forse, però, non è necessario capire tutto subito. A volte basta che un’immagine rimanga nella memoria e che una domanda torni più tardi. Le barche di Mahama fanno proprio questo, restano ferme, ma continuano a viaggiare attraverso le storie che evocano.

Il loro significato può riguardare la migrazione, il lavoro dei pescatori, gli scambi commerciali o la memoria di chi parte. Non c’è una sola interpretazione possibile. La forza di Voyageur sta nel tenere aperta questa pluralità e nel trasformare una piazza in un luogo di passaggio, di attesa e di riflessione.

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Le imbarcazioni non navigano, ma il viaggio non si è fermato. Continua negli sguardi dei visitatori e nelle domande che l’opera lascia dietro di sé.

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