Migranti: riscoprire la "magnifica humanitas" significa non avere paura di chi fugge

Sono un Arbëresh, di Francesco Donnici e Giovanni Manoccio, racconta l’esperienza di Acquaformosa, dove l’accoglienza dei migranti ha contrastato lo spopolamento e costruito una comunità inclusiva.

Migranti: riscoprire la "magnifica humanitas" significa non avere paura di chi fugge
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24 Agosto 2026 - 16.06


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di Francesco Dandolo

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Siamo davvero così inospitali nei confronti dei migranti? Viene da pensarlo dopo le irremovibili prese di posizione del nostro Governo in seguito a quanto è accaduto a Ceuta e alla dura reazione del governo spagnolo.

Eppure, di recente sono stato in Albania: dapprima a Tirana, poi a Peshkopi, al confine con la Macedonia. Ho sperimentato quanta gratitudine c’è nei confronti dell’Italia per l’accoglienza, pur approssimativa e con stridenti contraddizioni, sviluppatasi in relazione a quelle che vennero definite le “invasioni” dei giovani albanesi in Puglia agli inizi degli anni Novanta, di cui in questi giorni ricorrono i trentacinque anni da quella più clamorosa con l’approdo della nave Vlora nel porto di Bari.

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Albanesi che dopo avere lavorato duro in campagna, nell’edilizia, nei trasporti, hanno potuto fare studiare i figli, e tornati nel proprio Paese hanno investito i risparmi in redditizie attività produttive e oggi guardano alla vita con serenità.

Dovremmo essere orgogliosi di questa accoglienza, ma invece questa memoria è offuscata dall’affannosa rincorsa di chi ci governa a mostrare il volto truce nei confronti dell’esodo di tanti disperati, anche in questo caso fatto da giovani, che ha determinato – secondo un bilancio approssimativo – molte decine di vittime nelle traversate a nuoto verso Ceuta.

A smentire la nostrana inflessibilità verso chi è giudicato colpevole perché giunge fra noi con mezzi di fortuna e a rischio della propria esistenza, contribuisce il libro Sono un Arbëresh di Francesco Donnici e Giovanni Manoccio (iod, 2026).

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Si descrive l’accoglienza e i processi di integrazione nei confronti di profughi arrivati dopo lunghi ed estenuanti viaggi per terra e per mare nei piccoli borghi luoghi simbolo degli antichi insediamenti della minoranza etno-linguistica albanese in Calabria.

Sono terre che hanno imparato a vivere d’amore, perché essere legati alle proprie origini può spingere ad accettare le grandi sfide del mondo. Per noi italiani dovrebbe essere uno svolgimento mentale scontato, se si pensa che in ciascuna famiglia – in tempi vicini o lontani – almeno una persona si è trasferita altrove. Questa esperienza di amore verso chi naufrago chiede con pudore di essere capito nel suo dramma, si è poi tradotta nel “Festival delle migrazioni”, che da quindici anni si tiene ad Acquaformosa, un paese del cosentino di neppure mille abitanti.

Un centro che nell’accoglienza ha frenato un processo di marginalità, rivitalizzandosi in una comunità capace di farsi prossima con una sensibilità impregnata di comprensione e rispetto per chi, stravolto dalla paura, non sa neppure dove si trova.

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Così è significativo che la sintonia con i profughi è stata resa possibile attraverso la commemorazione dei loro parenti e amici morti durante il viaggio. Vi partecipano tutti, dagli anziani ai bambini, e in questo afflato corale si costruisce un’alleanza in cui si soffre, si gioisce, ma soprattutto si vive insieme.

Questa è la lezione che ci trasmette Acquaformosa: viene dunque da pensare che se invece di agitare per fini strumentali i fantasmi delle presunte “invasioni”, imparassimo a immedesimarci nei drammi di chi scappa dalla propria terra potremmo riscoprire la bellezza della “Magnifica humanitas” di cui parla papa Leone XIV nella sua recente enciclica. Fatta – come afferma il papa – di ascolto gli uni verso gli altri, di coraggio nell’affrontare le sfide presenti, di cooperazione per una società più umana e fraterna.

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