Ravanusa, 11mila residenti anagrafici, situata nell’entroterra agrigentino tra Agrigento, Caltanissetta e Licata, in estate raddoppia la popolazione. In questa torrida estate, con temperature tra i 33 e i 38 gradi, si è trovata senza acqua per più di 20 giorni e la mancanza d’acqua ha creato due problemi immediati.
Il primo: senza acqua per uso domestico aumentano i rischi di insorgenza di problematiche sanitarie.
Il secondo: l’ordine pubblico.
Le code di autobotti e mezzi pesanti nel centro storico sono durate fino a 15 ore. Il Comune ha parlato di “concreto timore di problemi di ordine pubblico”. Per questo il 23 luglio il sindaco Salvatore Pitrola, all’aggravarsi della situazione, ha deciso di emanare l’ordinanza di stato di emergenza idrica. Il provvedimento autorizzava il prelievo dal pozzo comunale di Cianciaramito e la distribuzione tramite autobotti volontarie, per garantire l’approvvigionamento minimo alla popolazione.
Sembrerebbe proprio un esempio da seguire, anzi da raccontare a Italia ed Europa, come un primo cittadino per evitare una possibile epidemia si sia rimboccato le maniche e abbia trovato una soluzione a costo zero a tutela della salute dei suoi cittadini e che addirittura si traduce in un risparmio di acqua dai bacini gestiti dalle autorità preposte dalla Regione Siciliana.
E invece due settimane dopo è arrivato l’avviso di garanzia della Procura di Agrigento e il pozzo è stato sequestrato dai Carabinieri.
Di fronte all’indagine, il sindaco ha revocato il provvedimento: “Ho la serenità d’animo di chi, da uomo delle istituzioni, ha cercato di dare una risposta al grido di dolore della propria comunità” ha scritto sui social, rivendicando la propria “estraneità ai fatti contestati”.
Nel testo dell’ordinanza il Comune era stato chiaro: il problema non era la mancanza d’acqua negli invasi. Era “la difficoltà nella gestione della rete da parte di Siciliacque e Aica”.
Secondo Aica la criticità tecnica è stata superata solo nei primi giorni di agosto 2026, quando il Comune ha revocato lo stato di emergenza. Nel frattempo Siciliacque ha contestato pubblicamente la ricostruzione del Comune.
Intanto i cittadini restavano in attesa, con un fabbisogno raddoppiato dal picco estivo di presenze.
Chiaramente gli unici a conoscere nel dettaglio la verità sono gli abitanti di Ravanusa. Sono loro che hanno fatto la fila sotto il sole e vissuto questo periodo estivo in una condizione unica in Europa: non avere l’acqua per i basilari bisogni igienici, pensiamo in particolare ai disagi per bambini, anziani e famiglie. I cittadini hanno visto chi ha preso provvedimenti e chi li ha negati, o peggio bloccati o boicottati.
Domani gli abitanti di Ravanusa dovranno riflettere sulle responsabilità del Comune, della Regione e dei dirigenti nominati dalla politica alla guida dei gestori idrici. Toccherà a loro valutare bene con attenzione il da farsi. Quando torneranno alle urne, avranno la possibilità di premiare o bocciare chi ha gestito l’emergenza. Gli abitanti di Ravanusa dovranno ricordarsi di questo scandaloso episodio prima di andare a votare. Perché l’acqua è un diritto, ma anche il banco di prova di chi merita di rappresentare una comunità.
