Migranti, le Convenzioni affondate dal "decreto criminale"

Queste espressioni non sono state dette da pericolosi estremisti ma i padri comboniani. Un’analisi, la loro, condivisa anche da abba Mussie Zerai, sacerdote in prima linea nell’aiutare i migranti

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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

15 Aprile 2020 - 15.37


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Alcuni giorni fa – è scritto in un appello pubblicato dai padri comboniani -, un criminale decreto interministeriale ha chiuso di fatto i porti italiani fino al 31 luglio appellandosi all’emergenza coronavirus. Nel frattempo la nave Alan Kurdi vaga nel Mediterraneo con a bordo 156 persone. Fonti del Viminale fanno sapere che hanno ricevuto assistenza e che sbarcheranno presto in Germania. Troveranno davvero un varco in un Europa confinata nella paura e latitante in solidarietà? O dovranno ripiegare un giorno su una Libia ormai al collasso? […] Davanti a queste drammatiche situazioni chiediamo: all’Ue, patria dei diritti umani, di organizzare corridoi umanitari e aprire i porti alle navi che salvano i migranti; al governo italiano di intervenire subito per ritirare il decreto criminale che chiude i porti e di salvare le vite umane nel Mediterraneo; e alla Conferenza episcopale italiana di alzare la voce in favore di questi fratelli e sorelle”.

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Decreto criminale

Decreto criminale. Ad affermarlo, in un comunicato, non sono pericolosi estremisti ma i padri comboniani. Un’analisi, la loro, condivisa anche da abba Mussie Zerai, sacerdote in prima linea nell’aiutare i migranti: “La politica di porti chiusi sembra che abbia chiuso anche i cuori e le orecchie delle autorità marittime che hanno ricevuto diverse segnalazioni di Sos provenienti dai profughi e migranti alla deriva. La straziante grida di una madre che descrive la scena a cui è costretta ad assistere bambini esanimi, in pericolo di vita, la disperata richiesta arrivata al telefono di Alarm Phone e  trasmessa anche nei vari canali sociale e notiziari in Italia. Quale civiltà è che ignora tale disperata richiesta, sarebbe un crimine contro l’umanità. Supplico a tutte le autorità competenti di soccorre tutte le persone in pericolo di vita ancora in queste ore abbandonate nel Mediterraneo”.

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Anche l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (Oim), ricorda che in piena allerta per la pandemia “i migranti continuano a tentare la traversata del Mediterraneo, in fuga da violenze, abusi e povertà” esortando tutti gli Stati a continuare a mantenere gli obblighi internazionali e a gestire questa situazione utilizzando un approccio inclusivo e condiviso.

“Dall’inizio di aprile – prosegue l’Oim  – almeno sei imbarcazioni sono partite dalla Libia con a bordo circa 500 persone. 150 di queste persone sono state soccorse da una nave di una Ong. Sempre ad aprile, 177 migranti sono arrivati in Italia, 248 sono in Spagna. 

“Da alcune informazioni ricevute – afferma ancora – sembrerebbe che anche lungo la rotta del Mediterraneo orientale alcune imbarcazioni di migranti siano state bloccate in mare. È necessario che il diritto marittimo internazionale, e così gli obblighi in materia di diritti umani, continuino a essere rispettati anche durante l’emergenza Covid-19. La crisi dovrebbe rafforzare la nostra volontà collettiva di difendere la vita, proteggere i diritti e trovare soluzioni comuni e flessibili per le sfide che ci riguardano tutti” in un momento in cui “molti Paesi hanno scelto di rafforzare i controlli alle loro frontiere nel tentativo di contenere la diffusione della pandemia è fondamentale che tali misure siano attuate in modo non discriminatorio e in linea con il diritto internazionale e che la protezione dei più vulnerabili sia la priorità”.

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Spero che lo spirito della Pasqua scenda sul ministro Speranza e sugli altri – gli stessi che si spellano le mani davanti a Francesco e al suo “nessuno si salva da solo” – e li faccia ravvedere. Hanno firmato un obbrobrio, pericoloso dal punto di vista giuridico, umano e politico. Hanno intrapreso a tutta velocità la strada che fu di Minniti, quella che, come la storia insegna, conduce al trionfo di Salvini”, rimarca in una intervista a Repubblica Luca Casarini, ideatore ed attivista di Mediterranea, la piattaforma italiana per il salvataggio a mare. “La definizione di ‘porto sicuro’ – annota Casarini –  ha a che vedere con il naufragio. Non con la possibilità di prendersi una malattia. Cioè noi diciamo a un naufrago: siccome da noi puoi prenderti un’infezione allora è meglio che anneghi in mare, o che torni nel lager. Lo capisce chiunque che non è logico. Anche perché il Covid c’è in tutto il mondo, dunque l’Italia sta dicendo che per questa gente non c’è alternativa al lager o alla morte”.

 

Appelli accorati, di chi è in prima linea nella difesa dei più indifesi. Appelli documentati, che però non fanno breccia a Roma: quel “decreto criminale” rimane in vigore.

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Un decreto in cui come spiega a Vita.it l’avvocato e professore universitario Fulvio Vassallo Paleologo, le convenzioni internazionali menzionate dal Governo nel documento appaiono “come orpello estetico” perché contengono “disposizioni opposte a quello che prevede il suddetto decreto”. Ci sono quasi tutte. Dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, Convenzione di Ginevra, Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare di Montego Bay “e in particolare, l’articolo 19” fino ai recenti decreti per contrastare “l’emergenza epidemiologica da Covid-19”.

Convenzioni che come spiega Paleologo vanno in direzione contraria a ciò che afferma il nuovo decreto anti Ong del Governo italiano: “Sono convenzioni che antepongono il diritto alla vita, il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo in frontiera. Quindi la citazione è del tutto fuori luogo e sembra solo un orpello estetico per giustificare un provvedimento che senza ombra di dubbio non trova certamente alcun fondamento nel diritto internazionale”.

Borrelli decreta

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Navi e strutture per far trascorrere la quarantena ai migranti che arrivano in Italia. Lo prevede un’ordinanza firmata dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, per “assicurare il rispetto delle misure di isolamento fiduciario e di quarantena adottate per contrastare la diffusione epidemiologica da Covid-19 anche nei riguardi di persone soccorse in mare, ovvero giunte sul territorio nazionale a seguito di sbarchi autonomi“.

Soggetto attuatore è nominato il capo dipartimento delle Libertà civili e dell’immigrazione del ministero dell’Interno, prefetto Michele Di Bari, che si avvarrà della Croce Rossa italiana.

Il prefetto dovrà provvedere “all’esigenza alloggiativa ed alla sorveglianza sanitaria delle persone soccorse in mare e per le quali non è possibile indicare il porto sicuro e di quelle giunte sul territorio nazionale in modo autonomo“. A questo fine Di Bari può utilizzare navi per il periodo di sorveglianza sanitaria. Per quanto riguarda gli sbarchi autonomi, il prefetto individua, tramite le prefetture, altre aree o strutture da adibire ad alloggi per il periodo di sorveglianza sanitaria previsto dalle vigenti disposizioni“. Se non è possibile attivare strutture sul territorio, i migranti possono essere sistemati anche sulle navi.

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Ma il capo della Protezione civile, diventato de facto una sorta di premier ombra,  o forse sarebbe più rispondente alla realtà dire che Giuseppe Conte è l’ombra di Borrelli, farebbe bene a  prestare ascolto a quel mondo solidale che non si arrende alle narrazioni forzate o alla demonizzazione dei più deboli. Come ha ricordato un articolo pubblicato su Valigia blu,   “i pericoli e le difficoltà dell’emergenza Coronavirus – e delle misure che l’accompagnano – rischiano di essere ancora maggiori per migranti e richiedenti asilo stipati nei grandi centri, finiti fuori dai percorsi di accoglienza o ammassati in insediamenti informali nelle città o nelle campagne. Luoghi in cui è particolarmente complicato rispettare misure igieniche e distanziamento sociale e dove spesso mancano strumenti di protezione, senza contare la difficoltà ad accedere al servizio sanitario per chi è sostanzialmente invisibile”.

 La stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms), insieme ad altre organizzazioni internazionali che si occupano di immigrazione, ha sottolineato che tre quarti dei rifugiati mondiali e molti immigrati sono ospitati in nazioni in via di sviluppo dove i sistemi sanitari sono già sopraffatti e carenti di mezzi” mentre “proteggere la loro salute aiuterà anche a controllare la diffusione del virus”.

Missione umanitaria. La proposta maltese

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In una lettera inviata al capo della diplomazia Ue Josep Borrell, il ministro degli Esteri maltese, Evarist Bartolo, e il ministro dell’Interno Byron Camilleri, hanno rimarcato la necessità di alleviare le “difficili condizioni” in cui i migranti si trovano a vivere in Libia, per convincerli così a non attraversare il Mediterraneo. 

Nella missiva riportata dai media maltesi, i ministri ricordano che sono “oltre 650.000 le persone che aspettano di lasciare le coste libiche alla volta dell’Europa e il ritmo delle partenze sta accelerando a causa del conflitto, della malattia e dalla mancanza di beni essenziali”. Un contesto “orribile”, in cui “ci sono tutti gli ingredienti per un disastro umanitario”. Per scongiurare che accada, Malta ha quindi chiesto all’Ue “di lanciare subito una missione umanitaria in Libia, che garantisca cibo, medicine e attrezzature mediche ai libici e ai migranti che vivono lì”. Operazione che “potrebbe essere fatta attraverso Eubam Libia in coordinamento con Unsmil”. 

Una missione umanitaria da inviare “oggi, non domani” e che deve essere “almeno pari a 100 milioni di euro”. Si tratta, secondo Malta, del “modo più rapido per alleviare e ridurre le difficile condizioni in cui si trovano a vivere i migranti e un incentivo a rimanere, piuttosto che a rischiare la loro vita nel Mediterraneo in un momento di crisi e con possibilità di soccorso molto ridotte”. 

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La scorsa settimana, la Libia ha dichiarato non sicuri i propri porti, a causa dei bombardamenti in atto contro il porto di Tripoli, bloccando per diverse ore lo sbarco di 277 persone che erano state intercettate in mare dalla Guardia costiera libica. Annuncio arrivato poche ore dopo la decisione di Malta e Italia di chiudere i propri porti.

Una missione umanitaria in un Paese in guerra. Una mission impossible. Ma questo La Valletta lo sa bene. Ma meglio rilanciare che riaprire i porti. Il Mediterraneo è senza più navi salva vite ma pieno di lacrime di coccodrillo.

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