Il Parlamento Ue approva la stretta sui rimpatri: più detenzione, meno garanzie per i migranti e l’asilo

Il 17 giugno rischia di essere ricordato come un brutto giorno per la sorte dei diritti umani dei più fragili. Il prolungamento della possibilità di detenzione, che potrà arrivare a trenta mesi, anche per i minori

Il Parlamento Ue approva la stretta sui rimpatri: più detenzione, meno garanzie per i migranti e l’asilo
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5 Luglio 2026 - 13.22


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di Antonio Salvati

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Lo sorso 17 giugno il Parlamento Europeo ha approvato (con una maggioranza schiacciante: 418 favorevoli contro 218 contrari e 30 astenuti), con l’accordo tra i popolari e l’estrema destra, il nuovo Regolamento sui “rimpatri” (Return Regulation). In Italia, negli stessi giorni, con un decreto d’urgenza, il Governo (DL 100/26) ha anticipato il patto fissando operativamente nuove procedure per la richiesta di asilo alla frontiera. In un anno, l’Italia dovrà esaminare fino a 16.032 domande. Sono già approvati, quindi, i controlli accelerati alle frontiere, la gestione dei rimpatri e l’interconnessione del sistema di schedatura Eurodac. Dietro i termini burocratici, sono in gioco, come ha sottolineato Milena Santerini, alcuni dei principi fondamentali affermati dal dopoguerra ad oggi: il diritto d’asilo, la libertà personale, la dignità delle persone e il divieto di refoulement, tutelati dalla Costituzione italiana, dal diritto dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali.

Pertanto, il 17 giugno rischia di essere ricordato come un brutto giorno per la sorte dei diritti umani dei più fragili. Il prolungamento della possibilità di detenzione, che potrà arrivare a trenta mesi, anche per i minori, l’istituzione di hub di “rimpatrio” in paesi terzi, le accresciute possibilità di perquisizione domiciliare, il sequestro di apparecchi elettronici e altri effetti personali. Tutto questo ha suscitato gli interrogativi della Conferenza dei vescovi europei che, in un lungo e articolato commento, ha espresso “profonda preoccupazione” per l’indebolimento della protezione dei diritti fondamentali e della dignità di persone vulnerabili. Per Maurizio Ambrosini gli hub di “rimpatrio”, che rimpatrio non è, perché si tratta di spedire i migranti indesiderati in luoghi lontani, con cui non hanno nessun legame, e la subordinazione degli accordi commerciali con i paesi in via di sviluppo alla collaborazione nei rimpatri, rivelano il ritorno di una mentalità neocolonialista: l’Ue intende approfittare della sua forza economica per piegare paesi più deboli e dipendenti all’accettazione delle sue politiche. Come ha dichiarato un eurodeputato conservatore svedese, anche nell’Ue “è iniziato il tempo delle deportazioni”.

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La causa occasionale di questa sterzata è la constatazione che nell’Unione europea soltanto il 29% degli ordini di allontanamento sono effettivamente eseguiti, e verso i Paesi non europei il tasso scende ancora. L’Italia è ancora meno efficiente: 21,9%, in valore assoluto 5.414 casi, e per circa la metà verso un solo Paese, la Tunisia. Il nuovo regolamento punta ad aggirare gli ostacoli frapposti dai problemi d’identificazione dei malcapitati e di raggiungimento di accordi efficaci con i Paesi di origine. Probabilmente mira a produrre in questo modo un effetto deterrente sui potenziali migranti.

Il nostro Governo non ha esitato a manifestare soddisfazione per le possibilità di efficienza date dall’applicazione delle nuove regole UE, e fa intendere che – in pratica – l’Europa si stia allineando alla linea italiana del rigore. Sicuramente, la scelta politica di vari partiti europei è stata quella di rincorrere le ondate estremiste (Le Pen, Vannacci) e comunicare ai cittadini l’adozione di una linea rigorosa nel contenimento dell’immigrazione. Come ha dichiarato un eurodeputato conservatore svedese, anche nell’Ue “è iniziato il tempo delle deportazioni”. Il nuovo regolamento mira ad aggirare gli ostacoli frapposti dai problemi d’identificazione dei malcapitati e di raggiungimento di accordi efficaci con i Paesi di origine. Probabilmente punta a produrre in questo modo un effetto deterrente sui potenziali migranti.

La riforma – spiega Santerini – normalizza le procedure accelerate di frontiera rendendole regola per chi arriva da “paesi sicuri” o i cui cittadini hanno un tasso di accoglimento della protezione internazionale inferiore al 20%. In questi casi si trattengono non solo i singoli ma anche le famiglie e i minori. La possibilità di detenzione potrà arrivare a ventiquattro mesi ed essere prolungata ulteriormente di sei mesi (totale 30), anche per i minori. Il rischio del tutto probabile è che si creino – secondo il Tavolo Asilo e Immigrazione, composto da varie associazioni della società civile – «pericolosi automatismi e riduzioni delle garanzie giurisdizionali effettive».

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Il Viminale ha individuato i centri per la detenzione dei richiedenti in attesa della loro domanda: 8.016 posti per rispondere alla “capacità adeguata” assegnata all’Italia dalla Commissione. Molti di essa sono sottratti a quelli che erano finora strutture di accoglienza e che ora diventano praticamente di detenzione. Il nuovo sistema non archivia la convenzione di Dublino, secondo cui il richiedente asilo può presentare la domanda in un solo Paese, quello da dove ha fatto ingresso nell’Unione. Le domande continuano ad essere esaminate dal paese di primo arrivo. Ma dovrebbe scattare la “solidarietà” (mai termine fu più ipocrita) da parte degli altri Stati verso quelli sotto pressione migratoria (Italia, Spagna, Grecia e Cipro). I primi possono scegliere se partecipare alle redistribuzioni o dare contributi finanziari (20.000 euro a persona per un massimo di 600 milioni).

La riforma varata dal Parlamento europeo nasce all’insegna di almeno tre grandi eufemismi contenuti nelle espressioni “paesi sicuri” “trattenimenti” e “rimpatri”. Il meccanismo – aggiunge Santerini – che «consente di edulcorare la realtà, nascondendola nelle pieghe del linguaggio, era già stato spiegato dal linguista Victor Klemperer a proposito del Terzo Reich. Usare un eufemismo anziché una verità scomoda, se non insopportabile, è uno dei meccanismi del disimpegno morale perché permette di deresponsabilizzarsi negando la realtà su cui intervenire». I cosiddetti paesi sicuri, in generale, sono quelli in cui gli individui non corrono il rischio di essere perseguitati in base a standard condivisi, e in cui vigono le libertà fondamentali riconosciute dai principali trattati internazionali in materia di diritti umani. In questa fase, l’UE ne ha riconosciuti 7 (rispetto ai 19 del Governo italiano): Bangladesh, Egitto, Kosovo, Tunisia, Marocco, Colombia, India, più i paesi candidati all’UE.

Per quanto riguarda i “trattenimenti”, i cittadini di paesi terzi soggetti a una decisione di rimpatrio saranno tenuti a cooperare con le autorità e potranno essere trattenuti ad esempio in caso di mancata cooperazione, rischio di fuga o rischio per la sicurezza. La detenzione potrà arrivare sino a 30 mesi, per persone non colpevoli di alcun reato, solo per motivi amministrativi. Il trattenimento in vista del rimpatrio (o “detenzione amministrativa”) è, nel linguaggio del diritto UE, una misura privativa della libertà personale di natura non penale: non consegue a un reato, ma a una condizione amministrativa — il soggiorno irregolare. La detenzione in senso stretto è invece una misura del diritto penale, conseguente a un reato accertato o presunto. Tuttavia, qualora lo Stato non possa disporre di una struttura che separi i migranti da detenuti ordinari, potrà ricorrere all’utilizzo di un istituto penitenziario: ecco che il confine tra il trattenimento (eufemisticamente definito) e la detenzione si fa più labile.

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Quanto ai rimpatri verso il paese di origine, la questione è di antica data, poiché non è assolutamente facile rimpatriare chi non rientra nei criteri del diritto d’asilo. Già oggi la media di chi viene rimandato “a casa” è solo il 20%; in Europa solo il 27% dei migranti colpiti da un ordine di espulsione è stato effettivamente rimpatriato. Le intese in vigore coprono solo due delle prime dieci nazionalità tra i migranti sbarcati in Italia, mentre rimane scoperta gran parte dell’Africa subsahariana, da cui proviene la maggior parte dei flussi.

Scriviamo queste righe mentre Papa Prevost è a Lampedusa, nell’anniversario della storica visita di papa Francesco. La visita sull’isola, con la memoria dei morti, è stata – sottolinea Marco Impagliazzo Presidente della Comunità di Sant’Egidio – un messaggio rivolto alla Chiesa e al mondo: «un appello che si fa protesta per le troppe vittime e resistenza alla logica della contrapposizione. In un’Europa che discute di quote, rimpatri e paesi sicuri, la Chiesa cerca un approccio che costruisca coesistenza e dialogo e riduca paure e polarizzazioni». La Chiesa testimonia – aggiunge Impagliazzo – che non si può fingere che non esistano alternative ai naufragi, ai campi di detenzione libici, alle torture e alle morti anonime nel deserto. Alle Canarie, come poi a Castel Gandolfo, papa Leone ha ripetuto che «la remigrazione non è una risposta cristiana». La Chiesa di Leone si è inchinata davanti alla dignità dei migranti: «Non siete numeri, né fascicoli!». Il loro dramma si fa «esame di coscienza per la comunità internazionale, i Paesi di transito e d’origine, che devono creare condizioni di vivibilità», e «per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi». C’è diritto a rimanere nel proprio Paese senza fame e guerra, come a trovare accoglienza.

Questa complessa visione dei migranti (non solo del fenomeno migratorio) – osserva Andrea Riccardi – spiazza le politiche europee di respingimento o remigrazione, richiama i Paesi d’origine alla responsabilità. La Chiesa – spiega Riccardi – ha una visione globale dei migranti. «Essere “cattolici” vuol dire non essere chiusi nella unilateralità. Questo non deve indurre a ripensare coloro che si dicono cristiani ma operano per muri e respingimenti, attenti solo all’interesse nazionale, addirittura seminando paure per avere consenso elettorale?»

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