Dopo il [url”referendum irlandese”]http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=119975&typeb=0&la-svolta-laica-dell-irlanda-anche-i-gay-potranno-sposarsi[/url] sul matrimonio omosessuale, ci pensa il Gay Pride di Roma a tenere sveglie le coscienze sul tema dei diritti. Si fa per dire, perché il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili giace in Senato sommerso da migliaia di emendamenti. E d’altronde siamo abituati, visto che dagli anni Ottanta a oggi si è perso il conto delle proposte presentate in parlamento e mai discusse. Al dll Cirinnà il centro destra rimprovera che sotto al nome di “unioni” si celebrano veri e propri matrimoni. Che i diritti di due gay non possono essere equiparati a quelli di una coppia “normale”. E che tutto ciò prelude all’utero in affitto e all’adozione aperta agli omosessuali. Non vale neanche la pena cercare di smontare ognuna di queste affermazioni. Ex falso quod libet, dal falso segue qualsiasi cosa.
È interessante invece questa guerra per l’appropriazione del termine “matrimonio”, come se il problema fosse più di abuso linguistico che di sostanza. Il concetto è stato ben espresso da George Georg Gänswein, segretario di Benedetto XVI e prefetto della Casa Pontificia, proprio in contemporanea al Gay Pride romano: «Equipararle [i]le unioni omoaffettive, ndr[/i] al matrimonio sacramentale è inaccettabile e contro l’antropologia biblica e cristiana». Il monsignore, in effetti, non ha manifestato solo l’opinione della Chiesa – un mondo maschile senza affetti coniugali e familiari – ma la posizione ufficiale dei cattolici, incapaci di distinguere, per palese omonimia, un sacramento che concerne la sfera privata da un accordo tra le parti che afferisce alla sfera legislativa. E allora, perché non spostare l’asse lessicale in modo da rasserenare chi confonde peccato e diritto? Basterebbe eliminare il matrimonio civile e sostituirlo con un istituto dal nome qualsiasi (unione, patto, coppia). A quel punto, come ogni diritto di uno Stato democratico, non potrebbe più essere legato alle preferenze sentimentali dei singoli. Il matrimonio, in termini linguistici, lo potremmo lasciare alla Chiesa garantendo ai cittadini che si sposeranno all’altare il riconoscimento giuridico dell’istituto civile equivalente. Delle parole nessuno ha l’esclusiva, ma se una di esse provoca mal di pancia tali da bloccare la civiltà, regalarne la proprietà intellettuale potrebbe risolvere il problema.
C’è tuttavia una complicazione, ed è sempre di carattere lessicale. «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», afferma l’articolo 29 della Costituzione. Sul carattere contraddittorio, e verrebbe da dire anticostituzionale, di questo articolo vale la pena leggere [url”un’approfondita analisi”]http://www.robertobin.it/ARTICOLI/famiglia.htm[/url] – datata ma attualissima visto che da allora nulla si è mosso – di Roberto Bin, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara, dal titolo “La famiglia: alla radice di un ossimoro” che smonta pezzo a pezzo la valenza del dettato costituzionale nel confondere natura e diritto.
Ecco, per chi sulla promessa di rottamazione ha fatto la sua fortuna si apre un’ottima occasione. Eliminare l’obsoleta associazione tra società naturale e matrimonio, riconoscere come società naturale, e quindi come famiglia, quella, qualsiasi sia, in cui le persone si riconoscono e infine lasciare il termine “matrimonio” al monopolio cattolico come poi è stato fino all’unità d’Italia. Vorrebbe dire – e senza passare attraverso i patetici ripieghi del doppio binario normativo tra etero e gay a rimarcare che questi ultimi non sono poi così “normali” – prendere atto dell’evoluzione sociale (quella sì, naturale) e normarla per non lasciare parte dei cittadini privi di alcuni diritti. Per dare finalmente il messaggio che l’omoaffettività non è una scelta né una malattia, come la Chiesa insinua definendola un «disordine morale», ma un modo di essere. E ancora, per evitare il triste e sperequativo fenomeno del turismo verso i Paesi civili per matrimoni, fecondazioni e adozioni.
Se il problema continua a essere cosa pensa la Conferenza episcopale italiana piuttosto che il progressivo scollamento dell’ordinamento giuridico dalla realtà di una società che vive, ama, sceglie e lo fa a prescindere da leggi che non la rappresentano, sui diritti non sarà mai «la volta buona». Checché ne dica Renzi.
Cecilia M. Calamani[GotoHome_Home]
