"South Stream", addio

Durante una visita ad Ankara, Vladimir Putin annuncia che Mosca non è più interessata al gasdotto osteggiato dalla Ue e vira verso una condotta che rifornirà la Turchia, Ucraina nel dramma<br>

"South Stream", addio
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3 Dicembre 2014 - 09.38


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Dopo un anno e mezzo di discussioni, stop, interventi dell’Unione europea e proteste dei Paesi interessati, il progetto “South Stream” si blocca definitivamente: il presidente russo Vladimir Putin ha detto ad Ankara che “in questa situazione” il Paese non può sviluppare il progetto di condotte che avrebbero dovuto aggirare l’Ucraina passando attraverso Bulgaria e Serbia , e dunque è pronto a collaborare con la Turchia nella costruzione di una condotta destinaya anche all’Europa meridionale.

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Putin ha dato l’annuncio dopo colloqui con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan :”Dal momento che in Bulgaria non abbiamo ancora ricevuto i permessi di costruzione . nell’ attuale situazione la Russia non poteva continuare la realizzazione del progetto, se l’Europa non vuole il “South Strem”, allora il gasdotto non sarà costruito.” In alternativa, Mosca rafforzerà le forniture di gas verso la Turchia ed in cooperazione con Ankara potrebbe dare vita un centro per le forniture di gas naturale al confine con la Grecia, per flussi eventualmente diretti allì Italia meridionale.

Il presidente russo ha detto che il gigante petrolifero russo Gazprom ha deciso di “aumentare i tre miliardi di metri cubi la fornitura di gas russo in Turchia per soddisfare le esigenze del Paese, e dal primo gennaio prossimo diminuiremo del 6 per cento il prezzo del gas naturale”.

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Il capo di “Gazprom”, Alexei Miller conferma l’ annuncio del presidente:”Certo, il progetto è chiuso”, ha detto Miller, rispondendo alle domande dei giornalisti. MIller aggiune che Mosca e Ankara hanno concordato la costruzionedi un gasdotto marino della capacità di 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno, attualmente la Turchia riceve circa 14 miliardi di metri cubi l’anno assieme alla Grecia.

Tutte da valutare rimangono adesso le ricadute economiche e politiche della decisione: da una parte è chiaro che Bulgaria e Serbia perderanno le centinaia di milioni euro previste per i diritti di transito del carburante, e questo avrà sicuramente in fortr impatto sui bilanci nazionali. Dall’altro il rifornimento di una grande parte dell’Occidente resta affidato alle condotte che attraversano l’Ucraina ed i cui flussi dipendono in gran parte dalle vicence politiche e dai fabbisogni di Kiev. Quel che appare già chiaro é che molti scenari si stanno rovesciando ed il panorama più probabile che adesso si apre in Ucraina é quello di una spaventosa crisi economica. quest’anno la moneta nazionale, il hrvynia, ha perso la metà del suo valore rispetto al dollaro, l’inflazione è quasi al 20%, chi può compra nel panico cibo e altri beni essenziali, gli economisti temono che entro la fine dell’ anno il Paese non avrà più soldi per pagare i suoi debiti.

I problemi dell’Ucraina sono stati a lungo sovrastati dlla guerra civile ma privatizzazioni malfatte dopo il crollo dell’Unione Sovietica hanno creato una classe oligarchica che succhia la maggior parte della ricchezza del paese. Secondo un rapporto di Credit Suisse, l’Ucraina ha la distribuzione della ricchezza più diseguale del mondo, ed anche prima della crisi ogni ucraino mediamente è stato un decimo più povero di quanto non lo fosse alla fine dell’era sovietica.

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La crisi con la Russia ha poi fatto due cose all’economia ucraina: in primo luogo, ha inflitto gravi danni al cuore industriale dell’Ucraina nella parte orientale del paese. Luhansk e Donetsk normalmente rappresentano il 16% del PIL nazionale, fornirscono il 95% del carbone e producono una grossa fetta delle esportazioni. A settembre la produzione industriale nel Luhansk è scesa del 85% anno su anno; a Donetsk è scesa del 60%.

In secondo luogo, la crisi ha reso gli investitori riluttanti a collocare i loro soldi in qualsiasi parte vicino l’Ucraina e questa ha provocato effetti a catena terribili. Mentre i capitali fuggivano dall’ Ucraina, il “hrvynia” è caduto rendendo le importazioni più costose ed anche l’agricoltura soffre perché gli agricoltori non possono permettersi di acquistare gli concimi dall’estero. L’Ucraina ha esaurito le sue riserve di valuta estera in un disperato tentativo di sostenere la propria valuta: le scorte sono cadute da 18 miliardi dollari a 12 nel giro di pochi mesi. La cosa più importante, un “hrvynia” debole rende più difficile rimborsare il debito estero di 14 miliardi dollari entro la fine del 2016.

La Russia poi sta facendo peggiorare le cose. Il Cremlino è il principale creditore dell’ Ucraina e sta minacciando di renderle la vita difficile: Kiev deve 3,2 miliardi dollari di “Gazprombank”, società statale, e Vladimir Putin probabilmente insisterà sul tempestivo rimborso. “Naftoga”, società statale ucraina del gas, deve 3,1 miliardi dollari alla Russia entro la fine di questo anno, e dovrà pagare per le nuove forniture.. L’Occidente promette grandi aiuti ma non sta facendo abbastanza: se non si troveranno prsto 20 miliardi di dollari l’Ucraina sarà in guai ancora più grossi.

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(Fonte: Agenzie)

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