Diario dal Festival di Roma: teorie di corpi estranei

Torna l’America mccarthiana nel racconto anti-epico e dark di Scott Cooper, mentre Filippo Timi illumina l’opera contratta del bravo Mirko Locatelli. [Sarah Panatta]

Diario dal Festival di Roma: teorie di corpi estranei
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13 Novembre 2013 - 10.30


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di Sarah Panatta

L’altro come doppio, nemesi, sfida, insulto, sprone, scacco del Sé. Antropocentrismo alienato, il filone tematico del festival di Roma sembra tracciato.

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Nelle diciotto opere in concorso ufficiale l’isolamento sociale ed emotivo dell’individuo si trasforma in dispositivo di attivazione del gioco scenico, della finzione nella finzione. Dall’action alla commedia sentimentale, la tragedia della pluralità dell’Io si schianta contro l’egoismo della civiltà mostruosa e si disperde nelle quinte infinite dello sguardo.

Sfiorarsi attraverso le sbarre di occhi stanchi, svuotati, ansiosi, preda del pregiudizio, della rabbia, della rassegnazione, e di un urgente desiderio di quiete. Un incrocio pericoloso e una corsia pediatrica. Una fornace sempre accesa e un’anestesia gelida. Una provincia d’acciaio nell’est americano e un ospedale ai margini di Milano. Un uomo perde il fratello. Un padre assiste il figlio malato. Spazi di condivisione impenetrabile, tra uomini soli.

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Se la scrittura latita lo splendore delle incarnazioni attoriali si impone. Magistrali, Christian Bale e Filippo Timi, fisicamente imperiosi sulla scena, che sia uno sgabuzzino o una radura invernale, eppure così misurati e geometrici da perforare la corazza straniante e debolmente comunicativa delle rispettive opere, Out of the furnace (Usa 2013) di Scott Cooper e I corpi estranei, di Mirko Locatelli (Ita 2013).

Laconico e incombente come molti romanzi di C. McCarthy, ormai grammaticalmente assorbito e rielaborato dalla nuova generazione dei cineasti americani, il film di Cooper intraprende un unico strettissimo binario di vendetta e di disperazione controllata. Nell’orizzonte tumefatto di una cittadina industriale, Russell Blaze (Bale) lavora in doppi turni logoranti presso l’acciaieria locale, madre e tomba di intere famiglie. Mentre il padre muore di cancro e il fratello Rodney (superbo Casey Affleck), veterano dell’Iraq, contrae debiti a cascata con l’affabile boss del posto.

Russell finisce in prigione dopo aver sterminato involontariamente una famiglia in un incidente d’auto e una volta “fuori”, persa anche la fidanzata, torna al lavoro di sempre e ad occuparsi del fratello distrutto dalla cancrena psicologica della guerra. Rodney decide di spostarsi nell’estremo nord est del paese, per partecipare a incontri clandestini di boxe con i quali ripagare i propri debiti con i granitici usurai locali, abituati ad una legge ferina amministrata dal sangue e dalla droga. È la lunga fine di un incubo più grande.

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I tempi dilatati e assopiti delle comunità americane confinate nella periferia post moderna. Carcasse del boom ed errori del progresso accatastati tra prefabbricati deserti e fuligginosi. Ritmi di vite senza alternativa segnano volti ancora giovani, ma privi di innocenza, già consapevoli che al mondo non esiste peccato o redenzione, ma solo un ciclo disarmante di prove e tranelli.

La lotta del singolo contro il caso e i suoi drammi. Topos classico diluito nella contemporaneità che non conosce integrazioni. Nel film di Locatelli Timi restituisce voce tremante ad un padre operaio partito dal sud per far curare il figlioletto affetto da un cancro al cervello. Arioso e asettico, ambientato tra corridoi e automobili, I corpi estranei concede poco allo sviluppo della sceneggiatura, affrontando un percorso emotivo faticoso e impercettibile, fatto di rifrazioni, di scambi tremanti e forzati, tra i due personaggi principali. Antonio (Timi) e il quindicenne Jaber (Jaouher Brahim) sono vicini di stanza in ospedale. Il primo attende l’esito dell’operazione del figlio Pietro, l’altro il decorso del tumore di un amico, profondamente debilitato.

Qualcuno morirà, qualcuno lascerà, con un saluto nuovo, quelle stanze. Antonio è un lavoratore onesto e radicato alla propria famiglia, che contatta quotidianamente. È diffidente nei confronti degli stranieri tot court e implora per un lavoro in nero mal pagato (ma rigorosamente da italiani) mentre soggiorna a Milano. Da Jaber non vuole aiuto o amicizia, non imparerà ad avvicinarsi a lui, tuttavia cambierà, evolverà. Locatelli non cerca strade per una corretta multiculturalità. Semplicemente si insinua nello scarto tra due individui, nell’incontro fatale tra due uomini che resteranno divisi e differenti. Corpi in orbita, in uno spazio comunque estraneo.

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[b]Out of the furnace.[/b] Di Scott Cooper. Con Christian Bale, Casey Affleck, Woody Harrelson, Forest Whitaker, Zoë Saldana, Sam Shepard, Willem Dafoe. Usa 2013. 110′. [b]I corpi estranei.[/b] Di Mirko Locatelli. Con Filippo Timi, Jaohuer Brahim, Gabriel De Glaudi, Tije De Glaudi, Dragos Toma, Naim Chalbi, El Farouk Abd Alla. Ita 2013. 98′.

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