Papa: globalizzazione dell'indifferenza

Francesco a Lampedusa si scaglia nuovamente contro il sistema che sfrutta la povertà. I morti in mare sono una spina nel cuore, ha detto durante l'omelia.

Papa: globalizzazione dell'indifferenza
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8 Luglio 2013 - 15.40


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Un viaggio che resterà nella storia quello del Papa a Lampedusa. Come primo spostamento fuori dalla Capitale, Francesco ha scelto la piccola isola siciliana, prima frontiera tra Africa e Europa: un luogo simbolo della drammatica scelta, dettata dalla povertà, di migliaia di migranti di “tentare” la fortuna nel vecchio continente.

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Papa Bergoglio è atterrato questa mattina a Lampedusa. L’aereo, un Falcon 900 dell’Aeronautica militare, era decollato poco prima delle 8.00 dall’aeroporto militare di Ciampino.


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Papa Francesco, imbarcato a Cala Pisana su una motovedetta della Guardia costiera, ha gettato in mare una corona di crisantemi bianchi e gialli in memoria di quanti hanno perso la vita in mare durante le traversate dall’Africa. Con lui l’aricivescovo di Agrigento, monsignor Montenegro. La motovedetta viene seguita, a distanza, da molte barche di lampedusani che festeggiano il pontefice.


Il papa prima di lanciare la corona si è raccolto per un breve momento di preghiera. A scortare il pontefice, che non ha voluto a bordo alcun giornalista se non un operatore del Centro televisivo Vaticano, una flottiglia di pescherecci cone le mani giunte. La motovedetta aveva issato una bandiera italiana e una dello Stato Pontificio. Su una imbarcazione, al passaggio del papa, sono state accese in segno di festa, alcuni razzi di posizionamento mentre su una vela c’era una scritta di benvenuto per il pontefice.

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Il Papa ha poi un incontrato a Punta Favarolo i migranti e la comunità di Lampedusa e Linosa. Papa Francesco ha salutato e ha stretto la mano a numerosi migranti africani, quasi tutti giovanissimi, che lo attendevano all’arrivo sul molo di Lampedusa. Il Papa li ha salutati sorridendo uno per uno, scambiando con loro parole di saluto. “Preghiamo tutti insieme, preghiamo anche per chi oggi non è qui”, ha detto.

“Noi siamo fuggiti dal nostro Paese per due motivi, politico e economico, per arrivare in questo luogo tranquillo abbiamo superato vari ostacoli, siamo stati rapiti da vari trafficanti. Per arrivare qui in Italia abbiamo sofferto tantissimo”. Così un giovane immigrato si è rivolto al Papa al quale ha anche consegnato una lettera sul Molo Favarolo di Lampedusa. Nell’intervento il ragazzo, che si è anche interrotto per la commozione, ha chiesto aiuto per la situazione particolare: “Siamo qui – ha detto – costretti a rimanere in Italia perché abbiamo lasciato le impronte digitali e per questo non possiamo andare via. Quindi – ha aggiunto – chiediamo agli altri Paesi europei di aiutarci”.

Il Papa, su una campagnola scoperta, si è diretto al campo sportivo di Lampedusa dove celebrerà la messa davanti a 10mila persone. La funzione avrà una chiara connotazione penitenziale, con preghiere tratte dal messale “per la remissione dei peccati”, e con paramenti viola, il tutto in un rito estremamente sobrio. A pochi metri, il cimitero dei barconi affondati, un luogo simbolico. Così che la messa quasi diventerà una celebrazione funebre per le vittime dell’immigrazione.

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Sulla jeep Papa Francesco è seduto accanto all’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro. Sul sedile davanti c’è il segretario particolare, monsignor Alfred Xuereb, di nazionalità maltese. Il Pontefice voleva restare in piedi, ma Montenegro gli ha chiesto di sedere per ragioni di sicurezza. Salutando le persone che erano al molo, il Papa ha fatto un gesto per dire di pregare, lui per loro, loro per lui.

La messa e l’omelia – Partendo dalle domande bibliche “Adamo, dove sei?” e “Caino, dov’è tuo fratello”, papa Francesco, con riferimento ai naufragi dei migranti, ha detto a Lampedusa che “queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza!”. “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo”, e “non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri”. È così, secondo Bergoglio, che “si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito”. “‘Dov’è tuo fratello?’, la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio – ha detto il Pontefice -. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi”.

“Quei nostri fratelli e sorelle – ha proseguito – cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte”. “Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, accoglienza, solidarietà! – ha aggiunto – E le loro voci salgono fino a Dio!”.

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La “cultura del benessere” ci rende “insensibili alle grida degli altri”, ci fa vivere “in bolle di sapone”, in una situazione “che porta all’indifferenza verso gli altri – per il Papa -, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”. “Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? – ha chiesto il Papa parlando dell’aspetto dell’indifferenza – Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io”. “Ma Dio – ha proseguito – chiede a ciascuno di noi: Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?. Oggi nessuno si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo ‘poverino’, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto”. “La cultura del benessere – ha spiegato Bergoglio -, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza”.

Secondo il Papa, “ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”. “Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni – ha aggiunto -. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti ‘innominati’, responsabili senza nome e senza volto”.

Di fronte alle morti in mare, ha detto il Papa, “domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’é nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. ‘Chi ha pianto?'”. “Chi di noi ha pianto pe questo fatto e per fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini?”, “siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere”.

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Nell’omelia a Lampedusa il Papa ha sottolineato in un passaggio a braccio anche il dramma dei migranti di cui sono responsabili i trafficanti di uomini. I migranti “prima di arrivare qui – ha detto – sono passati attraverso i trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per cui la povertà degli altri è fonte di guadagno” e a causa di questi “hanno sofferto”.
Per i morti in mare “Signore, ti chiediamo perdono”, ha detto il Papa al termine dell’omelia a Lampedusa. E ha aggiunto a braccio: “perdono Signore”.

“Lampedusa sia faro per tutto il mondo, perché abbia il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore”, ha chiesto il Papa al termine della messa, ringraziando i lampedusani sia per “l’accoglienza” che per la “tenerezza” verso gli immigrati. “Voglio ringraziarvi ancora di più, voi lampedusani – ha detto il Papa a braccio – per l’esempio di amore, di carità, di accoglienza”.

Dopo aver citato il vescovo che ha parlato dell’isola come “faro”, il Papa ha invitato il mondo a prendere esempio da Lampedusa. “Grazie per la vostra testimonianza – ha concluso – e voglio ringraziare anche per la vostra tenerezza, che ho sentito dai racconti di don Stefano e del suo viceparroco, sulla nave”.

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Nel suo saluto al Papa l’arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, ha parlato di Lampedusa come “scoglio e faro”, che “purtroppo per molti è diventato tomba”, un “faro – ha detto mons. Montenegro, che è anche presidente della Fondazione della Cei per i migranti, la ‘Migrantes’ – acceso per la Chiesa intera, per l’Italia, per l’Europa. Essa – ha proseguito mons. Montenegro – ricorda a tutti che ci sono delle esigenze di giustizia, di dignità, che non possono essere soppresse; quest’isola è lampada accesa perché non si pensi più in termini di emergenza o di semplice accoglienza, ma a promuovere politiche adeguate di giustizia e di rispetto di ogni vita umana”.

Poco prima delle 14.00, il rientro a Roma.

Migliaia di persone sono scese in strada già dalle prime ore del mattino. Niente forze deIl’ordine in vista né vie bloccate, come da volontà del Pontefice. Ci sono già “Benvenuto tra gli ultimi”: è uno degli striscioni che i lampedusani hanno affisso nei pressi del Molo Favaloro.

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Sindaco di Lampedusa, visita storica che parla al mondo – “È una visita storica perché da qui lui parla al mondo, parla alle due sponde e squarcia il velo di silenzio che ha coperto fin’ora le morti in mare e la tratta di esseri umani che e’ stata tollerata dall’Europa civile e democratica”. Così il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, ha commentato la visita di papa Francesco nell’isola. Il gesto di Bergoglio “cambia la prospettiva e lo sguardo verso uno dei più grandi drammi del nostro tempo che fin’ora è stato ignorato”, ha osservato il sindaco di Lampedusa.

“Il Papa – ha aggiunto Nicolini, sottolineando la semplicità della visita – vuole vedere Lampedusa così com’è, nell’abbandono e nel degrado in cui è stata lasciata per tanto tempo e per me questo è bellissimo: non vuole che la vita dell’isola cambi durante la sua permanenza”. Dopo aver ricordato come “tutti gli oggetti che il Papa usa durante la messa sono di legno e provengono dai barconi dei migranti”, Nicolini ha riferito che “l’altare viene, invece, da una barca di pescatori lampedusani ed è molto simbolico unire questi due destini, perché Lampedusa è una zattera del Mediterraneo in cui i diritti tra chi vive qui e chi arriva sono sempre stati legati”.

Intanto un barcone carico di migranti a Lampedusa – L’imbarcazione, con 166 stranieri a bordo, è stata intercettata dalle motovedette della Guardia di Finanza e della Capitaneria di Porto. Sull’isola, intanto è tutto pronto per accogliere il Pontefice e il campo sportivo, dove celebrerà la Messa, è già affollato di gente.

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