Da domani prendono il via le consultazioni ufficiali fra i cardinali che devono eleggere il successore di Benedetto XVI, ma allo stato dei fatti non sembrano delinearsi soluzioni facili. Non esiste ancora un candidato che davvero possa contare su un consenso forte, almeno tanto significativo da poter essere inattaccabile e quindi in grado di attrarre i voti necessari all’elezione. La regola, infatti, vuole che il futuro Pontefice debba ottenere non meno dei due terzi dei voti in conclave, attualmente i cardinali elettori – quelli con meno di 80 anni – sono 115, il che significa che la quota base per l’elezione è 76 voti.
Fino ad oggi si è parlato molto del ‘blocco’ degli italiani e degli europei, rispettivamente con 28 e 62 elettori, ma si dimentica spesso che si tratta di due gruppi niente affatto omogenei. Invece quella che si sta formando in questi primi giorni di scambi, colloqui informali e contatti fra cardinali, è una maggioranza trasversale che potrebbe puntare su un candidato extraeuropeo: latinoamericano, forse, ma anche asiatico o nordamericano. In seconda battuta potrebbe arrivare un europeo che non rientra fra i papabili di stretta osservanza curiale.
Il fatto è che un simile raggruppamento, un vero e proprio partito anti-romano, può contare oggi su un minimo di 63 voti, dunque un numero non sufficiente ad eleggere il prossimo Papa, ma tale da produrre un clamoroso stallo in conclave. Il che significa che i giochi sono aperti e la ricerca di una mediazione sarà l’unica strada percorribile. La situazione in vista del conclave, dunque, sta cambiando rapidamente. La stessa Curia romana, a questo punto, cerca una via d’uscita e un accordo possibile: il tentativo è quello di evitare di rimanere travolti dalla richiesta di riforma e dalle critiche rivolte ai cardinali romani dopo lo scandalo di vatileaks e l’esplosione dei problemi finanziari, senza contare l’enormità dei casi di abuso sessuale sui minori. E per quanto molti dei porporati in questi giorni ripetano: “non conta la provenienza del prossimo Papa”, è ormai evidente che c’è un pregiudizio diffuso a livello internazionale verso i cardinali di Curia in primo luogo e verso gli italiani subito dopo, spesso considerati i responsabili principali della crisi prodottasi negli ultimi anni nella ‘governance’ della Chiesa universale.
Così da una parte all’altra dell’oceano hanno cominciato a confrontarsi i diversi leader degli episcopati che contano, a guidare l’operazione ‘ Papa extraeuropeo’ alcuni cardinali di punta degli Usa, come l’americano Timothy Dolan, di New York, i tedeschi Karl Lehmann e Rehinard Marx, oltre ai porporati francesi. Voci diverse e sensibilità anche lontane che stanno però cercando l’intesa con un obiettivo comune: ridurre a tutti i costi il potere della curia romana e degli apparati ad essa legati.
Nei ‘63’ rientrano almeno 13 su 14 ‘grandi elettori’ nordamericani fra stati Uniti e Canada, 19 latinoamericani, 11 africani, almeno 9 asiatici su 11, e ancora fra i 9 e gli 11 europei pronti a votare un candidato extraeuropeo. Da ultimo l’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, che solo oggi raggiungerà Roma, ha già detto che l’elezione di un Papa non europeo “è assai probabile. Se uno di loro arriva in testa al primo turno di votazioni, io gli darei il mio voto senza problemi”. Nei giorni scorsi anche un cardinale di Curia come Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio peri testi legislativi, si era espresso in favore di un latinoamericano.
Bisogna considerare che fra gli europei alcuni dei tedeschi sono particolarmente contrari alla Curia vaticana e ai suoi uomini di punta, si tratti dell’ex Segretario di Stato cardinale Angelo Sodano e del suo uomo fidato Leonardo Sandri, o del cardinale Tarcisio Bertone. Lo stesso cardinale di Colonia, l’arcivescovo Joachim Meisner, ha ripetuto nei giorni scorsi che quando scoppiò lo scandalo del vescovo lefebvriano negazionista della Shoah cui il Papa, senza essere dovutamente informato, aveva tolto la scomunica, chiese le dimissioni di Bertone. Eppure fu Ratzinger a rispondergli: “no, basta, resta al suo posto”. Da allora però le cose sono assai peggiorate.
Bisogna inoltre tenere presente che il gruppone degli italiani è diviso al suo interno. Se la maggior parte di loro sostengono la candidatura del cardinale Angelo Scola, personalità come il cardinale esperto di finanza Attilio Nicora ha antichi dissapori verso il papabile di area ciellina, ma anche l’area dei bertoniani, da Giusppe Versaldi a Domenico Calcagno, non è per forza disposta a votare l’arcivescovo di Milano. Più incerta la posizione del cardinale Giovanni Battista Re, anziano e potente uomo di Curia, sul quale il cardinale Ruini sta esercitando qualche pressione in favore di Scola. A livello europeo i conservatori possono contare anche sul cardinale ungherese Peter Erdo, che però è stato indebolito dal sostegno dato al governo di estrema destra e xenofobo al potere a Budapest sotto la guida del presidente Viktor Orban.
Fra i candidati extraeuropei che stanno emergendo, ci sono alcuni nomi che ormai ritornano. Quello dell’arcivescovo di San Paolo Odilo Sherer, del cardinale delle Filippine nominato da Ratzinger, Luis Tagle – considerato però troppo giovane – quindi l’indiano Telesphore Toppo, che siede anche nella commissione cardinalizia dello Ior, e poi lo statunitense Sean O’ Malley, arcivescovo di Boston. Resta in pista il canadese Marc Ouellet, che vanta anche appoggi in Curia dato che ricopre l’importante incarico di prefetto della Congregazione dei vescovi, ma la cui immagine è stata scalfita da una vicenda di molestie sessuali in cui è coinvolto, da protagonista, il fratello. In ogni caso perché l’operazione del papa non europeo prenda corpo è necessario che Stati Uniti, America Latina e un gruppo di europei – tedeschi e francesi in particolare – si coaguli intorno a un candidato comune.
