Come la destra usa il referendum sulla giustizia per svuotare la democrazia e indebolire la Costituzione

Scondo i sondaggisti l’elettorato di destra sarebbe più restìo a recarsi alle urne, quanto meno in occasione dei referendum. Sarebbe, insomma, un elettorato non particolarmente convinto dell’utilità e del valore della partecipazione politica.

Come la destra usa il referendum sulla giustizia per svuotare la democrazia e indebolire la Costituzione
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9 Marzo 2026 - 15.10


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di Dario Spagnuolo

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Nel 2023 Gennaro Sangiuliano affermò che Dante Alighieri è il fondatore del pensiero di destra in Italia. Al di là dell’affermazione da romanzo distopico, qualche punto di contatto tra il Sommo Poeta e la destra forse c’è. Il referendum del 22 e 23 marzo, ad esempio, potrebbe rivelarsi un ottimo esempio di legge del contrappasso. Secondo i sondaggi, se i votanti saranno pochi prevarrà il NO, se invece saranno molti prevarrà il SI. Insomma, se nell’ultima tornata referendaria Salvini ha dichiarato che sarebbe restato a casa con i figli, mentre Meloni ha annunciato che si sarebbe recata alle urne ma non avrebbe ritirato la scheda (un po’ come mandare Tajani da osservatore al Board of Peace), adesso tutta la destra incoraggia la partecipazione al referendum. Se ne deducono molte cose interessanti.

La prima è che secondo i sondaggisti l’elettorato di destra sarebbe più restìo a recarsi alle urne, quanto meno in occasione dei referendum. Sarebbe, insomma, un elettorato non particolarmente convinto dell’utilità e del valore della partecipazione politica.

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La seconda, è che ai partiti della destra non importa la democrazia quanto il risultato. Non importa, insomma, se i cittadini partecipano o meno alla vita del paese, se sono cittadini o sudditi: il fine giustifica il mezzo, la coerenza non è un valore e i principi propugnati quando si è all’opposizione non valgono se si è al governo. D’altronde, ostacolare il voto dei fuorisede è invece sembrato utile: meglio che non votino gli studenti, cittadini pericolosamente vicini al mondo della cultura e della conoscenza perché, si sa, sono assoggettati alla fantomatica egemonia culturale della sinistra. Certo è strano che una tale egemonia culturale non si traduca in egemonia politica, ma la destra italiana è da tempo abituata a confrontarsi con i suoi fantasmi e le sue rappresentazioni, tanto è vero che, davanti ai fatti, resta senza parole.


Sempre sul tema del referendum si sono scontrati in TV il deputato di FI e vicepresidente della Camera Giorgio Mulé e il PM John H. Woodcock. E’ significativo che i migliori sponsor delle ragioni del NO siano coloro che votano SI. Incalzando Woodcock, che riteneva “non democratico” il sorteggio dei componenti dell’Alta Corte Discipinare, uno dei tre organi che con la riforma della giustizia dovrebbe sostituire il CSM, Mulé ha più volte chiesto di spiegare perché il sorteggio non sarebbe democratico. Secondo Giorgio Mulé, dunque, si potrebbe risparmiare sulle elezioni sorteggiando i parlamentari e, analogamente, è inutile eleggere presidente e vicepresidente della Camera, del Senato e delle varie commissioni, perché anche quelli potrebbero tranquillamente essere sorteggiati.


Certo non tutte le democrazie sono uguali. L’Italia, forse, ha quella più equilibrata di tutte, almeno da quanto scritto sulla Costituzione. E’ una Repubblica Parlamentare, di conseguenza il potere di fare le leggi è nelle mani del Parlamento, cioè di coloro che sono eletti dal popolo. Secondo Mulé, i magistrati non possono votare perché non sono un partito: peccato che il voto non sia riservato agli iscritti ad un partito, ma agli elettori, e che accanto alla tessera elettorale non è ancora richiesta l’esibizione della tessera di partito.

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E’ preoccupante, insomma, che Mulé ritenga democratico un sistema in cui si usa il sorteggio. Dovunque ci siano degli Organi Collegiali si procede ad elezioni per l’assegnazione delle cariche. La Costituzione offre questa possibilità alla Magistratura e al Parlamento, mentre l’esecutivo dovrebbe essere espressione di quest’ultimo e, dunque, sempre il prodotto di un confronto democratico.


C’è, insomma, un’evidente confusione tra i poteri dello Stato e quelli del governo ed una sostanziale intolleranza alla democrazia. L’esecutivo è solo uno dei poteri dello Stato, con le proprie competenze e le proprie prerogative, ma è sottoposto al controllo degli altri poteri, legislativo e giudiziario, all’interno di un bilanciamento di equilibri senza il quale le democrazie muoiono. Oggi, questo equilibrio è a rischio, anzi ogni limitazione di potere viene rigettata. Il diritto non è più assoluto, ma dipenderebbe “dal contesto”, come affermato da Tajani.


In questo scenario, che purtroppo non è solamente italiano, non può stupire che si scivoli rapidamente verso un conflitto globale su vasta scala. Senza il diritto, senza regole chiare, senza un bilanciamento dei poteri, resta il governo del più forte: il premierato, in Italia, la guerra nelle relazioni tra Stati.

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Ciò nonostante, la campagna mediatica di distrazione di massa continua ininterrotta, incluso il tentativo di arruolare i cattolici nel fronte del SI (Mantovano) nonostante la CEI, i Gesuiti e anche taluni partiti chiaramente di ispirazione cattolica abbiano già esplicitamente dichiarato il proprio sostegno al fronte del NO. L’impressione, è che gli esponenti di governo solletichino il desiderio delle persone di essere prive di ogni controllo e di ogni responsabilità. Ma un paese di IO irresponsabili non ha bisogno di leggi ma neanche di partiti, ed è destinato al collasso.

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