L'apocalisse di Beirut vista da Israele: "È l'azzardo finale di Nasrallah"

Sono trascorsi quattordici anni dalla guerra con Hezbollah. Anni segnati da una tregua armata precaria, rotta più volte soprattutto in Siria, con i raid israeliani contro postazioni di Hezbollah

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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

6 Agosto 2020 - 14.41


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Se c’è un Paese che guarda particolare attenzione all’evolversi della situazione in Libano, dopo l’immane tragedia di martedì scorso a Beirut, questo Paese è Israele. Sono trascorsi quattordici anni da quell’estate del 2006 segnata dalla guerra con Hezbollah. Quattordici anni segnati da una tregua armata, alquanto precaria, rotta più volte soprattutto in Siria, con i raid aerei dei caccia israeliani contro postazioni e convogli militari di Hezbollah; raid ai quali gli uomini di Hassan Nasrallah con lanci di missili nell’Alta Galilea. Ed ora, cosa potrebbe accadere dopo l’apocalisse di Beirut? E come si sta attrezzando Israele per far fronte ai diversi scenari? Globalist lo ha chiesto a due dei più autorevoli analisti di politica e strategia militare Israele, due delle più affermate firme di Haaretz: Amos Harel e Zvi Bar’el.

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“Nelle prime ore successive all’enorme esplosione al porto di Beirut, l’establishment della difesa israeliana ha lavorato duramente per cercare di mettere insieme una valutazione preliminare dell’accaduto – annota Harel – L’incidente che ha scosso il Libano ha colto il suo vicino a sud di sorpresa. Nonostante i malvagi tweet sulla vittoria di politici irresponsabili e giornalisti discutibili, i servizi segreti israeliani non hanno avuto nulla a che fare con l’esplosione. Sembra che il suo impatto, però, non riguarderà solo l’equilibrio delle forze in Libano, ma anche le tensioni tra Israele e Hezbollah. I primi rapporti dal Libano dicevano che la tragedia era dovuta all’esplosione di un container di fuochi d’artificio. Durante la notte e la mattina è emersa una versione più credibile: Un enorme deposito di nitrato di ammonio, una sostanza pericolosa usata dall’industria e per la produzione di fertilizzanti agricoli, è esploso. Ci sono stati anche casi in cui la sostanza è stata usata per preparare esplosivi. Non è ancora chiaro chi fosse esattamente responsabile di questi materiali, se venissero immagazzinati legalmente e chi fosse responsabile del loro controllo. Il Libano è stato descritto per decenni come un paese corrotto che sta cadendo a pezzi, che ha difficoltà a imporre la legge e l’ordine al livello più elementare. Attualmente ci sono critiche per il fatto che lo Stato ha ignorato i pericoli per la sicurezza nel porto di Beirut e ci sono richieste di dimissioni da parte del governo per il disastro. Poi c’è l’elefante in salotto – rimarca Harel – Hezbollah. Le autorità statali non osano affrontare la più grande forza armata del Libano, una tendenza che è peggiorata solo dopo l’insediamento dell’ultimo governo, controllato in gran parte da Hezbollah dietro le quinte. Questo punto è rilevante anche per il sito del disastro di martedì: Hezbollah è sempre attivo nei punti di ingresso del Libano e anche per il tipo di materiali che hanno portato all’esplosione, che hanno anche usi militari secondari. Tutte le infrastrutture militari di Hezbollah sono dispiegate in centri abitati in tutto il Libano,  a Beirut, la regione di Beqaa vicino al confine con la Siria, e nel sud del Paese. Negli ultimi anni Israele ha condotto una campagna internazionale su questo tema, con l’obiettivo di raggiungere due obiettivi: costringere Hezbollah a svuotare le installazioni militari che li circondano e che usano come scudo difensivo umano; e preparare l’opinione pubblica mondiale alla possibilità che molti cittadini libanesi possano essere feriti, involontariamente, se e quando scoppiasse una terza guerra in Libano. Circa due anni fa, nel suo discorso annuale all’Assemblea generale dell’Onu, il primo ministro Benjamin Netanyahu presentò  mappe e fotografie aeree di siti dalle quali, a suo dire, emergeva senza  ombra di dubbio che l’organizzazione sciita aveva depositi di armi nascosti, e siti in cui migliorare la precisione dei suoi razzi. In quel frangente, Netanyahu denunciò la presenza di tre depositi di missili di Hezbollah a Beirut, uno allo stadio, uno all’aeroporto e uno proprio nel porto. Pochi giorni dopo il governo libanese invitò i diplomatici e la stampa estera a visitare questi siti con l’obiettivo di confutare la rivendicazione israeliana. Tra il discorso e la tournée, il materiale in questione sembra essere stato rapidamente evacuato dai siti. I partecipanti al tour hanno detto ad Haaretz di aver facilmente individuato segni di vernice fresca”.

Le incognite e gli scenari

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Cosa farà ora Hezbollah, chiediamo ad Harel: “La questione urgente che preoccupa Israele  – è la sua risposta  – ha a che fare con una partitura instabile tra le due parti. Il 21 luglio un miliziano di Hezbollah che era stato ‘prestato’ alle Guardie rivoluzionarie iraniane è stato ucciso in un attacco aereo, attribuito a Israele, all’aeroporto di Damasco. Da allora, fonti dell’organizzazione hanno minacciato vendetta. La settimana scorsa, il 27 luglio, un tentativo di risposta da parte di Hezbollah  è stato sventato dalle forze dell’Idf (le Forze di difesa israeliane, ndr)  che hanno respinto un gruppo di miliziani  di Hezbollah che avevano attraversato il confine e si erano infiltrati nel territorio controllato da Israele nell’area di Har Dov. Anche dopo l’incidente, i servizi segreti hanno valutato che gli Hezbollah avrebbero dato il via a un altro tentativo, dato che la questione non era stata risolta. Il precedente equilibrio delle forze era molto conveniente per Hezbollah. L’organizzazione controllava in larga misura ciò che accadeva, ma la maggior parte delle lamentele erano rivolte contro il governo libanese, e negli ultimi anni non ci sono stati veri e propri tentativi di costringere l’organizzazione a disarmare. Alla lunga, forse il popolo libanese – e i cittadini di tutte le etnie che hanno partecipato alle manifestazioni susseguitesi negli scorsi mesi- costringerà gli Hezbollah a uscire dalla loro confort zone. Dal punto di vista di Israele, si è accesa una spia d’allarme.. L’ultima guerra con gli Hezbollah è arrivata nel 2006, in un periodo in cui Nasrallah era sotto grande pressione interna. Il rapimento dei due soldati riservisti sul confine è stato perpetrato nel tentativo di distogliere le fiamme del malcontento interno da Hezbollah. Il risultato è stata un’inutile guerra con Israele che ha coinvolto il Libano. E ora la storia potrebbe ripetersi – avverte Harel – perché un movimento in crisi di legittimità interno, coinvolto nella bancarotta economica che ha messo in ginocchio il Libano, accusato di essere parte integrante di un sistema di governo fondato sulla corruzione, per ritrovare  una sua legittimazione potrebbe giocare di nuovo la carta della resistenza al ‘nemico sionista’. In questa ottica, la tragedia di Beirut potrebbe significare l’inizio della partita finale di Hezbollah”.

Secondo un recente rapporto dell’intelligence militare di Tel Aviv, attualmente Hezbollah disporrebbe di oltre 100mila missili, rispetto ai circa 12mila che aveva prima della guerra dell’estate 2006. Ma c’è dell’altro. E a metterlo in luce con Globalist è Anthony Samrani, uno dei più autorevoli analisti militari libanesi: “Oltre ad un incremento significativo, in quantità e in qualità, del suo arsenale militare, i miliziani sciiti hanno acquisito nuove tecniche di guerriglia urbano combattendo in Siria, a fianco dei pasdaran iraniani, dei russi e dell’esercito di Assad. Secondo il sito French Intelligence, gli Hezbollah starebbero costruendo almeno due installazioni in Libano, dove produrre missili ed armamenti. Sebbene questa notizia circolasse da tempo sui siti arabi, il magazine francese ha fornito maggiori dettagli su queste due strutture, indicandone la posizione e la tipologia di armamenti prodotti. Una prima struttura si troverebbe nei pressi di Hermel, nella Beqaa, mentre la seconda sarebbe posizionata tra Sidone e Tiro. Nella prima installazione verrebbero prodotti razzi Fateh 110 capaci di colpire quasi tutto il territorio israeliano, con una gittata di 300 km e un discreto livello di precisione. Nel complesso situato sulla costa mediterranea invece verrebbero fabbricate munizioni di piccolo calibro.

“Nelle prossime due settimane – dice Zvi Bar’el, decano degli analisti politici israeliani  – l’esercito libanese gestirà la sfera pubblica libanese, dopo la dichiarazione presidenziale dello stato di emergenza. I soldati libanesi imporranno un coprifuoco, bloccheranno le strade, sorveglieranno il porto danneggiato, arresteranno chi infrange il coprifuoco e soprattutto impediranno le proteste che si prevede scoppieranno, portando nelle strade tutta la frustrazione accumulata da anni, che ha raggiunto il culmine con l’esplosione.  Articoli e opinioni in tutti i media libanesi stanno già dando la colpa all’attuale governo libanese e ai suoi predecessori. I giornali libanesi hanno riportato sarcastiche e indignate ricostruzioni della riunione d’emergenza del Consiglio di Difesa Nazionale di martedì. L’unica decisione presa dal Consiglio, i cui membri sono i ministri del governo, il premier, il presidente e i capi delle forze di sicurezza, è stata quella di stabilire un quartier generale per affrontare la crisi. ‘Come può essere che il capo della dogana, il diretto responsabile dei depositi esplosi, sia comparso alla riunione e non sia sotto inchiesta? Ora annunceranno sicuramente una commissione d’inchiesta statale i cui risultati non possono essere credibili, aggiunge l’articolo”.

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  • La profondissima crisi che sta attraversando il Libano, sostengono diversi analisti a Tel Aviv e a Beirut, dipende in buona parte dall’incapacità della classe politica di governare con efficacia e attuare quelle riforme richieste dai creditori internazionali per ottenere nuovi prestiti e aiuti. Il problema sarebbe principalmente uno: il settarismo nella politica, che avrebbe portato ciascuna comunità a guardare e tutelare per lo più i propri interessi – e quelli dei propri amici e familiari – invece che quelli di tutti. l timore di molti è che l’enorme esplosione avvenuta martedì al porto di Beirut possa far precipitare definitivamente la situazione: che possa creare ulteriori limitazioni alle importazione, soprattutto dei beni di prima necessità; che possa creare una crisi abitativa senza precedenti, visto che le persone senza casa sono decine di migliaia; che possa alimentare nuove proteste violente contro il governo, accusato tra le altre cose di avere lasciato più di duemila tonnellate di nitrato di ammonio in un deposito del porto della capitale per ben sei anni; e che possa far collassare il sistema sanitario nazionale, con molti ospedali della capitale già al limite per l’arrivo di pazienti con la Covid-19, e ora anche danneggiati dall’esplosione.
  • “Hanno fatto esplodere Beirut. Letteralmente e in maniera deliberata. L’hanno fatta esplodere e i nostri cuori con essa”, scrive Rima Majed, sociologa di Beirut. “Non lasceremo che questo passi senza punizioni, per rispetto alle vittime di questo crimine. Basta con la resilienza e l’istinto di sopravvivenza. Devono cadere teste pesanti” le fa eco Halim Shbaya, analista politico.

Le teorie cospirazioniste sull’esplosione stanno soltanto togliendo l’attenzione dai veri responsabili, le autorità competenti, criminali che hanno rovinato centinaia di migliaia di vite e lasciato dietro di sé una città in rovina”, ha scritto stamane su Twitter  Karl Sharro, il più famoso degli umoristi libanesi. 

Il dolore fa posto alla rabbia già forte prima del martedì di sangue.

Una crisi che l’apocalisse di Beirut rischia di rendere ingovernabile. E così, quella di Lucio Caracciolo, direttore di Limes, più che una “profezia” appare una constatazione di fatto. Tragica, drammatica, vera: “E’ la fine del Libano”.

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Una fine insanguinata.

 

 

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